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‘Prendiamoci una Pausa’: intervista ad Aurora Giovinazzo

L’attrice ha approfondito il suo personaggio in Prendiamoci una Pausa, riflettendo sui temi centrali del film diretto da Christian Marazziti

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Da Freaks Out a Eterno Visionario, Aurora Giovinazzo si conferma come una delle attrici più talentuose e promettenti del cinema italiano contemporaneo.

In Prendiamoci una Pausa, il nuovo film di Christian Marazziti, in uscita nelle sale italiane dal 15 gennaio, l’attrice interpreta Erica, una ragazza di diciannove anni immersa in un mondo tutto suo. Per lei la “pausa” è un imprevisto fastidioso, mentre per Gabriel, conosciuto online, diventa uno schermo dietro cui nascondere un percorso di ricerca personale che non ha mai avuto il coraggio di affrontare.
In questa intervista, Giovinazzo si racconta con totale naturalezza offrendo una visione approfondita del suo personaggio e dei temi centrali del film.

Un personaggio come specchio di una generazione

Prendiamoci una pausa attraversa tre generazioni e tre modi diversi di vivere l’amore. Tu nel film interpreti la generazione più giovane: che responsabilità hai sentito nel rappresentarla?

In generale quando si interpreta un ruolo c’è sempre una grande responsabilità, perché il film è fatto apposta per comunicare, per farsi poi delle proprie idee e per mettersi a confronto con la realtà dei fatti. Io reputo sempre il mio lavoro e il cinema come un grandissimo psicologo alla portata di tutti, perché a volte noi possiamo scoprire i nostri problemi o crearli attraverso un film o un personaggio a cui ci affezioniamo.

Il mio è un personaggio leggero che apparentemente non sembra abbia grandi responsabilità, perché è se stessa, è un personaggio giovane. Ma se lo andiamo ad analizzare bene ci sono tantissimi disagi che sono previsti dalla gioventù, cioè quelli di avere tantissimi punti interrogativi. Magari nonostante ti sia andato sempre bene tutto nella vita, arriva una cotta per una persona e non sai più chi sei, cosa ti piace. Ma sono dubbi giusti.

Io utilizzo sempre il bonus giovane, perché ancora me lo posso permettere, sul fatto che noi giovani possiamo e dobbiamo sbagliare per renderci conto poi di quello che ci piace o non ci piace. Facendo esperienze, negative o positive, riusciamo a formarci e a crescere tramite quelle esperienze. Perché un uomo più grande e più saggio affronta la vita in maniera diversa? Perché sicuramente a vent’anni ha vissuto tante esperienze. Quindi mi piacerebbe, attraverso questo personaggio, comunicare che non dobbiamo fermarci a un primo ostacolo o farci guidare dalle circostanze. È bello vivere delle circostanze negative e positive, ma è importante che poi ci facciano ragionare su tantissimi aspetti. Il tempo poi sarà dalla nostra parte, proprio perché ci fortifica e ci fa guardare la stessa situazione da altri punti di vista.

Poi il mio personaggio è bisessuale, quindi questo non vuol dire che ci vuole del tempo per capire se ti piace di più il corpo femminile o maschile, perché magari c’è attrazione per entrambi e anche lì non è un problema. Anche la battuta “Sono matta o sono solo un po’ mignotta” è bello che faccia ridere, ma se si va ad analizzare più a fondo potrebbe anche essere un’offesa. È contorta come battuta.

Questa frase lei la pronuncia davanti alla psicologa, perché a un certo punto decide di intraprendere un percorso di terapia. Quanto pensi sia significativo raccontare una ragazza così giovane che sceglie di chiedere aiuto?

