Presentato in anteprima al Festival di Cannes, Sentimental Value si è imposto fin da subito come uno dei titoli più osservati e discussi del concorso, raccogliendo un’accoglienza critica molto positiva nel corso dei mesi. Il nuovo film di Joachim Trier ha confermato l’interesse internazionale attorno al suo cinema, apprezzato per la capacità di lavorare sull’intimità, sulle relazioni e sulla memoria emotiva con uno stile sempre più essenziale, lucido e maturo.
Anche in questa nuova struggente opera, torna davanti alla macchina da presa Renate Reinsve, attrice ormai indissolubilmente legata all’universo del regista norvegese. Reinsve era stata consacrata proprio a Cannes con la Palma d’Oro per la Miglior Attrice per The Worst Person in the World (2021), riconoscimento che aveva acceso i riflettori su una collaborazione artistica diventata nel tempo uno dei sodalizi più riconoscibili del cinema europeo contemporaneo iniziate già nel 2011 con Oslo, 31 August.
Renate Reinsve, il volto emotivo del cinema di Joachim Trier
Nel cinema di Joachim Trier, Renate Reinsve occupa un posto che va oltre quello della semplice protagonista. La loro collaborazione, consolidata film dopo film, ha costruito una delle relazioni artistiche più riconoscibili e coerenti del cinema europeo contemporaneo.
Trier scrive personaggi che sembrano nascere già da un loro primo piano e da un loro silenzio, restituendo figure femminili e maschili attraversate da contraddizioni, esitazioni e vuoti incolmabili. È un cinema che lavora sull’intimità senza mai esplicitarla del tutto, affidandosi a una messa in scena che osserva più di quanto spieghi.
Dopo Oslo, 31 August e The Worst Person in the World, Reinsve è diventata il volto di un cinema che guarda all’identità come a qualcosa di instabile, in continuo movimento, mai risolta una volta per tutte. I suoi personaggi sono difficilmente decifrabili, allusivi e solo apparentemente trasparenti; il suo lavoro si fonda su una recitazione trattenuta, fatta di micro-variazioni emotive, di sguardi che arrivano prima o dopo la parola, e di una presenza scenica che non chiede attenzione ma la cattura interamente.
In questo senso, il sodalizio con Trier appare come un dialogo silenzioso ma profondo: un cinema che non impone sentimenti, ma li lascia emergere lentamente, chiedendo allo spettatore ascolto e partecipazione, con la promessa di un’esperienza emotiva che continua anche oltre la visione.

Sentimental Value, un film che lavora sulla distanza e sull’immateriale
In Sentimental Value (qui la nostra recensione completa), la sintonia artistica tra Joachim Trier e Renate Reinsve trova una nuova declinazione, più sommessa e riflessiva, forse ancora più difficile da decifrare e da fare propria. Ancora una volta viene privilegiato il silenzio, la parola mancata, il vuoto – mentale e fisico – che separa le persone.
Trier costruisce un racconto in cui l’immateriale si fa materia, dando forma a una narrazione che procede per sottrazione e sospensione. In questo contesto Reinsve non domina il film, ma lo attraversa, inscrivendosi al suo interno come parte di un tessuto narrativo che riflette sul valore affettivo delle relazioni familiari e sul peso persistente del passato.
Una scrittura complessa, multistratificata ed esigente, in cui la psicologia dei personaggi finisce per attivare un’analisi interiore anche nello spettatore. Sentimental Value è un film di indubbio spessore, ma lascia emergere una sottile tensione autoreferenziale, legata alla coerenza estrema del cinema di Joachim Trier.
La possibilità di una narrazione più ampia resta sospesa, mentre il regista continua a interrogare le tematiche che attraversano tutta la sua filmografia. Ne nasce un’opera compatta e rigorosa, che non cerca nuove direzioni quanto una messa a fuoco ulteriore. Lucida, toccante e personale sì, ma inaspettatamente stancante a lungo andare.