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‘V.A.S.’ – Da poco dolore a troppo dolore

Un percorso che misura lo scarto tra il disagio interiore e quello fisico, fino a trasformare la fragilità emotiva in un territorio senza più soglia.

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VAS

Distribuito da Piano B, in sala dal 20 novembre, V.A.S. è il debutto nel lungometraggio di Gianmaria Fiorillo, che firma anche la sceneggiatura insieme a Francesco Inglese e Sara Sole Notarbartolo. Nel cast Eduardo Scarpetta, Demetra Bellina e Gabriel Lynk, chiamati a incarnare una storia che si muove tra disagio psicologico, relazioni digitali e scarti dolorosi dell’identità.

V.A.S. affronta il ritiro sociale e la fragilità psicologica con un approccio rigoroso, asciutto, privo di estetizzazioni. La pellicola analizza la vita di due giovani adulti sospesi tra una società ormai totalmente digitalizzata — da Yuri, l’assistente cibernetico, al food delivery; da WriteApp, la piattaforma digitale per scrittori in erba, allo smartworking — e il desiderio di evadere da essa usando, paradossalmente, gli stessi strumenti che li schiacciano.

V.A.S. – La spirale del dolore

La protagonista è Camilla — capelli biondi, occhi cerulei — una hikikomori affetta da agorafobia, che da circa un anno vive a Milano. Vive un’esistenza segnata da solitudine e precarietà emotiva, compensata solo dalla presenza di Adriano, l’unico amico che la sostiene nel tentativo di mantenere un equilibrio sociale minimo. Camilla sta scrivendo, e pubblicando a puntate online, un romanzo erotico-sentimentale dal titolo C.A.S. (Cam and Sex), i cui personaggi — Cam e Matteo — le offrono un appiglio narrativo alla realtà che la circonda.

Il suo percorso si incrocia con quello di Matteo Mori, napoletano, affetto anche lui dallo stesso disturbo sociale, che vive quasi esclusivamente attraverso la rete. L’incontro avviene tramite social network, spazio neutro che permette a entrambi di comunicare senza esporsi davvero. Matteo cerca forme di contatto solo online, mentre evita qualsiasi relazione fisica; coltiva unicamente una socialità perlopiù sessuale, collegata a impulsi compulsivi e voyeuristici, trattati nella pellicola con prudenza e privi di spettacolarizzazione.

Bussola narrativa tra trauma e ferita

Il punto di rottura è chiaro e disturbante: Camilla si autolesiona, e Matteo, nel guardarla, trova compiacimento. Il comportamento parafiliaco di Matteo non è privo di radici. Il film introduce, con giusta misura e puntuale attenzione, una serie di flashback che mostrano un frammento della sua adolescenza: un vecchio trauma sentimentale sembra averlo iniziato a pratiche di controllo, dolore e dipendenza.
È il suggerimento di un meccanismo a catena, di un virus contagioso, un retaggio che si innesta su personalità fragili. Chi soffre può trasmettere involontariamente il proprio paradigma relazionale.
Matteo, vittima e poi vettore, è il punto di frattura di questa eredità emotiva.

Il titolo, infatti, non è un vezzo: VAS fa riferimento alla Visual Analog Scale, la scala di misurazione del dolore usata in ambito clinico. Nel film questa scala diventa un simbolo narrativo: una misura instabile che i protagonisti applicano inconsciamente sia al dolore interiore, che a quello esteriore. Fiorillo gioca su questo sdoppiamento: il dolore fisico diventa l’unico elemento quantificabile in una vita emotiva che invece sfugge a qualsiasi parametro.

Trappola o rifugio?

