In Joy Jelly, cortometraggio di Danilo Merafina presentato in concorso al Rieti International Film Festival, Rebecca (Nina Vincenti) ha venticinque anni, si nutre di caramelle gommose e trascorre le giornate davanti alla Tv a guardare trasmissioni quali Hello Kitty e Hannah Montana, ricordo di un’infanzia ormai svanita, di un tempo in cui tutto sembrava andasse bene.
Ora, però, pur persa nel suo mondo fantastico, qualche cosa la tormenta: da quindici anni non vede i propri genitori. Anche se ne ha perso le tracce decide di partire alla loro ricerca per poter tornare a vivere insieme. Munita solo di un disegno infantile che la ritrae insieme al fratello e ai genitori, si avventura per le strade di una città che la respinge, confondendo il confine che separa la nostalgia di un tempo che fu dall’ossessione di ritrovarlo identico a come lo aveva lasciato o, meglio, a come le sembra di ricordare, idealizzando una realtà ben diversa da quella idealizzata.
Merafina racconta in maniera spiazzante la vita di una ragazza che vive in un mondo tutto suo, fatto di disegni, personaggi televisivi, Joy Jelly, cioè le caramelle che divora in maniera quasi bulimica e che, come recita la pubblicità, “ti portano sulle nuvole”. Lo fa saturando lo schermo di colori allo scopo di ricreare il mondo fantastico e irreale nel quale Rebecca si coccola e si nasconde, sino a quando la nostalgia non la spinge a scendere da quelle nuvole disegnate che le fanno da rifugio e la proteggono dal mondo che la circonda.

Un film complesso che sottopone lo spettatore a un vero e proprio esercizio visivo
Utilizzando un montaggio iper- frenetico sottopone la vista a un continuo stimolo fatto di colori saturi, stacchi improvvisi, sovrapposizioni di immagini che spesso rasentano il kitsch, ricreando il mondo infantile dal quale la protagonista stenta a staccarsi, rifugio costituito dai ricordi immaginati di una famiglia felice, dei giochi fatti con i genitori, del calore di un focolare.
Il giovane regista mescola cinema, fumetti, disegni stilizzati, improvvisi squarci di colori, inserti pubblicitari, costruendo un linguaggio pop e straniante che, se da un lato complica la visione obbligando lo spettatore a un difficile esercizio visivo, dall’altro sottolinea con estrema efficacia lo spaesamento della protagonista, dibattuta fra una realtà fatta di abbandoni e tossica miseria e un mondo di sogni in cui tutto è maledettamente bello e avvolgente.
Un’opera, quella di Danilo Merafina, complessa e intrigante che descrive bene una generazione che si domanda se sia ancora possibile ripartire o se ormai ci si debba rifugiare solamente nell’immaginazione.
