Il Cinema Massimo apre il nuovo anno con una retrospettiva dedicata a Mario Martone, figura centrale del cinema italiano contemporaneo. Dal 9 al 24 gennaio il programma attraversa l’intera filmografia del regista, mettendo in dialogo cinema, teatro, letteratura e Storia, secondo una linea curatoriale netta: la Storia non come semplice ricostruzione, bensì come materia viva, chiamata a dialogare con il presente. È sempre una questione di eredità, si legge nel testo introduttivo, e di una tensione politica ed etica che attraversa i corpi, i luoghi e le lingue.
All’interno della rassegna Martone sarà presente in sala per introdurre alcuni titoli chiave come L’odore del sangue, L’amore molesto, Fuori e Noi credevamo. Un ritorno significativo anche per il suo rapporto con Torino, città che attraversa in modo decisivo il suo percorso artistico. Noi credevamo nasce infatti in dialogo con il Piemonte e con i luoghi del Risorgimento, mentre Il giovane favoloso affonda le sue radici nell’esperienza teatrale torinese delle Operette morali. Torino non diviene dunque solo uno spazio produttivo, bensì un luogo di pensiero, di stratificazione culturale e di attraversamento tra linguaggi.
Durante l’incontro, a partire dai nodi proposti dal programma, anche noi di Taxidrivers abbiamo posto una domanda direttamente legata al senso della retrospettiva e al modo in cui Mario Martone lavora con la Storia.

Lavorare su personalità realmente esistite
Desideravo fare una domanda legata al programma. Lei citava poco fa quanto la Storia sia centrale nella sua filmografia. Nel testo della retrospettiva si ribadisce che nei suoi film la Storia non è mai solo una ricostruzione, bensì un dialogo con il presente. Quando lavora su figure realmente esistite, come nel caso di Scarpetta, sente più il peso della fedeltà storica o quello della responsabilità verso il presente?
Ma sai che cos’è? Non sento nessun peso, perché c’è la spinta e anche una follia nel dare vita non soltanto ad un personaggio, ma a un mondo. Chiaramente, proprio nel caso di Scarpetta, c’è Scarpetta e c’è il mondo che troviamo intorno a lui. C’è qualcosa che ha a che fare con qualcosa di dionisiaco nel mettere mano a un mondo che non c’è più. Provare a ridare vita a questo mondo con attori, attrici, scenografi, costumisti diventa proprio un ridare vita, perché il problema non è la ricostruzione.

Posso fare un esempio su Noi credevamo. Ho lavorato per la prima volta, da ignorantissimo nei confronti del Risorgimento qual ero, e soprattutto ignorantissimo dell’Ottocento italiano. Perché io ero affascinato dall’Ottocento francese o inglese, mentre quello italiano, quando andavo a scuola, mi sembrava poco affascinante. Invece, approcciando Noi credevamo, cominciammo a lavorare su quel mondo. Scopro le lettere, gli epistolari, che sono pazzeschi, perché laddove nei romanzi e nella letteratura c’era un bisogno di controllo della lingua, tra l’altro una lingua che non era condivisa come l’inglese per gli inglesi o il francese per i francesi, ma una convenzione, negli epistolari emergeva una forza diversa. In quel tempo si parlavano i dialetti, lo sapete bene. Cavour parlava piemontese, francese, mica parlava italiano.
Io scrivevo i dialoghi utilizzando proprio stralci di queste lettere e quindi quella lingua lì. Quando portavo il testo ai finanziatori, ai produttori, alla Rai, dicevano: scusate Mario, ma è assurdo. Non si possono far parlare i personaggi in questo modo, bisogna adattare, attualizzare i dialoghi. Quello è stato uno dei punti più difficili, perché la questione non è attualizzare il passato. Attualizzare significa falsificare. Far rivivere il passato, invece, significa far rivivere la lingua, ed è fondamentale.
In questo processo sono stati grandi alleati gli attori e le attrici, perché erano loro a capire questo lavoro di immersione nella lingua. È una cosa misteriosa, una specie di rito. Fai venire fuori dei fantasmi e li rendi vivi.
Mario Martone: i discorsi dentro e fuori dal film
Naturalmente uno cerca di non fare errori nella ricostruzione, oppure di farli volutamente, ma di non essere cialtroni. Se c’è un anacronismo o un diverso modo di rappresentare, è perché il cinema non è un saggio, però tutto deve essere sotto controllo. Per me si tratta soprattutto di un rito collettivo molto entusiasmante, di ridare vita.

Non si può fare cinema schiacciati da niente, dai problemi del tax credit o del ministero. Bisogna riuscire, ed è difficilissimo, a fare cinema liberandosi il più possibile di tutte le questioni esterne. C’è una bella espressione che spesso abbiamo usato con Renato Berta, il grande direttore della fotografia svizzero-francese con cui ho fatto tre film, tra cui Il giovane favoloso. Quando si prepara un film ci sono i discorsi nel film e i discorsi fuori dal film. I discorsi fuori dal film sono quelli su quanto potrà incassare, su cosa potrà succedere. I discorsi nel film sono quelli necessari a fare il film e non devono essere inquinati.
Poi c’è il film, che incassa o non incassa. Sono cose inutili da costruire a tavolino, perché la storia del cinema è piena di progetti destinati a grandi successi commerciali che non hanno funzionato e, viceversa, di film nati senza aspettative che hanno creato mondi. Città di pianura ne è un bell’esempio: un film nato dal nulla, su cui nessuno pensava potesse incassare. È chiaramente un film pensato nel film. Si vede che il pensiero di chi lo ha fatto era lì dentro. E infatti è un mondo in cui si entra, in cui ci si immerge.
Si tratta di un film fatto da un collega. I film dei colleghi fanno parte anche della tua vita. Una filmografia è sempre bella da incrociare con quelle degli altri autori.

Cosa ci riserverà la sua futura Filmografia
L’incontro al Cinema Massimo restituisce con chiarezza l’idea di cinema di Mario Martone come pratica di immersione e di evocazione. La Storia non è mai un repertorio da illustrare, bensì una materia da attraversare, da rianimare attraverso la lingua, i corpi ed il lavoro collettivo.
Martone ha anche accennato il suo prossimo progetto, confermando il desiderio di continuare a muoversi lungo questa linea di confine tra passato e presente, tra figure reali e mondi da reinventare. Scherzetto si basa su un libro scritto da Domenico Starnone, con protagonista Tony Servillo, che verrà ambientato nella città natale: Napoli. Un cinema che rifiuta la pacificazione, che non si lascia schiacciare dalle logiche produttive e che continua a interrogare il tempo storico come spazio di conflitto e di possibilità.