Quando un manga approda sul grande schermo e improvvisamente diventa “l’evento dell’anno”, potrebbe sembrare che la sua storia nasca lì, tra effetti digitali, trailer spettacolari e sale piene. Eppure la storia inizia molto prima. In una scrivania piena di bozze, nella tenacia di un autore che insiste a raccontare il mondo a modo suo, con linee imperfette e pagine ancora vuote, come un’inquadratura che resta nella mente anche dopo il buio in sala.
Ma il linguaggio dell’animazione si è fatto più audace, la tecnologia ha smesso di invecchiare i capolavori e le nuove generazioni hanno cominciato a chiedere di più: più emozione, più ritmo, più autenticità.
Da lì, quelle stesse opere hanno iniziato a espandersi e a cambiare pelle: prima come anime, poi come adattamenti live-action e persino come serie TV.
Devilman, l’opera di Go Nagai

Devilman Crybaby (2018).
Alcuni manga non si sono limitati a cambiare formato: hanno cambiato il modo stesso di raccontare.
Un esempio lampante è Devilman (1972) di Go Nagai perché sin dalla sua prima apparizione ha generato una sorprendente quantità di adattamenti animati e reinterpretazioni.
Akira Fudo, un ragazzo apparentemente fragile, diventa Devilman fondendosi con un demone. Tuttavia il cuore dell’opera non è la trasformazione mostruosa, ma quella interiore.
Dietro i demoni, infatti, c’è la guerra. Nagai immagina Devilman come una sorta di “esperimento”: cosa accadrebbe se un ragazzo comune fosse trascinato in un conflitto, obbligato a uccidere per sopravvivere? L’opera diventa un avvertimento anti-bellico, attraversato da quella paura di un mondo che scivola verso l’autodistruzione.
Qui il “mostro” non è più il nemico da abbattere: è lo specchio dell’uomo.
Ed è questa stratificazione che permette al manga di rimanere influente nel tempo, dando vita a diversi adattamenti, tra cui: Devilman Crybaby (2018) di Masaaki Yuasa, che reinventa l’opera con uno stile visivo audace, un tono più adulto e una narrativa più fedele alle tematiche cupamente esistenziali del testo originale.
Questo adattamento moderno non solo ripropone la storia, ma la rende rilevante per un pubblico globale contemporaneo, mettendo l’accento su quei temi profondamente umani e che, purtroppo, rimangono sempre attuali.
Urusei Yatsura e il magnetismo senza tempo di Takahashi

Urusei Yatsura (2022-2024).
Rumiko Takahashi attraverso Urusei Yatsura (in Italia Lamù) segna una miscela esplosiva di fantascienza, romanticismo e caos che cattura l’immaginazione fin dal 1978.
Ilmanga racconta le avventure dell’eterno sfortunato Ataru e della capricciosa aliena Lum, un rapporto surreale che diventa il nucleo pulsante di un mondo dove la quotidianità finisce costantemente fuori binario.
Quest’opera ha lanciato la carriera di Takahashi, trasformandola in un punto di riferimento per intere generazioni e fissando il modello della commedia romantica sci-fi (Ranma ½, Maison Ikkoku, Inuyasha).
“Voglio disegnare un manga che possa apprezzare in seguito. Perché, se non lo trovo interessante io per prima, dubito che possa piacere davvero anche ai lettori.”
Dentro questa dichiarazione si intravede il progetto creativo di Takahashi: offrire storie che permettano di alleggerire il peso della quotidianità attraverso il riso. Una leggerezza consapevole, che l’autrice ricerca tanto nel manga quanto nei successivi adattamenti animati.
Urusei Yatsura (serie 2022-2024) dimostra come un’opera di oltre quarant’anni possa essere rilanciata con successo per pubblici diversi. Il lato comico, che diventa animazione, si trasforma in puro tempo scenico, conservando, però, il cuore narrativo del fumetto.
L’autore che ha tracciato la strada
Nel percorso creativo di Akira Toriyama emerge un’idea semplice ma potentissima: costruire mondi in cui il divertimento visivo convive con una crescita costante dei personaggi.
Già con Dr. Slump paiono delinearsi i primi mattoni di un linguaggio che unisce spontaneità, vivacità e relazioni di gruppo. Quella leggerezza, apparentemente naïf, diventa il terreno su cui Toriyama sperimenta la sua drammaturgia.
È proprio questa combinazione a rendere le sue opere naturalmente adattabili nell’animazione e nella cinematografia. Dando inizio alla nascita di quello che oggi si riconosce come modello narrativo del battle shōnen.
Non è un caso che autori come Eiichiro Oda (One piece) e Masashi Kishimoto (Naruto) abbiano guardato a Toriyama come a un riferimento decisivo, anche dopo la sua scomparsa, lasciando un’eredità che ancora oggi orienta chi racconta mondi di avventura.
Ghost in the Shell, lo stesso mondo, nuove domande