Uno dei temi più lucidi del film è la rappresentazione della rete come ambiente ambiguo: uno spazio in cui è più rassicurante mostrarsi, ma dove è altrettanto facile smarrirsi. Il digitale è l’unico luogo dove Camilla e Matteo riescono a sostenere relazioni, ma è anche il mezzo che amplifica ansie, dipendenze e distorsioni emotive. V.A.S. osserva la contraddizione senza fare la morale: la rete non è il problema ma ne è certamente lo specchio, in cui, peraltro, si riflette una pressione soffocante che suggerisce il fallimento anche nella sfera professionale e nella volontà di emanciparsi. Ogni tentativo di restare a galla incontra una superficie scivolosa che affossa nel baratro delle incertezze e sospinge alla deriva emotiva una generazione che è già ai margini sociali.

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La città, il caos, l’acufene

Nelle inquadrature e nei dialoghi, le città di Milano e Napoli sono presenze stonate. Milano è verticale, disordinata, anestetizzata. Un organismo auto-generante che cresce a dismisura e non scruta chi si perde nel panico, alle fermate dei tram, mentre cerca lavoro. Ingloba soffocando.
Napoli invece è orizzontale, stratificata, addensata, accesa anche nelle ombre. Un tessuto che respira, inghiotte, fagocita.

Le due città — che negli stereotipati poli opposti sembrano lontanissime — generano in realtà lo stesso effetto: un rumore costante, come un acufene incessante che amplifica la solitudine. È il rumore di una vita in ebollizione che non permette pause.

Entrambi i protagonisti sono bombardati dalla normalità. Adriano frequenta diversi ragazzi, lavora su un set fotografico, conduce una lineare vita cittadina. Una vecchia conoscenza di Matteo fa irruzione nella sua vita in un’improvvisa e vivace gita turistica partenopea. Eppure sia Camilla che Matteo si ritirano e si arrampicano sulle deviazioni digitali, tra chiamate, food delivery e piattaforme sociali, mentre la colonna sonora dei Golden Rain scandisce una metrica elettronica, minimale e straniante, fino all’esito finale, che, ottimisticamente, vede una apparente risoluzione nella dipendenza affettiva.

Hikikomori: un fenomeno in crescita ritratto dall’arte contemporanea

V.A.S. ritrae una realtà sempre più dilagante: il ritiro sociale giovanile e la solitudine esasperata in un mondo digitalizzato. È un meccanismo che molti articoli a riguardo descrivono come “autoesclusione progressiva”, cioè non un rifiuto del mondo, ma l’incapacità di sostenerne la pressione. Un fenomeno che, pur relativamente invisibile, ha trovato spazio in diversi racconti cinematografici, televisivi e letterari. Opere come Welcome to the NHK (2002), anime e romanzo, hanno esplorato gli hikikomori giapponesi mostrando la fragilità psicologica e l’isolamento sociale; Shaking Tokyo (segmento del film Tokyo!, 2008) racconta un giovane che si ritira completamente nella propria casa; La solitudine dei numeri primi (2010, Saverio Costanzo) e Lo spazio bianco (2009, Francesca Comencini) hanno affrontato in chiave italiana il tema della solitudine e della distanza emotiva in contesti urbani dove la sana socialità viene compromessa.

Anche la letteratura contemporanea, da Inio Asano a Haruki Murakami, ha mostrato come l’isolamento possa diventare una forma di sopravvivenza e, al tempo stesso, di prigione emotiva.

Questi racconti condividono la caratteristica comune di mostrare la solitudine come uno scollamento con il mondo circostante, dove le città, le regole sociali e le relazioni digitali diventano elementi che amplificano il senso di isolamento, nell’illusione di possedere, invece, ancora un senso di appartenenza sociale. V.A.S. di Gianmaria Fiorillo inserisce il suo sguardo in questo filone, mostrando come il dolore interiore e quello esteriore si misurino sulla scala della V.A.S., rendendo visibile ciò che spesso rimane invisibile. Come una ragazza che vaga smarrita per la città di Milano.

V.A.S.

  • Anno: 2025
  • Durata: 93'
  • Distribuzione: Piano B
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Gianmaria Fiorillo
  • Data di uscita: 20-November-2025