In concorso per il premio Pride dell’edizione 2025 del Florence Queer Festival anche Tre canarini – Storie oltre la monogamia di Nicola Pignatale da un’idea di Roberto Mauri e altri autori. Il film è prodotto da Omphalos LGBTI e Formiche Film.
Un documentario sul poliamore a partire dalla storia di Davidson, Marco e Gianluca, i primi tre uomini in Italia uniti in un matrimonio a tre. Una serie di testimonianze su cosa voglia dire avere relazioni oltre la monogamia in una società strutturata sulla coppia come suo elemento fondante. (Fonte: Florence Queer Festival)
Nel contesto del festival abbiamo fatto alcune domande a Nicola Pignatale e Roberto Mauri.
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Nicola Pignatale e Roberto Mauri: l’idea dei Tre canarini
Come avete avuto l’idea per questo film e come avete conosciuto i protagonisti?
Roberto: Le relazioni non monogamiche sono uno dei segni delle organizzazioni LGBTQIA+. L’apertura della coppia verso altri orizzonti è una cosa che appartiene al nostro mondo. E noi, nella nostra associazione, abbiamo delle persone (due di queste persone compaiono nel film) che sono anche militanti e attivisti. Ci siamo resi conto che 20/30 anni fa era inimmaginabile una coppia di maschi o di donne che avessero dei figli. Trent’anni prima era inimmaginabile confessare ai propri genitori di essere gay, lesbica o trans.
Quindi ci siamo detti che se questa è una delle barriere da superare, dovevamo superarla. L’orientamento del gruppo Cultura, che è interno ad Omphalos da tre anni, è quello di produrre cultura persistente, oltre a promuovere libri, fare rassegne cinematografiche. Questo è il terzo film che realizziamo, abbiamo cominciato su questa strada nel rispetto del mandato del gruppo Cultura di Omphalos.
Quindi nasce da loro, dalla loro idea che poi abbiamo lavorato insieme ed è diventato un film di tante opinioni differenti che poi insieme creano un discorso unico e compatto.
E, a proposito di quanto detto, voglio fare una precisazione necessaria: Nicola non fa parte dell’associazione, ma è una persona che abbiamo raggiunto in virtù della sua professionalità, del suo essere regista. Lui è entrato perfettamente nella dinamica del lavoro, nel tema dell’associazione, andando in profondità con garbo e delicatezza. Tanto che oggi lo consideriamo uno di noi: lui fa parte del gruppo di lavoro insieme ad altri di noi. Si è creato, quindi, anche un legame.
Cos’è Omphalos
Prima di parlare del film, però, a questo punto ti chiederei una parentesi sull’associazione. Cos’è in breve?
Roberto: Omphalos è la più antica e grande organizzazione LGBTQIA+ dell’Umbria e funziona come un aggregato di servizi e di gruppi (gruppo donne, giovani, anziani, cultura, il centro antidiscriminazione, la casa al rifugio…). Ognuna di queste cose è autonoma, ma nessuna è indipendente. Facciamo tutti riferimento allo stesso direttivo e le scelte dell’uno sono condivise anche con gli altri gruppi e gli altri servizi. L’idea di produrre questo documentario nasceva dal mandato del gruppo cultura: quello di promuovere la cultura LGBTQIA+ all’esterno dell’associazione.
Per esempio noi organizziamo un cinepride in un cinema di Perugia, ma organizziamo anche rassegne letterarie, una che dura da ottobre fino ad aprile ed è ospitata dalla Feltrinelli e da altre due librerie nessuna delle quali è marcatamente LGBTQIA+.
Quindi questo film nasce proprio in quest’ottica: la produzione e lo sviluppo di un tema che ci appartiene e che possa arrivare tra le mani di chiunque.
L’inizio del film spiegato da Nicola Pignatale e Roberto Mauri
Entrando nel merito del film partirei dall’inizio e dalla prima scena che inevitabilmente colpisce perché, a primo impatto, sembrerebbe quasi scollegata dal resto: è a colori, c’è il volto di una ragazza e una domanda senza contestualizzare niente. Si entra nella storia a gamba tesa. Come mai? C’è una motivazione specifica?