Ghost in the Shell (2026)
C’è un motivo per cui Ghost in the Shell continua a tornare. Archiviato spesso come semplice cult cyberpunk, finisce puntualmente per riemergere come riflessione sull’identità, anima e “ghost” all’interno di un corpo artificiale. Un interrogativo che tutt’ora risuona forte nel dibattito sulle IA e sul rapporto con le macchine.
Ma ciò che rende il mangadi Shirow così adatto a essere raccontato sul grande e piccolo schermo non è solo la ricchezza visiva del mondo futuristico o le sequenze d’azione spettacolari, bensì la sua profondità filosofica e la capacità di interrogare il presente.
Dopo il film d’animazione di Mamoru Oshii (1995), il franchise ha visto molteplici adattamenti, dove ciascuna interpretazione ha letto il testo originale con occhi diversi, rispondendo all’epoca in cui venivano realizzate e ai temi “caldi” del proprio tempo, lasciando un segno che arriva fino al cinema occidentale (basti pensare a Matrix).
E ora, a quasi quattro decenni dall’esordio delmanga, Ghost in the Shell torna (ancora) alle origini con una nuova serie anime prodotta da Hajime Sorayama.
“Ho realizzato il design mettendoci il mio personale rispetto e affetto per Masamune Shirow. Pur rimanendo fedele al concept di Ghost in the Shell, ho voluto riflettere anche la mia estetica. Credo di essere riuscito a dimostrare che anche un logo ormai familiare può rinascere, a seconda delle idee e del concept.” – Sorayama
Questa nuova produzione non vuole solo sfruttare il nome già iconico, ma riportare la filosofia di Shirow al centro, esplorando ancora una volta quei temi intrinsechi che rendono unica quest’opera.
Berserk, più grande di chi prova a raccontarlo

Berserk Golden Age Arc I: Egg of the Supreme Ruler
Berserk è diverso da tanti altri manga adattati, e sotto l’orrore e la brutalità visiva (a tratti persino gore) pulsa una meditazione profonda sulle dinamiche umane.
Il racconto di Guts, che incarna la lotta dell’uomo contro un destino che sembra già scritto, si intreccia con quello di Griffith, la cui ambizione diventa metafora di caduta morale e ossessione. Tra i due non c’è solo rivalità: c’è ammirazione, gelosia, bisogno dell’altro. Ed è proprio questo legame a interrogare cosa significhi davvero essere liberi.
Su questa tensione si fondano anche i numerosi adattamenti: dall’anime del ‘97, capace di restituire la profondità dei personaggi nonostante i limiti tecnici dell’epoca, alla trilogia cinematografica Golden Age Arc (2012–2013), che tenta di condensare una saga monumentale in tre film, fino all’ultimo riadattamento del 2017.
Ma le reazioni restano contrastanti: da un lato si apprezza l’impatto emotivo di alcune sequenze, dall’altro se ne critica la compressione narrativa e la perdita di dettagli rispetto all’opera originale.
La domanda che comunque accompagna ogni nuova trasposizione è sempre la stessa: quanto di quell’anima, di quell’inquietudine, può essere tradotto senza svanire?
Forse, il motivo per cui il manga rimane la forma più amata, è che lo stile di Kentarō Miura vive di pause e dettagli, che sullo schermo faticano a trovare spazio. Nei riadattamenti subentrano vincoli di tempo, di budget dove quell’intensità finisce per assottigliarsi.
Ma proprio questo tentativo continuo di afferrare qualcosa che sfugge mostra quanto Berserk resti un’opera viva e costantemente discussa.
Trigun. Può un ideale sopravvivere al futuro?