Io non riesco ancora a capire se l’analisi stia diventando sempre più comune oppure se ci siano sempre più persone bigotte che pensano che se vai dallo psicoterapeuta sei mentalmente squilibrato. Quindi l’esempio è bello e giusto, perché se hai dei problemi non è giusto parlarne solo in famiglia, perché hai uno sguardo familiare e diverso. Una famiglia tiene a te e vuole formarti un po’ come loro, mentre è importante parlarne con una persona che non ha contatti con te e solo lì riceviamo un parere vero, più giusto.
Infatti il personaggio che interpreto va dallo psicologo per aiutare se stessa e stare bene in autonomia; è quello che poi la salva. Perché lei sta bene pensando di stare con tante persone: le amiche, le varie frequentazioni che ha. Lei vive le circostanze ma non ha mai riflettuto sulla sua persona. A volte la mancanza di qualcosa ti fa aiuta a considerare il problema. Rimanere un po’ da sola e farti aiutare da qualcuno è molto più semplice e importante di quanto si possa pensare.

Il cinema e la responsabilità sociale

Secondo te il cinema ha una responsabilità nel normalizzare il tema della salute mentale, soprattutto quando si rivolge a un pubblico giovane?

Io penso che il cinema in generale abbia una grossa responsabilità su tutto. Poi stiamo seguendo, come tutte le cose, le mode, quindi oggi ci stiamo concentrando di più su questo aspetto: sulla crescita di un ragazzo, sulle problematiche che affronta a scuola e nella vita sociale. Oggi è arrivata la responsabilità del cinema di affrontare queste tematiche e renderle normali. Adesso sta andando di moda, ed è giustissimo, inserire nei progetti relazioni gay. È naturale che si voglia normalizzare questo aspetto, soprattutto per le generazioni future. Il cinema deve fare questo lavoro perché è una cosa giusta e perché è uno strumento di comunicazione potentissimo.

Parliamo di realtà e di personaggi inventati ma fondamentalmente reali, quindi sono storie vere. Io sono rimasta piacevolmente colpita dalla battuta di Walter quando fanno la carbonara di notte e il figlio gli dice: “A te dispiace che sono gay?”. Se fosse stato un film diverso avrebbe potuto rispondere “non mi dispiace”, invece dice “sì, mi dispiace”. È una battuta strana perché il pubblico si aspetta una crescita da parte di un papà, invece è reale. Per me è stato un pugno allo stomaco, perché Walter avrebbe potuto salvarsi in calcio d’angolo e invece è rimasto coerente con se stesso. Ed è giusto così, perché poi stiamo parlando di un’altra generazione quindi non possiamo cambiare la mentalità, purtroppo siamo noi che dobbiamo comprendere la loro stranezza oggi.

Aurora Giovinazzo

Il peso delle influenze sociali e familiari

La storia di Erica nel film ruota attorno a queste frequentazioni, ma dietro c’è molto altro secondo me. Quali fragilità della nostra generazione, secondo te, emergono attraverso il personaggio di Erica?

Io non penso che nel caso di Erica il problema della fragilità e dei dubbi sia mosso da un ambito familiare, perché non è raccontato e poi non me lo immagino. Però tra i giovani la maggior parte delle volte ci sono divergenze familiari, genitori che non accettano i propri figli, che non capiscono che i figli sono diversi da loro e hanno aspirazioni diverse. A volte le fragilità nascono dalla famiglia o da altri contesti come la scuola, qualche presa in giro o delle circostanze sbagliate, parlando anche delle mode. Quando frequentavo il liceo artistico, ad esempio, ho notato che alcuni comportamenti venivano adottati più per emulazione e curiosità nei confronti delle persone più popolari della scuola, piuttosto che per una scelta autentica. Oggi i social fanno anche questo. Io personalmente Erica la vedo come una ragazza con un forte carattere che viene destabilizzata da una cotta che si è presa per questo ragazzo.

Addirittura lo raggiunge fino al suo paese perché vuole parlargli, anche se poi rimane destabilizzata da quello che lui le dice.

Ma è proprio questo il bello, perché l’amore di un ventenne è un amore folle che ti spinge a fare tante cose. È poco razionale rispetto a un amore di un trentenne o di un quarantenne, perché ha vissuto tante esperienze. È un’intensità che purtroppo molti perdono con l’età, ma secondo me l’amore folle deve far parte di noi sempre.

