Presso il Cinema Barberini di Roma si è tenuta la conferenza stampa di Gomorra – Le origini, il nuovo attesissimo capitolo targato Sky, incentrato sull’adolescenza di Pietro Savastano. A vestire i panni del protagonista, il giovane Luca Lubrano, presente all’incontro, in compagnia dei registi Marco D’Amore e Francesco Ghiaccio, oltre che degli autori, produttori e del resto del nutrito cast. La serie va in onda su Sky e in streaming su NOW dal 9 gennaio 2026. Ad anticiparla è il vodcast condotto da Pablo Trincia, affiancato da D’Amore, che porta il pubblico a dare uno sguardo più da vicino alla saga e a ciò che l’ha resa un vero e proprio fenomeno.
Gomorra – Le origini. Il vodcast sarà disponibile dal 23 dicembre su tutte le principali piattaforme streaming e poi, con un episodio al giorno, il 3, 4 e 5 gennaio alle 20.30 su Sky Documentaries e alle 23.25 su Sky Atlantic. Un progetto della Content Factory di Sky, il laboratorio editoriale dedicato allo sviluppo di format originali capaci di unire linguaggi, piattaforme e nuove modalità di racconto.
Gomorra – Le origini | La conferenza stampa aperta da Marco D’Amore
Figura chiave sin dall’inizio della saga – dopo aver vestito anche i panni di Ciro l’immortale – Marco D’Amore ha aperto le danze della conferenza stampa di Gomorra – Le origini. «All’inizio ho detto no, perché nutro un sentimento di profondissima riconoscenza e devoto amore verso questo progetto, per chi lo ha pensato e realizzato. A bilancio di dieci anni di vita, sentivo di non avere la capacità di dare ancora qualcosa, nutrendo anche un pregiudizio. Invece sono stato smentito.»
«Spesso ci hanno chiesto quando avremmo ripreso Gomorra – ha spiegato Niels Hartmann, Executive Vice President di Sky Studios Italy – che resta la serie più vista di Sky. Se dal punto di vista del marketing sarebbe stato facile andare avanti, qui abbiamo sterzato e preso un’altra strada, con un’idea condivisa e un grande senso di responsabilità.»
«Abbiamo tutti un legame affettivo con battute, personaggi e situazioni – ha aggiunto Riccardo Tozzi, fondatore e presidente di Cattleya – ma quando c’è un’idea giusta, il resto viene da sè. Qui abbiamo una Napoli completamente diversa, così come un colore e un calore della serie diversi.»

La Napoli degli anni Settanta in Gomorra – Le origini
Sul discorso non può che riprendere parola D’Amore, che ci ha tenuto a sottolineare quanto Napoli sia «una fonte inesauribile di talenti.
Il talento è endemico in noi.
Il dialetto napoletano diventa lo slang, a dimostrazione di come possiamo fare anche noi serie in lingua originale. Il napoletano del 1977 è diverso da quello di oggi e abbiamo fatto un lavoro molto preciso, di pulizia, perché ha modificato anche la sceneggiatura. Sono felice che siamo riusciti a riportarlo a galla.» E all’importanza del linguaggio si è agganciata anche la sceneggiatrice Maddalena Rovagli: «Il racconto della realtà è anche quello del linguaggio, se non penetri in questa dimensione del linguaggio non puoi raccontare la realtà.» Motivo per cui sono è stata realizzata una «lunghissima serie di interviste a persone che vivevano lì in quel periodo», come ha precisato Leonardo Fasoli
Per quanto riguarda le location, ha ripreso la parola D’Amore: «Abbiamo riambientato la Secondigliano del ’77 a San Giovanni a Teuccio, dal momento che aveva una dimensione molto simile. Poi abbiamo spostato una fetta di racconto a Nola. Per fortuna Napoli conserva la palette degli anni Sessanta e Settanta.»
Riferimenti e omaggi
A chi ha visto echi di Sergio Leone nella regia, sempre D’Amore ha voluto chiarire che in tutti i suoi lavori ha «rubato qualcosa da C’era una volta in America, per via del sentimento di stupore provato da ragazzino. Per me è bellissimo contaminare e omaggiare. Qui c’è un’indagine molto precisa della realtà, ma per fortuna esistono anche le licenze poetiche. Noi ci poniamo domande, a cui ogni spettatore darà le sue risposte. Questo ci agita quando scriviamo non abbiamo la volontà di educare o insegnare niente a nessuno.
Sono echi di domande che ci tormentano.
Ho sempre pensato al mio mestiere come precario – ha aggiunto, cambiando discorso – il nostro lavoro è visto marginale, ma poi la vita mi ha fatto imbattere in esperienze personali che mi hanno fatto pensare che noi serviamo. C’è un’intelligenza del cuore che è necessario alimentare, soprattutto in un momento di deprivazione dei sentimenti.»

A conclusione ha parlato Flavio Furno, interprete di O’Paisano: «Cercavo un ruolo così da vent’anni, e me lo sono preso con grande entusiasmo. Questo è un progetto pieno di cuore, di passione, di riferimenti letterari e so che sono anche quelli di Marco. Mi sembra di essere entrato in una famiglia. La realtà è solo una base su cui costruire e ci siamo spinti in una direzione ancora più cinematografica. Mi sono divertito da morire.»
*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.