A un anno di distanza dal successo della serie Black Doves e a due da un altro thriller come Lo strangolatore di Boston, Keira Knightley torna su Netflix con La donna della cabina numero 10, l’ultima fatica di Simon Stone (La nave sepolta). Un film, tratto dal romanzo omonimo di Ruth Ware, che mischia assieme generi e suggestioni differenti senza riuscire però a mantenersi all’altezza delle sue, pur interessanti, premesse.
La donna della cabina numero 10: la trama
Laura Blacklock (Keira Knightley) è una celebre giornalista d’assalto del Guardian. In seguito alla sua ultima inchiesta, conclusasi tragicamente con la morte della sua informatrice, decide di prendersi una pausa accettando l’invito dei miliardari Richard e Anne Bullmer (Guy Pearce e Lisa Loven Kongsli) sul loro yacht per una crociera di beneficenza. Durante il viaggio, però, una notte Laura vede per caso qualcuno cadere in mare. Ma nessuno, dagli ospiti all’equipaggio, pare crederle.

Un mix di generi
In tempi in cui il whodunit vive una seconda giovinezza, tra remake di classici (Assassinio sull’Orient Express, Assassinio sul Nilo) e fortunate variazioni sul tema (Knives Out, Glass Onion), certo non sorprende questa (nuova) incursione di Netflix all’interno di un genere sempre uguale a se stesso eppure sempre più aperto alle ibridazioni. Se infatti le premesse di La donna della cabina numero 10 ricalcano i classici del filone, dalla location esclusiva a un gruppo di personaggi privilegiati e senza scrupoli, loro malgrado alle prese con una protagonista outsider pronta a smascherarne vizi, egoismi e, soprattutto, crimini, è proprio con l’arrivo del primo omicidio che il film passa dai territori rassicuranti del giallo a quelli più imprevedibili del thriller.
Mentre il mistero si infittisce e Laura si ritrova sempre più imbrigliata tra le maglie di un complotto che potrebbe anche essere tutto nella sua testa, il film lambisce infatti sia i territori del crime che quelli del thriller psicologico, almeno fino allo svelamento del suo mistero. Uno svelamento che in La donna della cabina numero 10 arriva relativamente presto, lasciando in questo modo il campo libero al thriller puro, a una corsa contro il tempo in cui in ballo c’è la vita stessa della protagonista.
Cambio di rotta
Sta qui, in fondo, la particolarità e, insieme, il principale punto debole del film. In una regia che, non riuscendo a gestire al meglio la parte psicologica della vicenda (l’instabilità e, forse, l’inattendibilità di Laura, ancora incapace di elaborare un trauma recente), tenta il colpo di coda con una parte finale più adrenalinica. Un cambio di genere e di rotta che non convince però del tutto, a partire proprio dalla scarsa plausibilità delle sue stesse premesse.
Se a prima vista infatti tutto pare tornare, resta la sensazione che La donna della cabina numero 10 sia più attento al suo ritmo e al suo coinvolgimento emotivo piuttosto che alla prevedibilità di un intreccio (e di una risoluzione finale) tutto sommato non così sorprendente come si vorrebbe dare a vedere.

Un’occasione mancata
Persino il contesto, con quella pletora di personaggi egocentrici e privilegiati, finisce così per risultare sottoutilizzato. Lontano non solo da qualsiasi dinamica alla “eat the rich”, ma anche, più semplicemente, da un’attenzione reale per il mondo che mette in scena, incapace di fare dei suoi esponenti qualcosa di più di semplici macchiette (Guy Pearce) o comparse bidimensionali (i personaggi di Kaya Scodelario e Hannah Waddingham).
Il risultato è così un mistery drama decisamente superficiale, che, pur disponendo di premesse interessanti e di interpreti all’altezza, non fa più del minimo indispensabile per intrattenere un pubblico ormai avvezzo (o rassegnato?) a prodotti usa e getta di questo tipo.