Trigun Stampede (2023).
L’universo creato da Yasuhiro Nightow, un pianeta desertico, tecnologia decadente e una fantascienza vissuta, unisce azione e riflessione morale.
Al centro si trova Vash, pistolero leggendario che giura di non uccidere: un protagonista contraddittorio che rende le sue battaglie qualcosa di più di semplici sparatorie.
L’anime del ‘98 ha contribuito a fissare questo immaginario come cult, grazie al mix di atmosfere western e tensione drammatica. Ma è con Trigun Stampede (2023), prodotto da Katsuhiro Takei, che il manga viene ricostruito con linguaggio visivo moderno.
“Personalmente, credo che solo quando esiste un terreno capace di accettare stili diversi, allora l’anime diventa davvero ricco […] ho progettato Trigun Stampede perché volevo che l’animazione giapponese di oggi ritrovasse la sensazione di grandezza che avevano le opere degli anni ’90.” – Katsuhiro Takei
La 3DCG di Studio Orange valorizza la componente fantascientifica e le sequenze d’azione, offrendo una lettura più compatta delle origini e delle motivazioni dei personaggi. In questo processo emerge la duttilità del materiale originale, pensata per dialogare con le tecnologie di oggi.
La serie continua a crescere proseguendo con Trigun Stargaze (previsto per il 2026), annunciato come nuovo capitolo in grado di espandere temi, relazioni e portata spettacolare.
La delicatezza di Ai Yazawa

Paradise Kiss
Le opere di Ai Yazawa si distinguono nettamente da gran parte dei manga più popolari. Ma che cosa le rende diverse dagli altri? Invece di puntare su battaglie, poteri e spettacolarità, mettono al centro le emozioni, i rapporti e il modo in cui le persone cambiano.
La sua prima opera, che ha ottenuto una visibilità radicata nel mainstream, fu Paradise Kiss (1999–2003), un racconto di giovinezza e identità che rompe gli stereotipi e mostra personaggi costretti a confrontarsi con paure, desideri e compromessi. La profondità emotiva ha reso l’opera un punto fermo della narrativa josei/shōjo più matura.
Da lì il passaggio a Nana appare naturale: lo stesso sguardo attento sui legami umani si amplia in un vero dramma generazionale. Le trasposizioni animate, pur efficaci, operano una selezione e una riduzione del materiale narrativo, aprendo da anni un dibattito su quanto possano restituire la complessità dell’opera originale.
Non stupisce, dunque, che il desiderio di una ripresa (ancora oggi indefinita) o di un nuovo riadattamento rimanga aperto nella community.
Sinergie che fanno epoca
Negli anni più recenti molti titoli hanno assunto un peso diverso, perché non sono rimasti confinati soltanto alla pagina dei manga, ma si sono espansi attraverso gli anime fino a diventare fenomeni di portata globale.
In alcuni casi la fama di Shingeki no kyojin (L’Attacco dei Giganti), Demon Slayer e Jujutsu Kaisen nasce da una sinergia tra opera e animazione. Il manga costruisce mondi, personaggi e mitologie profonde, mentre l’anime ha moltiplicato l’attenzione e l’ingaggio di chi forse non si sarebbe avvicinato alla versione cartacea, allargando il pubblico ben oltre la nicchia degli appassionati e contribuendo a far percepire l’animazione giapponese come media di riferimento su scala mondiale.
Tatsuki Fujimoto e la nascita di un linguaggio che travalica i formati

Tatsuki Fujimoto 17-26.
Nel panorama contemporaneo del fumetto giapponese, Tatsuki Fujimoto rappresenta il caso di un mangaka capace di costruire una visione riconoscibile che continua a riecheggiare attraverso formati, generi e generazioni.
Ciò che per molti creatori coincide con l’obiettivo di un’intera carriera (vedere almeno un’opera adattata) nel suo caso si è concretizzato più volte, in forme diverse e sempre accompagnato da un’attenzione significativa da parte dell’industria e del pubblico.
La sua antologia di racconti brevi Tatsuki Fujimoto 17–21 e 22–26 costituisce il punto d’osservazione privilegiato per seguire questa evoluzione, ovvero, mostrare una capacità sorprendente di muoversi dal surrealismo ironico al dramma più intimo, anticipando la maturità creativa raggiunta poi in Chainsaw Man e Look Back (per esempio le sfumature particolarmente evidenti negli ep. Nayuta of the Prophecy e Sisters).
Il fatto che queste storie abbiano trovato spazio in un’antologia anime, non risponde soltanto a logiche commerciali: è piuttosto il segno di una scrittura già solida, che trascende l’idea di opera minore tipica dei primi lavori.
Gli studi coinvolti hanno affrontato il progetto con rispetto e ambizione, elevandole oltre la semplice “curiosità da fan” e trasformandole in un prodotto visivo che segnala un nuovo modello di influenza culturale nel passaggio dai manga all’animazione.
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