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FESTIVAL DI CINEMA

Lucca Film Festival: “Il videoclip nell’era di You Tube – Cento videomaker” di Luca Pacilio

Il lavoro è stato introdotto qualche giorno fa, nell’ambito del Lucca Film Festival, dall’autore e da Giulio Sangiorgio, redattore di Film Tv e co-direttore della collana, Si è trattata, malgrado i pochi convenuti, di un’occasione più unica che rara per riflettere sull’arte videomusicale e su come essa stia mutando, adattandosi ai nuovi contesti di produzione e di fruizione

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“Che senso può avere oggi, che tutti i video sono a portata di un clic, che la rete ci mette a disposizione un archivio pressoché infinito che racchiude ogni epoca, organizzare una retrospettiva dei clip musicali più emblematici degli ultimi anni?”

Questa la domanda che apre la presentazione del libro di Luca Pacilio Il videoclip nell’era di You Tube – Cento videomaker del terzo millennio, edizioni Bietti – Heterotopia. Il lavoro è stato introdotto qualche settimana fa, nell’ambito del Lucca Film Festival, dall’autore e da Giulio Sangiorgio, redattore di Film Tv e co-direttore della collana. Si è trattata, malgrado i pochi convenuti, di un’occasione più unica che rara per riflettere sull’arte videomusicale e su come essa stia mutando, adattandosi ai nuovi contesti di produzione e di fruizione. Le linee di evoluzione di tale espressione artistica, infatti, non solo sono interessanti in sé, ma fungono anche, in virtù della loro stretta connessione alle logiche di mercato, da cartina di tornasole per capire i mutamenti in atto nel linguaggio audiovisivo tutto.

Con il nuovo millennio, il lento tramonto di MTV, per come l’avevamo conosciuta, e l’avvento della rete, come canale privilegiato di diffusione, hanno finito per paralizzare il pubblico di fronte alla possibilità di scegliere cosa guardare; proprio perché la scelta oggi può essere esercitata su una quantità enorme di materiale, essa risulta di fatto neutralizzata. Nello specifico del music video le opportunità sono sconfinate al punto da rendere il discorso inevitabilmente dispersivo e incontrollabile.

Se gli anni Novanta sono stati definiti la golden age del video musicale non è soltanto perché è stato un periodo incredibilmente ricco a livello produttivo, complice una congiuntura artistico musicle assai favorevole (il progressivo allontanamento dell’icona pop, il trionfo del concettualismo in video), ma anche perché fu allora che il videoclip cominciò ad affermarsi come un’espressione artistica autonoma, indipendentemente, non necessariamente o solo strumentale a quella musicale. In questo storico passaggio, spiega l’autore, il canale MTV è stato il grande palcoscenico in cui questa creatività veniva messa attivamente in gioco  offerta all’attenzione i tutti. In quel decennio si sono messe in evidenza personalità che non si esita più a definire autoriali, pur in un ambito profondamente condizionato dalla commissione come quello del video promozionale.

Negli anni a venire, dunque, la dispersione della produzione in mille rivoli nel grande oceano della rete ha finito per sottolineare meno le personalità creative che si andavano affermando nel settore e a far indebolire la fino ad allora indiscussa capacità del videoclip di marchiare a fuoco l’immaginario con frame iconici.

Se gli anni Novanta, insomma, hanno segnato una rivoluzione nel mondo della videomusica, ridisegnandone coordinate stilistiche, tematiche e produttive, portando all’attenzione una serie di registi – Gondry, Jonze, Cunningham, Romanek, Sednaoui, Glazer e molti altri – che hanno letteralmente trasformato il mezzo, determinando teorizzazioni e letteratura conseguente, tutto quello che è avvenuto dopo è stato studiato, analizzato e discusso molto meno.

Se i grandi budget e le lavorazioni elaborate che si portavano avanti per mesi e mesi (si pensi ai lavori di Chris Cunningham degli anni Novanta) diventano casi sempre più sporadici, se gli investimenti sui video diventano molto più contenuti, il lavoro dei registi cambia, mutano le prospettive, mutano le ambizioni e muta anche l’estetica del clip. La realtà sembra essere il traguardo verso il quale tanti registi puntano: basta coi set elaborati, basta con le scenografie, immersione sempre più frequente in un mondo che viene presentato per quello che è, con le sue caratteristiche, le sue peculiarità e con le persone che lo abitano. Di qui tutto un filone di docudrama videomusicale e l’imporsi di personalità nuove (AG Rojas per tutti) che si muovono su questo territorio nuovo ed esaltante.

Nella retrospettiva, Pacilio raccoglie cinquanta dei video più rappresentativi degli ultimi quindici anni. “è da leggersi”, dice, “come un primo tentativo di mappatura visuale” di un periodo che ha visto rivelarsi nel campo del music video personalità registiche di peso enorme, molto spesso sviluppatesi sulle orme dei giganti del decennio precedente, altre volte attraverso un linguaggio totalmente nuovo e personale, in ogni caso confermando – grazie anche all’avvento di Youtube, che ha cambiato ulteriormente le carte in tavola – quello del video musicale, come campo di sperimentazione visiva di impatto mediatico senza paragoni.

Raffaele Pavoni