Nella sezione cortometraggi di finzione – over 35, presente nella prima edizione del Rieti International Film Festival 2026, troviamo Candido. Un film distribuito da Prem1ere Film, diretto da Giorgio Clementelli, regista nato a Roma, classe 1973.
Tendiamo ad essere abituati a vedere i giovani che si agitano per un commento di troppo. A preferire vivere attraverso gli archivi digitali, utilizzando come passatempo i videogiochi. In Candido tutto si ribalta: ci troviamo nel 2049, con un protagonista ormai anziano che deve aspettare gli ottanta anni per andare in pensione. Dimora in una casa ipertecnologica e ordinata, dove qualsiasi cosa necessita di un posto ben preciso, persino lo stesso bicchiere d’acqua sulla scrivania. Anche la fotografia di Gianluca Mastronardi accompagna questa sensazione di controllo: quando lo spazio si allontana dalla natura, l’immagine si raffredda, virando su tonalità bluastre e artificiali. È come se l’ambiente domestico fosse già un’estensione dell’aldilà digitale, un luogo sospeso dove il calore umano fatica a trovare spazio.
Ma vivere in uno spazio del genere non significa che Candido (Giorgio Colangeli) sia una persona tecnologica: è solo una persona che è stata costretta ad adattarsi. E lo vediamo attraverso i singoli gesti, anche quelli più insignificanti, come il rispondere solamente con l’audio invece che con la videochiamata stessa. Gesti goffi ma realistici, che accompagnano la vita di tutte le persone che non sono nate sotto il dominio tecnologico.

La difficoltà nel lasciare andare
Mentre Candido gioca a una partita di calcio virtuale, lo schermo inizia a squillare. Si tratta di una videochiamata di sua moglie, la quale dice di trovarsi in un altro paese in cui si vive meglio. Il luogo in questione non viene mai nominato, finché il giorno dopo il protagonista non andrà effettivamente a trovarla in questo paese. Il paese in questione è l’aldilà. Serena è morta nel 2044, ma vive ancora dentro la tecnologia, nei cosiddetti backup.
Ma cosa sono questi backup? Il backup non è però una semplice memoria: : è la sua riproduzione, la simulazione di una presenza che non è in grado di evolversi. Una persona che è rimasta ferma, bloccata dietro uno schermo e nei ricordi di chi l’ha conosciuta. Ed è qui che il film si avvicina a certe suggestioni di Black Mirror, in particolare all’episodio Be Right Back, dove la tecnologia diventa il prolungamento del lutto e l’illusione della continuità affettiva.
Si tratta di conservare la memoria di una persona in eterno, una scelta che all’apparenza può sembrare indiscutibile, poiché tutti noi vorremmo che i nostri cari fossero immortali. Ma malgrado ciò, malgrado Candido si nutra effettivamente nel suo quotidiano di questi backup della moglie, non sembra essere intenzionato a volerlo fare su sé stesso. Ed è qui che Clementelli apre concretamente un dibattito.
Candido vuole infatti essere un film che fa riflettere non solo sulla base delle nuove tecnologie e di quanto esse condizionino il nostro vissuto, come ad esempio la possibilità di poter interagire con una persona morta, ma anche sul valore stesso che ormai attribuiamo alla vita delle persone intorno a noi.

Candido e l’era del controllo tecnologico
La stessa figlia di Candido, ma anche la nipote, gli chiedono insistentemente di fare questo backup, trasformando il gesto in una sorta di egoismo: poter attingere a una persona quando vogliamo, anche quando non c’è più. Un fatto pericoloso e poco rispettoso nei confronti della persona morta. E questo il nostro protagonista lo sa bene: ormai vive in un circolo vizioso in cui, intorno alle otto di sera, ha questa chiamata con Serena. Un appuntamento quasi irrevocabile. Non vi è più soltanto un gesto d’amore, bensì una liturgia digitale, una routine che sostituisce il processo del lutto con l’abitudine. Si tratta di un algoritmo che ormai è diventato conforto, ma al contempo una prigione emotiva.
Candido infatti ricorda, mentre è in chiamata con la figlia, la morte di un’altra persona a loro cara:
“Michele non lo abbiamo perduto in quell’incidente e tu lo sai, è sempre qui con noi e senza bisogno di nessun backup.”
Qui vediamo il paradosso: come se le nuove generazioni, per ricordarlo, avessero davvero bisogno di tutti questi archivi digitali. Eppure si tratta dello stesso paradosso che travolge lo stesso protagonista. Candido critica ciò che, allo stesso tempo, lo tiene in vita emotivamente. È un uomo che rifiuta l’idea di essere archiviato, ma sopravvive grazie ad un archivio. Vive ormai grazie ad un fantasma e non più grazie a sé stesso.