Saverio Costanzo è stato protagonista della serata a lui dedicata per la consegna dell’Ulivo d’Oro alla carriera; riconoscimento che il Festival del Cinema Europeo assegna ogni anno ai grandi protagonisti del cinema europeo.
Il direttore responsabile di TaxiDrivers, Enrico Magrelli, ha moderato un incontro intimo e appassionato. A seguire, il pubblico ha potuto rivedere Private, il primo lungometraggio del regista.
Un ritorno dopo vent’anni
Il direttore del Festival Alberto La Monica ha ricordato come Costanzo fosse già stato ospite in passato, presente addirittura in giuria del concorso dedicato al documentario europeo. Un ritorno reso possibile, e oggi celebrato, grazie all’entusiasmo e alla disponibilità del regista, ma anche al lavoro della critica Cristiana Soldano, che lo aveva conosciuto a Locarno e convinto a raggiungere Lecce.
Nei “cinque momenti” che definiscono un autore, Magrelli propone a Costanzo una formula semplice e rivelatrice: individuare cinque passaggi, cinque “sliding doors” che hanno scandito la sua vita artistica. Una bussola narrativa che il regista accoglie con sincerità, ironia e profondità.
Private : l’inizio, la ferita originaria
Costanzo ripercorre le origini di Private (2004), nato dall’incontro reale con la storia di Khalil Bashir, un insegnante palestinese che conviveva forzatamente con soldati israeliani stanziati sul tetto di casa sua.
Il regista, allora venticinquenne, racconta l’esperienza vissuta in Palestina: il rischio, le contraddizioni, il senso di impotenza e insieme di rivelazione. Lì, sotto quella luce che filtrava dalle finestre della casa di Bashir, Costanzo riconosce il momento in cui il cinema è entrato nella sua prospettiva di vita.
Da quel germe nascono mesi trascorsi a Gaza, il desiderio di raccontare una realtà indicibile, la sorprendente collaborazione di attori palestinesi e israeliani, e il primo film realizzato quasi come un documentario, tra ingenuità tecniche e istinto puro.
La ragione e il sentimento: In memoria di me
Il secondo snodo è In memoria di me, ambientato in un seminario gesuita veneziano. Un film che per Costanzo rappresenta il tentativo di dare forma razionale a un impulso creativo nato con Private:
“Il cuore c’era, ma ora serviva anche la ragione”, racconta.
Il lavoro sulla disciplina formale, l’equilibrio tra fede, dubbio e identità artistica segnano la sua prima ricerca consapevole di uno stile.
La solitudine dei numeri primi : il confronto con il pubblico
Il terzo momento è segnato dall’adattamento del bestseller di Paolo Giordano. Per Costanzo è un’occasione unica ma anche una sfida: il desiderio di raggiungere un pubblico più vasto senza rinunciare alla propria visione.
Racconta con franchezza l’esito: lo scarto tra le aspettative del lettore e la sua interpretazione cinematografica. “Il pubblico mi ha dato lo schiaffone”, ammette, senza ironia.
Eppure, da quella esperienza nasce l’incontro che cambierà la sua vita: quello con Alba Rohrwacher, compagna di vita e protagonista di molti dei suoi film.
Hungry Hearts : tornare all’opera prima
Il quarto momento scelto da Saverio Costanzo è Hungry Hearts, girato quasi in clandestinità a New York con mezzi minimali e un giovane Adam Driver pagato “solo” ventimila euro.
Un film nato dalla separazione, dalla paternità, dal bisogno di ritrovare autenticità. Costanzo fa tutto, persino l’operatore, per ritrovare uno sguardo “sporco e vitale”, racconta.
Il film diventa anche un momento privato decisivo: la celebrazione del suo amore con Alba, culminato metaforicamente alla Mostra di Venezia con la doppia Coppa Volpi ai due attori.

La maturità: L’amica geniale e il “disastro” di Finalmente l’alba
Il quinto momento è la chiamata di Elena Ferrante per dirigere L’amica geniale: un incarico che Costanzo, reduce dall’esperienza negativa de La solitudine dei numeri primi, inizialmente rifiuta per paura di tradire l’immaginario dei lettori. Ma, chiamato personalmente dalla Ferrante della quale il regista aveva provato a trasporre La figlia oscura, rilegge i libri e comprende che lì c’è un’opera profondamente affine al suo mondo: la fatica dell’amicizia, l’identità, la sopravvivenza emotiva.
Lavorare alla serie diventa un apprendistato narrativo e insieme un gesto artistico puro: rifiutare il folklore, scegliere Max Richter per la musica. E, dice, “restare fedele a una Napoli non oleografica e a uno sguardo che sento femminile e mio”.
Infine arriva il film più recente, doloroso, costoso e accolto freddamente, che, paradossalmente, gli offre per la prima volta una certezza:
“É andato male, malissimo. Ma mi sono detto per la prima volta: sono bravo. Non sono mai riuscito a dirlo prima di quel film”.
Una dichiarazione semplice e potente, maturata non nel successo, ma nell’insuccesso.

Al termine dell’incontro, Alberto La Monica è salito sul palco per conferire a Saverio Costanzo l’Ulivo d’Oro alla Carriera. Un riconoscimento al coraggio di un autore che ha sempre scelto di guardare oltre la superficie e di tenere fede alla propria voce, anche quando era più difficile farlo.
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