Nicola: L’utilizzo dei colori in un film che è per la maggior parte in bianco e nero nasce dall’idea di mettere in risalto l’esplosione di tutti i colori, perché alla fine in realtà ci sono tutti i colori nel film. A volte singolarmente, a volte con inquadrature direttamente prese dal Pride, che ovviamente sono tutte a colori. Il fatto che la maggior parte del film sia in bianco e nero permette di far risaltare il colore quando arriva.
Nello specifico la scena iniziale alla quale fai riferimento nasce anzitutto dalla volontà di partire già con un discorso avviato, cioè in medias res. Si parte da questo incipit iniziale, con questa domanda a cui questa ragazza non ha una risposta, per poi passare a queste riprese del Pride e in dissolvenza ci troviamo davanti ai tre protagonisti che dietro hanno una foto sfocata, che è una foto del Pride. Quella dissolvenza, che dal colore ci porta al bianco e nero per la prima volta, secondo me serviva per mettere in risalto l’importanza di quello che verrà detto dopo. Quello che la ragazza non sa viene portato dentro questa stanza e dentro queste facce. Perché è un film di primi piani: sono quasi solo primi piani di persone che parlano e a volte si contraddicono, altre invece sono d’accordo. Ed è un film, appunto, sui vari modi soggettivi di vivere la propria situazione. Non è un film di regole.
A proposito di primi piani, io avevo interpretato questa scelta come un concentrarsi sulle parole e su quello che le persone dicono, a prescindere da chi le dice.
Nicola: Certo, infatti è anche così.
I colori e il bianco e nero
In base a quello che hai detto, si potrebbe anche pensare a un contrasto volto a una riflessione tra il bianco e nero della storia e i colori che sono, per eccellenza, il simbolo del Pride (mi viene in mente la bandiera arcobaleno). E a proposito di questi colori che richiamano anche tutte le diverse storie che si sentono nel film, com’è stato scriverlo? Perché, al di là di tutto, secondo me, oltre alla storia dei tre protagonisti e al discorso del poliamore, c’è anche una riflessione molto più ampia. Uno dei capitoli che avete inserito è famiglia e credo che alla fine sia una grande riflessione sul senso di famiglia in generale.
Roberto: Hai colto proprio il punto! Ti sarai accorta che tra i capitoli non c’è il sesso che, da un film di questo genere, ci si sarebbe aspettati, anche senza passione voyeuristica. Invece il percorso di formazione, di costruzione della sceneggiatura è stato spontaneo, tanto che non c’è stato quasi niente di scritto.
Nel gruppo cultura abbiamo creato un sottogruppo, che è un gruppo di lavoro che ha lavorato a questo film ed eravamo sei persone, compreso Nicola. Tutti e cinque, prima che arrivasse Nicola, ci eravamo detti che questo era un tema che nessuno di noi conosceva per niente. Avevamo tutti un’opinione, ma tutti quanti avevamo il sospetto che fosse un pregiudizio. E in effetti nel corso della lavorazione ci siamo resi conto che era proprio così. Intorno a quel tavolo sono uscite le domande che avremmo voluto fare se avessimo incontrato in treno un giorno una persona che ci avesse confessato di vivere una situazione poliamorosa.
Nel corso del film ti sarai anche accorta che le voci delle persone che interloquiscono con ognuno di loro sono diverse. A volte c’è la voce di Nicola, a volte la mia, a volte quella di altri, in base a chi si è trovato sul posto in quel momento. Non abbiamo seguito più nessun canovaccio, era proprio la curiosità di chi era lì a porre le domande.
È un film veramente corale.
In effetti le domande sono tutte per curiosità, non sono provocatorie o mirate a far emergere qualcosa forzatamente. Sono semplici domande che potrebbe fare chiunque a chiunque in qualsiasi momento e contesto.
