
Waterdrop è una produzione albanese a cura di Era Film che vede il contributo finanziario della direzione nazionale cinema ed audiovisivo (MiC), con Robert Budina alla regia. Waterdrop è stato presentato il 30 ottobre all’Euro Balkan Film Festival.
Il racconto di un paese in rinascita
L’opera di Robert Budina guarda al futuro del paese che racconta, ed è proprio su uno speranzoso sguardo al futuro che si apre l’antefatto del film, in cui vediamo Aida, un promettente architetto, adoperarsi per chiudere un contratto estremamente vantaggioso per la sua carriera, per la sua città e per il suo paese in generale.
Aida apre la riunione d’affari introducendo gli investitori ad una leggenda del folklore locale che ha come protagonista il lago su cui andranno svolti i lavori, lavori che per Aida devono necessariamente coinvolgere anche le imprese del territorio. Robert Budina sin da subito si concentra sul fermento di un’ Albania fortemente legata alle sue tradizioni, che vuole lasciarsi alle spalle lo spettro del regime comunista e trovare la sua strada, ridurre l’espatrio dei suoi giovani ed aprirsi alle relazioni internazionali, come del resto avviene sia nell’universo narrativo ma anche nella produzione del film stesso, che coinvolge, oltre al ministero della cultura, numerose maestranze italiane.
Dialoghi puntuali e ben scanditi
Robert Budina racconta con un dialogo dal ritmo serrato, in cui esposizione, trama e caratterizzazione emergono in accordo alla scansione quasi musicale della storia, senza mai approfondire eccessivamente, in modo tale da lasciare ad ogni parola pronunciata la giusta risonanza che da profondità al mondo che il regista ci rivela, un mondo in fermento, che si avvia verso il progresso, in cui però non è tutto rose e fiori.
L’incidente scatenante si presenta nella forma di una telefonata improvvisa che irrompe nella routine lavorativa di Aida: suo figlio è in stato di fermo, accusato di aver stuprato una ragazza. Questo evento svelerà a poco a poco il lato oscuro di un mondo apparentemente idilliaco e sull’orlo di un futuro prospero, e della vita apparentemente felice di Aida e della sua famiglia.
L’acqua – un elemento a metà fra simbolismo e narrazione
Il Preludio del film illustra con eleganza e precisione i cardini di una narrazione impegnata sia a livello emotivo che sociale, scandendo l’introduzione di ognuno di questi con un breve ma sufficientemente incisivo commento musicale che ripercorre in senso discendente una terza minore, un marchio sonoro che imprime nella mente dello spettatore le fondamenta del racconto che andrà a svolgersi.
L’acqua svolge in questo quadro introduttivo una doppia funzione, sia narrativa, sia simbolica. L’acqua è un elemento che da sempre rimanda ad una manifestazione concreta del rimosso e di ciò che esso cela, ed in questo film, che molto si concentra sul lato sommerso delle vite e della società albanese, questa connotazione risuona con estrema potenza, in particolare modo nel finale, dove Aida verrà lasciata a se stessa nell’ affrontare una terribile lotta interiore scaturita dall’amara consapevolezza della corruzione di un sistema, e dal fatto che suo figlio non era davvero chi lei credeva essere.

Una regia sobria e consapevole
Questa complessità emotiva fuoriesce grazie alla potenza espressiva del volto dell’attrice, che chiude l’opera con uno sguardo estremamente contrariato rivolto al figlio, e, simbolicamente, anche a chi guarda, quasi a cercare quella stessa consapevolezza in noi del pubblico che, pur non facendo parte del film, ci troviamo spesso a vivere dinamiche non dissimili da ciò che abbiamo appena visto. È cosi che Robert Budina riesce a trasmettere l’interiorità: un primo piano, a volte primissimo, ed un volto più eloquente di mille parole, che non si perde in monologhi inutili ma lascia che l’abilità degli interpreti porti avanti la narrazione sfruttando a pieno la potenzialità visiva del medium.
La narrazione è fatta di sguardi, ed anche di sapienti trovate nella costruzione delle inquadrature, che colgono la verità emotiva del racconto nel suo compiersi restando sempre fedeli a quest’ultimo.
Madre e figlio si trovano costretti in una realtà che diviene improvvisamente claustrofobia, e quindi il regista stringe i suoi attori in una morsa fredda e geometrica, creando una doppia cornice attraverso una finestra o l’ampio spioncino di una cella, che ingabbia i corpi e trasmette un senso di impotenza difronte ad avvenimenti che sconvolgono la quotidianità dei personaggi. Anche in assenza di sovrastrutture, le inquadrature non perdono di efficacia, ed obliquano il loro punto di vista accordandosi con i sentimenti contrastanti che prendono vita sulla scena; a volte la messa a fuoco si concentra sui personaggi, rendendo tangibile il loro senso di isolamento.
il racconto di una crisi coniugale
il racconto, in Waterdrop, non risparmia nemmeno l’equilibrio della vita coniugale di Aida e suo marito Illir, una relazione che non nasconde una certa complicità espressa da una calorosa inquadratura che accoglie entrambi i personaggi, seguendone armoniosamente il movimento dei corpi, per poi mutare man a mano che il rapporto fra i due sembra incrinarsi sotto il peso degli eventi. Robert Budina fa entrare quest’incrinatura nel commento visivo, ed i corpi non riescono per più di tanto a condividere lo stesso spazio, l’uno fugge l’altro appena questo si fa largo nell’inquadratura, e la fluidità del movimento di macchina è interrotta da bruschi tagli, fino ad arrivare a degli aridi campi e contro campi che rompono del tutto il sodalizio tra i due, schiacciati dalle incombenze della politica cittadina, sia emotivamente sia a livello di composizione dell’immagine (min 54:45).

Waterdrop: un grande film con una riflessione importante
Complessivamente, Waterdrop è una piacevole scoperta nel mondo del cinema d’autore. Un film ben scritto e ben diretto che ci lascia con una riflessione che è destinata a rimanere nella memoria collettiva: si sta correndo il rischio di avviarsi verso un futuro che vede al primo posto il progresso economico ed infrastrutturale, la crescita a livello di carriera, ma che perde di vista un educazione all’empatia, ed a quei valori che più di tutti sono indispensabili per il vero progresso della società civile: fra le numerose chiavi di lettura di questo film, infatti, c’è anche un’altra tematica che riecheggia nel profondo di quell’acqua di cui già si è parlato: il problema di una gioventù sola, che cresce senza modelli a causa di figure genitoriali assenti, e che getta un ombra sinistra sul domani.
