The Ugly di Yeon Sang-ho, presentato al Florence Korea Film Fest 2026, è un film che non cerca lo spettatore, ma lo espone a una tensione lenta e persistente. Non c’è compiacimento nel racconto, non c’è la volontà di guidare emotivamente chi guarda verso una soluzione rassicurante. Yeon sceglie una regia trattenuta, quasi austera, e costruisce un’atmosfera che si alimenta di silenzi, di spazi vuoti e di assenze.
L’assenza più potente è proprio quella del volto di Jung Young-hee, la madre scomparsa, che non viene mai mostrato davvero. In questa sottrazione visiva si condensa il cuore dell’opera, perché lo spettatore è costretto a interrogarsi su quanto la percezione sia figlia del racconto altrui più che dell’esperienza diretta.
The Ugly: l’eredità di un volto che non si vede
La storia si apre con il ritrovamento dei resti di una donna scomparsa da quarant’anni, Jung Young-hee. Da subito si capisce che non si tratta di un classico mistery, ma di una riflessione sull’apparenza, il giudizio e la memoria collettiva. Il volto della madre rimane sempre nascosto, come se l’atto stesso di mostrarlo potesse tradire il tema centrale del film: la bellezza e la bruttezza sono soltanto proiezioni di chi guarda.
The Ugly di Yeon Sang-ho è un’esperienza cinematografica che resta dentro come una fotografia sfuocata, un’immagine che lo pettatore continua a cercare anche dopo che ha spento lo schermo.
Il regista sudcoreano, qui, abbandona il ritmo incalzante del thriller convenzionale per consegnarci un film meditabondo, quasi poetico, che esplora le ferite del passato e la crudeltà che viene dal guardarsi troppo allo specchio.
In questo lavoro, Yeon compie una scelta visiva e tematica radicale: per quasi tutta la durata della pellicola Jung Young‑hee non mostra il proprio volto e questa decisione non è un artificio narrativo qualsiasi, bensì un dispositivo profondamente simbolico.
Secondo lo stesso regista, la mancata visibilità del volto — rivelato solo in un’immagine alla fine — serve a far immaginare allo spettatore ciò che la comunità ha negato o deformato nella memoria collettiva, costringendo chi guarda a confrontarsi non con un’immagine prestabilita, ma con le proprie proiezioni interiori.

Memoria frammentata e giudizi incancellabili
La narrazione procede frammentata, divisa in ricordi, testimonianze e contraddizioni che emergono man mano nella ricerca di Im Dong-hwan, interpretato con intensità da Park Jeong-min. Questo figlio, spinto dal ritrovamento dei resti, si confronta con una comunità pronta a giudicare senza conoscere, pronta a etichettare Young-hee come “brutta” prima ancora che come donna, lavoratrice, madre.
Il film si trasforma così in uno specchio doloroso della società, che preferisce negare le sfumature per rifugiarsi in etichette semplici e affilate.
E mentre Dong-hwan ascolta voci che si contraddicono, ricostruire il passato diventa un atto di coraggio e di svelamento di verità scomode, perché ogni ricordo porta con sé non solo la memoria di ciò che è stato ma anche il peso delle omissioni e dei silenzi.
La crudezza del ricordo e lo sguardo interiore
La forza emotiva di The Ugly risiede proprio nella sua capacità di scavare nel dolore senza abbellirlo. Yeon Sang-ho non cerca di proteggerci dalle asperità dei ricordi, ma ci invita a guardarle, a comprenderle, anche quando ciò che vediamo non è bello.
Il film ci parla della brutalità dei pregiudizi e di quanta violenza si cela nei giudizi affrettati, e lo fa attraverso un linguaggio visivo che privilegia l’intimità, i primi piani, i gesti impercettibili.
La rivelazione finale, la scoperta del volto che non è mai stato mostrato davvero, diventa allora un momento di verità e di confronto personale, non è la madre a essere “brutta”, siamo noi a esserlo quando chiudiamo gli occhi per non vedere ciò che conta davvero.
In questa lenta discesa nella memoria e nel rimpianto, The Ugly si afferma come una delle opere più intense e toccanti dell’anno, un film che parla di noi e delle nostre ombre, lasciando un segno profondo nello spettatore.