Da qualche giorno è disponibile su Netflix The Singers, il cortometraggio candidato all’Oscar 2026 per il Miglior Live Action Short. Un musical, diretto da Sam Davis – già nominato nel 2024 per il documentario breve Nai Nai & Wài Pó –, che adatta liberamente un racconto di Ivan Turgenev (I cantori, da Memorie di un cacciatore), dando forma a una storia corale sulla solitudine maschile, tra rimpianti, sensi di colpa e una ritrovata armonia condivisa.
The Singers – la trama
Sembra una notte come tante in un piccolo bar di periferia. Chi beve, chi ride, chi fa lo spaccone, chi chiede qualche spicciolo. Ma quando un nuovo cliente comincia a vantarsi delle sue abilità canore al barista del locale viene l’idea di fare un piccolo contest tra i suoi avventori. In palio una banconota da 100 dollari.

Dillo cantando
“We’re lonely, we’re romantic…we struggle and we stagger”, canta Leonard Cohen nei titoli di coda di The Singers. Parole che sembrano accompagnarsi perfettamente all’umanità stropicciata raccontata nel corto di Sam Davis. Un coro di voci, canti e confessioni che si sovrappongono, si mischiano al fumo delle sigarette, al tintinnare dei bicchieri, in un accumularsi di primi piani e dettagli che restituisce un piccolo spaccato di vita quotidiana.
Nell’anno in cui Sinners porta agli Oscar la storia di un’altra comunità unita dalla musica, quella di The Singers sembra quasi una piccola e intima variazione sul tema. Un film dove ancora una volta la voce, attraverso il canto e la musica, diventa il mezzo migliore per dar forma ai propri sentimenti, ai propri desideri, al proprio dolore, trasformando persino uomini burberi, sofferenti e spezzati dalla vita come quelli messi al centro della storia in membri di una nuova, improbabile famiglia.

Mascolinità in crisi
Ispirato a un racconto di Ivan Turgenev ma trasposto ai giorni nostri, in un piccolo bar della profonda provincia americana (la stessa rivelatasi un ampio bacino elettorale per l’ascesa di Trump), The Singers restituisce così a modo suo le diverse facce di una mascolinità irrimediabilmente ferita (le donne sono un ricordo, o al massimo un ritratto da rimpiangere), fuori posto e fuori tempo ma ancora capace, forse, di uno scatto di profonda umanità, di provare ancora empatia mettendosi a nudo in una imprevedibile quanto sentita catarsi collettiva.
Servendosi di attori non professionisti ma spesso noti sui social, cantanti e musicisti diventati virali su TikTok o nei Talent Show (tra questi Mike Young, Judah Kelly, Matthew Corcoran, ma anche il folk singer Chris Smither), il regista gira così, attraverso il caldo analogico della pellicola in 35mm, un musical sulla fragilità e sulla solitudine maschile. Un piccolo affresco corale in cui anche gli ultimi e gli sconfitti possono trovare un posto lontano da dove la narrazione corrente spesso li ha relegati, un posto immune da politiche d’odio, rigurgiti reazionari e deliri suprematisti.