Ci sono storie che non cercano di colpire con clamore o spettacolarità, ma si insinuano lentamente nello sguardo dello spettatore, come un’inquietudine silenziosa che cresce scena dopo scena. L’ultimo giorno di felicità appartiene a questa categoria: è un cortometraggio che non alza mai la voce, che preferisce osservare, ascoltare, attendere. Attraverso una quotidianità solo in apparenza serena, conduce gradualmente nel cuore di un disagio profondo, spesso invisibile, ma drammaticamente reale. Proprio in questa scelta di misura e sottrazione nasce la sua forza: il film riesce a raccontare con lucidità e delicatezza il peso delle aspettative, la paura di fallire e la solitudine che attraversano il mondo giovanile contemporaneo.
Il cortometraggio è presentato al Rieti International Film Festival.
Al centro del racconto c’è Denise, interpretata con straordinaria sensibilità da Margherita Mazzucco. È il giorno prima della sua laurea, o almeno così credono tutti. Intorno a lei si muovono affetti, sorrisi e progetti per il futuro, e tutto sembra procedere nella direzione giusta. Eppure, dietro questa apparente normalità, si nasconde una verità devastante: Denise non ha mai sostenuto realmente gli esami. Ha mentito, ha rimandato, ha costruito nel tempo un fragile castello di illusioni che ora rischia di crollare. La sua felicità è solo una maschera, precaria e temporanea. È, appunto, l’ultimo giorno in cui può ancora fingere.

Tra aspettative e delusioni
La regia di Giovanni B. Algieri accompagna questa storia con uno sguardo sobrio e rispettoso. Non c’è mai la volontà di forzare l’emozione né di guidare lo spettatore verso soluzioni facili. La macchina da presa resta vicina alla protagonista, osserva i suoi silenzi, i suoi sguardi sospesi, le sue esitazioni. È una regia che sceglie di sottrarre piuttosto che aggiungere, di suggerire invece di spiegare. In questo modo, il disagio di Denise non viene mai spettacolarizzato, ma emerge lentamente, come un’incrinatura che si allarga fino a diventare una frattura.
L’ultimo giorno di felicità affronta con lucidità uno dei temi più delicati del nostro tempo: la pressione del successo, il peso delle aspettative, la paura di deludere. Denise mente per sopravvivere. La sua bugia nasce dal terrore di non essere all’altezza, dal senso di inadeguatezza che molti giovani conoscono fin troppo bene. In una società che misura il valore delle persone attraverso i risultati, il fallimento diventa un tabù. Ammetterlo equivale, spesso, a sentirsi sbagliati. Ed è in questo contesto che il cortometraggio assume una forza sociale straordinaria. Senza mai affrontarlo in modo esplicito, sfiora il rischio estremo del crollo psicologico, dell’isolamento, dei pensieri autodistruttivi che possono nascere quando una persona si sente intrappolata in una menzogna e incapace di chiedere aiuto. Non parla direttamente di suicidio, ma ne racconta con precisione le premesse emotive: la solitudine, la vergogna, il senso di fallimento interiorizzato, il silenzio che diventa una prigione.

L’interpretazione di Margherita Mazzucco è costruita su dettagli minimi, esitazioni impercettibili, sguardi che tradiscono un tormento costante. Non indulge mai nel dramma facile; al contrario, dà vita a un personaggio credibile, fragile e profondamente umano. Denise non è un’eroina né una vittima stereotipata: è una ragazza che ha sbagliato, che ha avuto paura, che si è persa lungo il percorso. La sceneggiatura segue un andamento sospeso, quasi trattenuto. Il tempo sembra dilatarsi, come se ogni momento fosse carico di un’attesa insopportabile. I dialoghi sono essenziali, spesso interrotti da pause più eloquenti delle parole. Il silenzio diventa un vero e proprio linguaggio, uno spazio in cui si accumulano ansie, rimorsi e desideri inespressi. L’“ultimo giorno” del titolo è il confine sottile tra ciò che si è mostrato al mondo e ciò che non si può più nascondere.
Il cortometraggio di Algieri si trasforma così in un discorso universale, che riguarda un’intera generazione spesso schiacciata tra aspettative irrealistiche e fragilità nascoste. Grazie a una regia misurata e a un’interpretazione intensa, il film invita a non sottovalutare il peso del silenzio. L’ultimo giorno di felicità è un film che chiede allo spettatore di fermarsi, osservare, ascoltare. E di ricordare che, spesso, dietro un’apparente normalità, si nasconde una battaglia invisibile che merita attenzione, rispetto e comprensione.
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