Tornando alle tematiche affrontate nel film. Quanto pensi che la società contemporanea influisca sulle crisi emotive e relazionali raccontate nel film?

Tanto, credo. Perché il mondo di oggi è fondato sul consumismo. Solo che il consumismo non si è limitato agli oggetti o ai vestiti, ma anche alle relazioni. Oggi siamo più spavaldi, arroganti e orgogliosi, un orgoglio che fa male soprattutto a se stessi e alle relazioni. Quindi purtroppo le relazioni si devono interfacciare tantissimo con la società di oggi. Quelle poche persone che cercano di riparare anziché buttare via, per me sono sante e sono da prendere come esempio. La pausa secondo me ci può stare. A volte viene vista come una scusa, ma può essere anche una cosa costruttiva, un modo per modificare la propria routine, avere nuovi stimoli, pensare a se stessi e crescere.

Tu ti senti, in qualche modo, vicina a Erica o del tutto distante da lei?

Io ho preso come reference l’atteggiamento e un po’ il carattere di mio padre, per quanto riguarda l’energia nel parlare, anche dal punto di vista fisico, nel modo in cui si esprime, perché io gli somiglio. Però per il resto non sento nessuna somiglianza. Io i manga non li sopporto, quel trucco forte non mi appartiene, io non mi trucco e mi sono ritrovata a non riconoscermi in volto. È uno stile di vita che non mi appartiene per niente, però è stato divertente interpretarlo. È il divertimento del nostro lavoro: interpretare personaggi diversi da te, con passioni diverse, e arrivare a capirli talmente tanto che magari ti inizia a piacere qualcosa. Io non vedevo l’ora di finire, perché su Instagram avevo solo manga (ride). 

La costruzione del personaggio 

A tal proposito mi chiedevo: tu quando lavori su un personaggio, come ti approcci generalmente?

Io di solito non me ne accorgo, ma ho un’amica che se ne accorge sempre. Mi dice che ogni volta che faccio un film mi vede diversa. Se studi un personaggio e ne prendi le sembianze, anche nella quotidianità inizi a rispondere come lei, ad avere il suo carattere. Un po’ ti aiuta e un po’ magari nemmeno te ne accorgi. La cosa bella è  quando finisci il film e ti porti dietro le cose che ti piacciono di più di quel personaggio, mentre per il resto torni te stessa. C’è chi si immerge completamente in un ruolo ed è giustissimo, ma a volte è anche giusto staccare. Mi ricordo che ho fatto un provino per una ragazza autistica, ci ho lavorato sette giorni e andava di pari passo con la mia prima uscita con il mio attuale fidanzato. Io ci sono andata con quell’atteggiamento, perché quando lavoro mi chiudo molto. Però in quel caso mi piaceva l’idea di vedermi con lui così anche se glielo avevo già accennato che stavo studiando per questo provino (ride).

Guardando al futuro, che tipo di personaggi o di storie ti piacerebbe esplorare?

Fino ad oggi mi sento estremamente fortunata e spero di dare l’idea di essere un’attrice versatile, perché questo è il mio obiettivo. Non voglio essere accostata solo a un certa tipologia. Io cerco il vero, quindi mi piacciono film su storie vere o più autoriali. Le commedie mi piacciono tantissimo e l’ho sperimentato qui con Prendiamoci una pausa, perché è la prima commedia che ho fatto e la prima volta che il mio personaggio fa ridere. Io vado dove mi porta lo stimolo.

C’è stato un periodo in cui ho interpretato diversi ruoli fisici perché ho un corpo atletico, essendo un’ex atleta. Ho fatto Freaks Out, L’uomo sulla strada dove ero una nuotatrice, The Cage sull’MMA. Poi ho avuto la fortuna di scegliere anche un film su una storia vera, come quello su Pirandello (Eterno Visionario), in cui interpretavo la figlia. Continuare su questa linea per me è molto gratificante.