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IN SALA

Jersey Boys

Il musical non dovrebbe essere pane per i denti duri e tutti di un pezzo di Clint Eastwood. E infatti, nel realizzare “Jersey Boys”, l’ottantenne regista ci mette un po’ a scaldarsi: ma come un cantante o una band abili nel gestire il crescendo di un esibizione dal vivo, ingrana con i minuti, capisce cosa gli interessa di quel racconto e come raccontarlo

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Anno: 2014

Distribuzione: Warner Bros Italia

Durata: 134′

Genere: Biografico

Nazionalità: USA

Regia: Clint Eastwood

Data di uscita: 18 Giugno 2014

Il musical non dovrebbe essere pane per i denti duri e tutti di un pezzo di Clint Eastwood. E’ un attore che ha incarnato l’eroe solitario armato di pistola, con il cappello del cowboy o il distintivo del poliziotto, ma sempre incarnazione – più o meno critica – del giustizialismo che permea l’immaginario USA. E anche come regista ha spesso rappresentato la virilità, anche nella vecchiaia, anche con molte più sfumature. Per cui il dato che Eastwood abbia realizzato una commedia musical può lasciare qualche dubbio.

E infatti, nel realizzare Jersey Boys, l’ottantenne regista ci mette un po’ a scaldarsi: il film – già musical di Broadway – racconta la storia di Frankie Valli, ragazzo italo-americano che nell’America a cavallo tra gli anni ’50 e i ’60 comincia ad appassionarsi di canto, cominciando a lavorare come vocalist e diventando mano a mano protagonista con i Four Seasons. L’arrivo nel gruppo di Bob Gaudio cambierà tutto. Scritto da Rick Elice e John Logan, dalla pièce che Elice ha scritto con Marshall Brickman, Jersey Boys è una biografia con canzoni che Eastwood cerca di tramutare anche in un affresco d’epoca.

Se il biopic è un genere che l’autore ha dimostrato di amare non poco negli ultimi anni, le canzoni, l’impianto teatrale e l’ambientazione para-mafiosa – con tanto di Joe Pesci da giovane – sono lontane dalla sua poetica: e infatti, nel mescolare Quei bravi ragazzi e Dreamgirls, Eastwood fatica, pare distante e distaccato, non aiutato dal solito insopportabile doppiaggio italico che annulla ogni empatia.

Ma come un cantante o una band abili nel gestire il crescendo di un esibizione dal vivo, Clint ingrana con i minuti, capisce cosa gli interessa di quel racconto e come raccontarlo: e seppure non gli riesce di tramutare la narrazione semplice in complesso affresco sociale o culturale, Jersey Boys è un film che diventa convincente quando decide di fare il percorso inverso agli adattamenti teatrali: se di solito si cerca il distacco dal palcoscenico, il film ci torna, scena dopo scena, fino a un finale stile Broadway, tra coreografie e sontuose scene di cartone, che lascia allo spettatore un buon sapore in bocca e melodie piacevoli nelle orecchie.

Emanuele Rauco

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