C’è una ragione precisa se Novecento torna oggi in sala, nel 2026, al Sudestival di Monopoli, a cinquant’anni dalla sua uscita. Non è solo un anniversario tondo, di quelli che fanno comodo ai programmi dei festival. Novecento è uno di quei film che fuoriescono dal tempo, e che ogni tanto vanno ripresi, spolverati, rimessi davanti a un pubblico nuovo, per capire non tanto com’eravamo, ma quanto siamo disposti a ricordarlo. La proiezione integrale dell’opera di Bernardo Bertolucci, prevista nel giorno 16 Gennaio, non è una nostalgia d’autore: è una presa di posizione culturale.
Di quale autore stiamo parlando, e soprattutto di quale opera?
Novecento, già approfondito qui, resta una di quelle pellicole di cui basta semplicemente guardare la copertina per capire lo stato dell’arte. Le figure immerse nella campagna emiliana, la luce che sembra già memoria, gli onesti lavoratori che esprimono un senso di appartenenza. Novecento arriva da lì: da una terra, da una Storia, da una lotta che non è mai astratta. Bertolucci non ha mai nascosto che questo film è stato il suo romanzo totale, il tentativo di raccontare l’Italia non per episodi ma per stratificazioni, come si fa con le famiglie, con i campi, con le ideologie. Così facendo ci riporta a Verga, ai ricordi di un tempo più semplice. Eppure, sebbene così apparentemente lontano e “ruvido”, più vivido del presente.
Il metodo bertolucciano è tutto qui: non raccontare la Storia, ma farla vivere. Novecento non spiega il Novecento italiano, lo mette in scena attraverso i corpi, le alleanze, i tradimenti, le eredità. Con Alfredo: uno straordinario Robert De Niro, e Olmo, un altrettanto straordinario Gérard Depardieu,
Incarnano l’ideale dilemmatico che è il senso profondo dell’opera; sono uomini che diventano simboli perché attraversano mezzo secolo di contraddizioni senza mai smettere di essere umani. La scelta di farli nascere lo stesso giorno non è un raffinato espediente narrativo: è una dichiarazione politica. Il nostro autore sta cercando una simmetria narrativa “bella da vedere”. Sta negando alla radice l’idea che il conflitto di classe sia un accidente, una deviazione storica o una patologia sociale. Non nasce perché qualcuno lo decide. È già lì, inscritto nella struttura stessa del mondo in cui nascono i due personaggi.
Tale conflitto emerge e lacera la pellicola fino ad attraversarne il lato tecnico, come si può vedere nell’incredibile prova di Vittorio Storaro (D.O.P). É uno dei cuori pulsanti del film. Definirla illuminazione sarebbe quanto mai denigratorio, perché qui la luce interpreta. Cambia con le stagioni, con i decenni, con gli stati d’animo collettivi. È una fotografia che non cerca la bellezza come ornamento, ma come condizione morale. I campi non sono mai cartoline, ma luoghi di lavoro, di sfruttamento, di resistenza. Anche quando l’inquadratura si fa magnifica, resta sempre sporca di Storia. E questo è il punto.
Così è allo stesso modo il racconto che Novecento porta ai nostri occhi; il film è un atto di coraggio che oggi appare quasi impensabile. Bertolucci si concede il tempo. Molto tempo. Non per compiacimento, ma per necessità. Perché rendere una classe sociale, un’ideologia, una nazione, non può avvenire in due ore senza tradire qualcosa. Il film procede per accumulo, per ritorni e ripetizioni. Come fanno la memoria, la Storia vera, che non va mai dritta ma gira in tondo, inciampa, cade e arretra.
E poi c’è il suo significato profondo, che non è mai stato solo politico, anche se per anni lo si è ridotto a quello. Novecento è un film romantico nel senso più alto del termine: crede ancora che il cinema possa essere un atto di fede collettivo. Crede che raccontare il passato serva a interrogare il presente. Crede che l’arte possa prendere posizione senza diventare propaganda, e che la bellezza non sia mai neutra.
Rivedere oggi Novecento significa confrontarsi con un cinema che non aveva paura di essere grande, di essere lungo, di essere scomodo. Un cinema che non chiedeva il permesso, e che non temeva di dividere. Riproporlo al Sudestival non è un omaggio museale, ma un invito implicito: ricordarci che c’è stato un tempo in cui il cinema italiano voleva raccontare tutto. E che forse, ogni tanto, dovremmo tornare ad avere la stessa ambizione.