Viet and Nam è un film del 2024 di Truong Minh Quy, presentato a Cannes nella sezione Un certain regard. Nel corso del 2025 ha partecipato e ottenuto consensi in numerose altre rassegne in tutto il mondo, da Chicago a Singapore, da Valladolid a Bolzano. Il regista è noto per il documentario Hair Paper Waters con cui si è aggiudicato il Pardo d’Oro del “Concorso Cineasti del Presente” al Festival di Locarno 2025. Oggi Viet and Nam è disponibile alla visione grazie a Mubi.
Viet and Nam: amori impossibili
Viet (Duy Bao Dinh Dao) e Nam (Thanh Hai Pham) sono due giovanissimi minatori che passano le giornate sepolti a centinaia di metri sottoterra per estrarre carbone. Nel buio assoluto, bucato solo dalle pietre brillanti del terreno e dalla torcia sulla fronte, Viet e Nam si amano. Si rubano momenti di intimità e tenerezza nelle pause del lavoro.
Quando riemergono, il loro amore ai più deve essere nascosto, anche perché nella superficie si vive il dramma ancora presente della guerra civile. La madre di Nam (Ngueyen Thi Nga), come migliaia di altre donne, non si dà pace e continua a sperare di rivedere o riparlare un giorno con il marito disperso in guerra ventisei anni prima. È disposta a tutto, anche farsi aiutare da una medium.
Vedove di guerra, orfani e amanti queer, Viet and Nam racconta due storie d’amore diverse ma entrambe disperate e impossibili.

Sottoterra, uno spazio metafisico
Sottoterra è il luogo deputato all’amore di Viet e Nam e sottoterra si cercano i resti del corpo del padre di Nam. Una dimensione, quella del sottosuolo, tanto fisica quanto metafisica. Il regista la oltrepassa con quella spiritualità tipica del cinema del sud-est asiatico, riecheggiando atmosfere tipiche del cinema di Apichatpong Weeresethakul o di Tran Anh Hung. I personaggi si muovono nell’esile trama, con ritmi lenti e movimenti meditati.
Con il passare dei minuti lo spettatore si immerge in uno stato ipnotico, le pulsioni e il dolore dei personaggi diventano quasi concreti e la terra si fa metafora del passato e del presente di questo martoriato Paese. Una terra che si presenta fangosa, impregnata di acqua e carica di lacrime e sudore. Sporchi di terra, Viet e Nam si amano e nel fango la medium giacerà cercando le resta del padre di Nam disperso.
Il film non avrebbe una dimensione temporale definita se non fosse per la volontà di Truong Minh Quy di contestualizzare. Siamo nel 2001 e lo scopriamo perché, mentre l’ascensore si cala nelle viscere della terra, i minatori raccontano di aerei che si schiantano sui grattacieli. Non c’è emotività nel parlare di quella tragedia, è solo un racconto lontano.
La profondità delle fondamenta dei grattacieli si dice sia di cento metri mentre le miniere sono a mille metri. I minatori quindi oltrepassano la soglia della tragedia americana e scendono ancora più in basso. Un’accusa sottile? Forse. Del resto, la drammatica condizione che vive il Paese, a distanza di quasi trent’anni dalla guerra civile, ha molto da imputare agli Stati Uniti.

Natura e spiritualità
Le storie sono immerse nella giungla e nei villaggi. Dove trenta anni prima c’erano soldati e insidie belliche, adesso ci sono fantasmi e macerie di una generazione perduta. In ogni scena la spiritualità si espande come il destino ineluttabile dei personaggi. L’umidità trasuda nei protagonisti.
Viet and Nam inizia emblematicamente con la camera che incontra i protagonisti al termine di un movimento lento, mentre emergono da uno sfondo nero con puntini luccicanti. Non siamo di fronte a un cielo stellato, ma in una grotta di carbone punteggiata da pietre luminose e invasa da acqua a ogni lato. Gli abbracci e i baci dell’amore queer che lega i protagonisti si consumano come in una cerimonia.
Nei luoghi pubblici, la radio, dall’altoparlante, fa ancora la conta dei dispersi e dei sopravvissuti. Ai reduci è riservata la totale gratuità nei servizi. C’è trasporto emotivo verso i propri morti, senza distinzione di parte.
Fuori dalle buie miniere i personaggi visitano un museo a cielo aperto, dove come attrazione si ricostruiscono le scenografie dei combattimenti. Qui campeggiano statue di soldati, residui bellici e scavi. Nella misurata lentezza dei movimenti della macchina da presa le persone reali, le opere d’arte e le immagini oniriche si confondono, creando un’atmosfera magica e spirituale.
Il disorientamento di chi vuole partire e il fatalismo di chi resta
Viet e la madre di Nam sono rassegnati nella loro condizione. La madre di Nam ha deciso di sacrificare la propria vita a cercare i resti del marito. Non ha sogni di benessere, per nessuna ragione sarebbe disposta a lasciare la sua terra e abbandonare la ricerca. Nella stessa condizione di acquiescenza si trova l’amante di suo figlio, Viet. Anche il suo passato è doloroso, ma l’amore furtivo nelle miniere, l’evasione nella giungla e il sogno di una vita di coppia alla luce del sole sono sufficienti a dargli una ragione per continuare quella misera vita.
Nam vive un percorso diverso, si sente disorientato, vuole andarsene, sente che non c’è niente che può fare in quel luogo per eludere il proprio destino. Vuole emigrare. Il confine con il Laos e la Cambogia è facile da raggiungere, ma non basta. Bisogna attraversare le acque per andare più lontano.
Serve un salto nel buio, perché migrare in quelle condizioni è estremamente pericoloso e il regista ce lo racconta a suo modo in due drammatiche e poetiche sequenze. In una si vedono migranti attraversare un fiume sigillati in un sacco di plastica, con il terrore che questo si riempia di acqua e che sia impossibile uscirne vivi. In un’altra, quella che chiude il film, il regista lascia i protagonisti in riva al mare e segue un container alla deriva, mentre si allontana tra onde per nulla rassicuranti.
L’esperienza del sacco è quella che aspetta Nam per fuggire dal suo paese, mentre la sopravvivenza nei container evoca una tragedia avvenuta nel 2019, quando in Inghilterra furono trovati trentanove vietnamiti morti ibernati in una cella frigorifera.

Un film da sentire
Viet and Nam è un film ricco di suggestioni che richiede allo spettatore la disponibilità di farsi trascinare. Non è l’intreccio che conta, ma sono le immagini mostrate ed evocate a rimanere impresse. È il tipico prodotto da Festival. In Vietnam il film non è stato gradito perché trasmette un’immagine decadente del paese. Ma questo, del resto, è il destino della generazione di chi ha vissuto sulla propria pelle prima una guerra fratricida senza sentirne la necessità, poi la condanna di non avere la possibilità di riscatto.