Roberto: Ci eravamo detti esplicitamente di scartare il tema del sesso per evitare l’alimentazione dello sguardo voyeuristico. E anche gli interrogativi più pruriginosi li abbiamo volutamente messi da parte perché avrebbero distratto dal tema. Il tema era la loro relazione, la gelosia che si vive o non si vive nella coppia, l’idea di una famiglia, la difficoltà nel costruirsi un percorso che porti verso una casa.
E alla fine non c’è un giudizio né da parte vostra né di nessuno.
Roberto: Esatto. Aggiungo una cosa su questa riflessione che hai fatto: nessuna delle persone che ha lavorato alla realizzazione di questo film vive una relazione poliamorosa. Nessuno di noi, quindi, aveva un interesse da difendere. Quindi non c’era assolutamente un giudizio preconfezionato, non c’era una cosa da far dire. Eravamo lì a imparare.
Nicola Pignatale e Roberto Mauri: il coinvolgimento dei protagonisti
Come avete coinvolto i protagonisti? I tre canarini, ma anche gli altri?
Roberto: Rispetto a questo c’è stato un lavoro ben fatto, a quattro mani anche con Nicola. I soggetti li abbiamo identificati noi dentro il gruppo. Io conoscevo uno dei tre canarini, alcune altre persone, altri fanno parte dell’associazione.
Poi davanti alla macchina da presa era Nicola quello che costruiva la relazione di fiducia con le persone che si dovevano scucire. Tendenzialmente c’era Nicola e uno di noi, perché pensiamo che uno sguardo plurale porti più facilmente verso la domanda giusta e forse anche verso la condizione giusta. E poi Nicola ha un’abilità particolare nel metterti a tuo agio e infatti anche a posteriori, alla fine delle riprese e prima della pubblicazione del video, ci hanno cercati almeno in quattro per dirci che non sono mai stati così bene davanti a qualcuno che faceva loro domande.
E tecnicamente, sempre rimanendo su queste interviste, in alcuni momenti si vede la persona in questione che risponde alle domande e contemporaneamente si vede lo schermo con trasmessa l’intervista fatta prima oppure a volte addirittura si sovrappongono i volti. Come avete lavorato?
Nicola: La sovrapposizione delle immagini è come se fosse un jump cut ma dissolto: invece che saltare da un momento all’altro della stessa clip, ho inserito una dissolvenza in due momenti. Uno riguarda i tre canarini nello specifico e l’altro riguarda un momento in cui ci sono Ester e Alessio che non sono legati tra di loro. Nel caso dei tre canarini, dato che nel film si parla di gestire discussioni in più di due persone, mi piaceva l’idea che si sovrapponessero non solo con l’audio ma anche con le immagini. Nel caso invece dei due soggetti che vengono dissolti uno con il volto sopra l’altro, quello secondo me era un cercare di comunicare con una dissolvenza la vicinanza tra queste persone. È una cosa che per me è un po’ più universale.
Capitoli e tematiche
E invece cosa mi dite della divisione in capitoli? Come sono nati, in base anche a quello che hanno raccontato i personaggi, i protagonisti, o avevate già in mente di trattare determinate cose?
Nicola: I capitoli vengono anche da un’esigenza di organizzazione del racconto. Ci sembrava la cosa forse più interessante, partire dalle famiglie, l’esperienza di ognuno di loro tre con la propria famiglia, raccontare la loro situazione, per poi passare a un percorso in cui si affrontano tante parole per poi ritornare sulla parola famiglia dopo questo processo di decostruzione lungo i capitoli e interrogarsi proprio su questo. E se ci pensiamo, in realtà, non risponde nessuno, tranne forse Alessio.
Roberto: E pensa che i commenti di Alessio sono stati raccolti dopo avergli fatto vedere delle scene di elaborazione del film. Quindi lui è un vero testimone esterno che ha capito subito che questi non sono amici, chiaramente c’è un legame familiare fra queste persone, anche se sono tante.
Effettivamente un ulteriore aspetto positivo del film è il fatto che le persone raccontino le loro storie e anche le difficoltà che hanno dovuto affrontare e che continuano ad affrontare, ma lo fanno facendo permeare il film di una normalità che in un film del genere e con una tematica del genere non è scontato.
Roberto: Brava, hai colto il punto.
Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli