Poltergeist nasce all’inizio degli anni Ottanta da un incrocio tutt’altro che banale. Alla regia c’è Tobe Hooper, nome già legato a un’idea di horror sporco e disturbante. Alla produzione e alla sceneggiatura c’è Steven Spielberg, nel momento di massima espansione del suo cinema più popolare e familiare. Due sguardi diversi, costretti a convivere nello stesso film, e forse proprio per questo capaci di generare qualcosa che ancora oggi resta difficile da incasellare.
Sul volto di quella storia ci sono attori diventati immediatamente riconoscibili: Craig T. Nelson e JoBeth Williams come genitori apparentemente solidi, Beatrice Straight nel ruolo della medium e soprattutto Heather O’Rourke, il volto che più di ogni altro è rimasto legato all’immaginario della saga. Intorno a loro, una normalità americana credibile, quotidiana, che rende l’irruzione dell’orrore ancora più efficace.
Tra il 1982 e il 1988 Poltergeist diventa una trilogia. Un primo film che segna l’horror domestico come pochi altri, due sequel che provano ad allargare il racconto, con esiti sempre più discussi. Ma col passare del tempo la fama della saga cresce anche altrove. Fuori dallo schermo. Nelle storie che iniziano a circolare, nelle tragedie reali, in quel passaparola che finisce per trasformare una serie di eventi separati in un unico racconto. È da qui che nasce il mito del set maledetto.
Per capire davvero Poltergeist, però, bisogna fare un passo indietro. Tornare ai film. Guardarli uno dopo l’altro, seguirne l’evoluzione e capire cosa raccontano prima ancora di tutto ciò che è stato detto intorno.
Ed è da qui che iniziamo.
La trilogia: un’evoluzione che forse doveva fermarsi prima
Guardare oggi Poltergeist come trilogia significa accettare che non tutte le evoluzioni siano per forza un progresso. I tre film seguono un percorso evidente, ma col senno di poi resta il dubbio che quell’idea iniziale, così efficace, fosse già completa in sé.
Il primo Poltergeist – Presenze demoniache (1982) è compatto, controllato ed è senza dubbio il più riuscito. Funziona perché sa esattamente cosa vuole essere: un horror domestico che cresce con calma, senza forzature, lasciando che la tensione si accumuli in modo graduale e credibile. La casa è normale, familiare, rassicurante. Ed è proprio per questo che diventa vulnerabile.
La suspense cresce piano. Non ti spaventa subito. Gli oggetti si muovono, succedono cose che non dovrebbero succedere, ma non c’è mai l’effetto speciale sparato in faccia. Non pensi subito a fantasmi o spettri: pensi a quello che penseresti nella vita reale. Boh, sarà un guasto. Qualcosa che non ho visto. Una coincidenza.
Poltergeist funziona proprio qui: in questo spazio di attesa, in questo tempo sospeso in cui niente è ancora dichiarato, ma qualcosa ha già iniziato a non tornare.
Il secondo capitolo, Poltergeist II – L’altra dimensione (1986), regge il colpo. Amplia il discorso, prova a spingersi oltre, introduce una mitologia più esplicita. Kane diventa un volto, una presenza concreta. Il film è più cupo, più carico, meno elegante del primo, ma ancora coerente. Non lo supera, ma non lo tradisce. Resiste.
Il terzo, Poltergeist III – Ci risiamo (1988), mostra invece i limiti di questa espansione. Ambientazioni diverse, un grattacielo freddo e impersonale, superfici riflettenti ovunque. L’orrore si sposta, ma perde il suo centro. Non è un film “brutto”: più che altro sembra un film che non sa bene dove vuole arrivare. Smarrito.
E per dirlo in modo semplice e chiaro:
Il primo funzionava allora e funziona ancora oggi.
Il secondo resiste.
Il terzo, semplicemente, non sa più che pesci pigliare.
A margine di questo percorso va ricordato che nel 2015 è stato realizzato anche un remake di Poltergeist. Un’operazione che non è riuscita a reggere la forza dell’originale e che, proprio per questo, resta fuori dalla trilogia e dal racconto che ha costruito l’identità del film nel tempo. Un titolo che esiste, ma che non ha inciso né sull’immaginario né sulla storia di Poltergeist.

La TV come protagonista silenziosa
In Poltergeist la televisione non viene mai presentata come qualcosa di sinistro in partenza. È semplicemente lì. Accesa, spenta, lasciata in sottofondo. Fa parte dell’arredamento, della routine quotidiana. Una scena che oggi appare quasi banale, ma che allora fotografava perfettamente la vita domestica.
Quando il segnale si interrompe e resta solo il fruscio, non c’è ancora un’idea di portale. C’è qualcosa che non funziona come dovrebbe: un’interruzione di segnale, qualcosa che potrebbe sembrare banale. Ed è proprio questa normalità disturbata a rendere il tutto inquietante.
Oggi la TV non è più l’unico schermo, ma il principio è lo stesso. Viviamo circondati da dispositivi sempre accesi, sempre presenti. Poltergeist aveva già intuito che il vero punto di contatto non è il mezzo, ma l’abitudine.
Il male non entra rompendo una finestra: passa da qualcosa che è sempre, o quasi sempre, accesa
L’impatto culturale: quando Poltergeist diventa linguaggio
Il segno lasciato da Poltergeist va ben oltre la trilogia. Scene, frasi e situazioni sono entrate nel linguaggio popolare e hanno continuato a essere riprese, citate e rielaborate in film, cartoni animati e serie TV.
La bambina davanti alla televisione, il rumore bianco, la casa costruita sopra il cimitero, la frase “They’re here”: immagini che tornano da Casa Vianello, I Simpson, I Griffin, X-Files e in molte altre produzioni. Non semplici parodie, ma veri e propri camei culturali.
Quando un riferimento funziona anche fuori dal contesto originale, significa che è diventato linguaggio. Poltergeist non è solo ricordato: è riutilizzato.
Come diceva Oscar Wilde, nel bene o nel male, purché se ne parli. È forse questo il segno più chiaro del suo vero successo.ù

“They’re here”: la frase che ha fatto il giro del cinema
Quando Carol Anne pronuncia “They’re here”, Poltergeist consegna al cinema una delle frasi più riconoscibili della sua storia. Non è una battuta urlata, non è un momento spettacolare. È detta con una semplicità disarmante, quasi neutra. Ed è proprio questo a renderla disturbante.
“They’re here” non spiega nulla. Non chiarisce chi siano, da dove vengano o cosa vogliano. È una constatazione, non un avvertimento. Qualcosa è entrato in casa, e ormai è un dato di fatto. In quella frase c’è tutta l’essenza di Poltergeist: l’orrore che non irrompe, ma si insedia. Ed è già lì.
Non è un caso che “They’re here” sia diventata una delle frasi più longeve dell’horror anni Ottanta. Non perché faccia paura da sola, ma perché arriva sempre troppo tardi. Quando viene pronunciata, l’invasione è già avvenuta.

Il “set maledetto”: il rumore dopo i titoli di coda
Col tempo, intorno a Poltergeist si è imposto un termine che ritorna puntuale: set maledetto. Non è un’espressione nata a tavolino né una formula di marketing. Nasce dopo, di bocca in bocca, quando gli eventi si accumulano e il racconto ha bisogno di una sintesi.
Nel caso di Poltergeist, questa percezione prende forma a partire da tragedie reali: Dominique Dunne, Julian Beck, Heather O’Rourke… Cause diverse, contesti diversi, eventi tragicamente reali che nel racconto collettivo finiscono per fondersi.
È in questo spazio che nasce l’espressione set maledetto.
Tolto il rumore, resta Poltergeist
Alla fine, Poltergeist resta una saga attraversata da molte storie. Quelle raccontate sullo schermo e quelle nate fuori, col tempo. Il set maledetto, le tragedie reali, l’impatto culturale, le scelte produttive discutibili.
Ma tolto il rumore, restano i film.
E soprattutto resta il primo.
Un film che funziona ancora oggi perché non ha bisogno di spiegare tutto, perché lascia spazio, perché entra tra le mura di una casa qualsiasi usando uno degli oggetti più comuni di tutti.
Se Poltergeist continua a funzionare, difficilmente è solo per i fantasmi. È perché racconta una normalità che si incrina piano, senza avvertire, usando la casa come spazio fragile invece che come rifugio. Ed è lo stesso motivo per cui, se questo film ti parla ancora oggi, potresti ritrovarti anche in altri titoli che hanno lavorato sullo stesso terreno.
The Changeling gioca su un’idea di presenza silenziosa e persistente, più psicologica che spettacolare. Amityville Horror porta l’orrore dentro una casa che dovrebbe rappresentare un nuovo inizio, trasformandolo in qualcosa di oppressivo. The Entity spinge ancora più in là il disagio, rendendo l’invisibile fisico e invasivo. E, in modo diverso, anche Don’t Look Now dimostra come il vero terrore possa nascere da ciò che non viene mai mostrato del tutto.
Film diversi, approcci diversi, ma la stessa intuizione di fondo: l’orrore funziona di più quando non è “gridato”, ma quando è sottile, impalpabile. Quando si confonde con la vita quotidiana e smette di sembrare finzione.
Ed è forse per questo che Poltergeist resta un film horror sempre attuale. Anche oggi.
