La sezione di “Onde Corte” ha brillato di luce propria per tutto il festival, ma quello che Tempi Supplementari ha fatto è stato qualcosa di inspiegabile. Matteo Memè, giovane regista classe 1997 ha presentato ad Alice nella Città il suo terzo corto, Tempi Supplementari, regalando allo spettatore uno spaccato di vita ordinario eppure, chissà come, del tutto straordinario.
Di cosa parla?
Il corto si apre con un motorino, un ragazzo, Mattia (Federico Cesari) e suo padre, Claudio (Filippo Timi) che a causa di uno sciopero, ha dovuto chiedere al figlio di accompagnarlo a casa di un amico. I due uomini hanno un appuntamento fisso, al quale è impossibile mancare. Una volta lasciato il padre, Mattia va a prendersi un caffè in un bar vicino, ed è lì che succede qualcosa. Mattia vede il padre passare lì davanti e dirigersi verso un ospedale. È molto confuso: non era a prendersi un caffè con il suo amico?
Paga, lo segue, e capisce. Tutto diventa estremamente chiaro. Solo una domanda tormenta Mattia: perché non me lo ha detto?

Filippo Timi e Federico Cesari in Tempi Supplementari
La partita
Riuscire a racchiudere l’essenza del corto sarebbe estremamente riduttivo. Tempi Supplementari non è solo la storia di un ragazzo e di un padre ma è un involucro che custodisce dentro di sé la speranza, o forse il desiderio, di avere del tempo in più, un tempo supplementare appunto. Memè costruisce questa riflessione con una regia misurata e sincera, fatta di tempi larghi, sguardi che non si riescono a sostenere e parole che centrano il punto.
Il tutto viene giocato sul rapporto tra Mattia e Claudio. Padre e figlio hanno un legame conflittuale: c’è qualcosa di incrinato, ma non è questo il motivo per il quale Claudio ha mantenuto il suo segreto. La verità, come poi spiegherà, è che per certe cose ci vuole coraggio, e non per sopportarle, ma per dirle; e Claudio, questo coraggio, dice, non lo ha avuto.
La paura di far soffrire chi ama lo ha condizionato al punto da pensare che fosse meglio farsi carico della sua situazione completamente da solo. Quale tormento lo stava consumando? Quanto deve essere stato difficile sorridere o inventarsi scuse per nascondere il fatto di non stare bene? Caro Claudio, ci vuole più coraggio a vivere queste cose in solitudine, per non gravare su chi si ama, che a dirle.
Il momento della catarsi è il più toccante. In quell’istante, l’arbitro suona il fischietto, è il segnale che la partita è finita. I giocatori escono, si dirigono verso le docce, e loro rimangono lì, con un campo da calcio a loro disposizione. Quello è il loro momento, il momento di tornare a giocare insieme, spensierati, come facevano quando Mattia era piccolo. È la metafora perfetta: il campo vuoto diventa lo spazio del perdono, del ricordo, della possibilità di ricominciare.

Tempi Supplementari (2025) di Matteo Memè
Il tempo supplementare
Tempi Supplementari è riuscito, con leggerezza e semplicità, a portare sugli schermi di Alice nella Città un tema estremamente profondo. Recuperare un rapporto che sembra sfaldato, riconnettersi, perdonarsi, appoggiarsi ai cari nelle difficoltà, ricordarsi che non si è soli. Tornando a giocare insieme, a passarsi la palla come quando Mattia stava imparando a giocare, si rivive un istante, un ricordo, si condividono le fragilità dell’altro e, per un momento, si cerca anche di dimenticarsene.
Questo corto risponde alla necessità di sapere cosa resta dopo la scomparsa di una persona cara, ma non ha saputo dare una risposta, forse perché quello non era il suo obiettivo. Quello che è stato in grado di fare è di dimostrare che non si è mai pronti a quel ‘momento’, che sapere non ti prepara comunque al vuoto che verrà lasciato e che l’unica cosa di cui si ha bisogno, alla fine, è solo un po’ più di tempo, un tempo supplementare.