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Tra luci e ombre di ‘Suits: L.A.’: lo spin off che prometteva la West Coast e ha regalato il déjà-vu

Con Stephen Amell e la regia di Victoria Mahoney, la serie è andata in onda su NBC e Sky

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“Cast di Suits: L.A. in posa formale con cielo al tramonto sullo sfondo”

Ha debuttato il 23 febbraio 2025 su NBC negli Stati Uniti Suits: L.A., dramma giudiziario creato da Aaron Korsh, che tenta di declinare l’universo di Suits nel mondo dello spettacolo californiano. Il protagonista è Ted Black, interpretato da Stephen Amell, ex procuratore federale di New York che si reinventa a Los Angeles, circondato da clienti potenti e compromessi morali.

La regia del pilot è firmata da Victoria Mahoney, e la serie prometteva un mix di glamour, tensioni etiche e riferimenti nostalgici alla serie madre. In Italia è arrivata su Sky e NOW il 3 ottobre 2025. Ma quella promessa si è presto scontrata con limiti strutturali e scelte narrative poco convincenti.

Guarda Suits: L.A. in streaming su NOW – Lo spin-off legale tra glamour e scandali

Il punto di partenza: troppa carne al fuoco

Fin dal primo episodio è evidente il desiderio degli autori di “dare tutto e subito”: retroscena drammatici, casi scottanti, scandali a sfondo mediatico, flashback, ricatti. In questa corsa all’intensità, però, la serie perde rapidamente il proprio centro. Il risultato è un racconto che manca di respiro e profondità.

Ted Black, protagonista carismatico solo in teoria, appare già stanco all’ingresso in scena. Porta sulle spalle un passato mai veramente svelato e una durezza che sembra più imposta che guadagnata. Questo lo rende un personaggio difficile da decifrare, con cui è complicato empatizzare.

La scrittura tenta di bilanciare mistero, azione e dramma interiore, ma il ritmo frenetico penalizza la costruzione dei rapporti tra i personaggi. I momenti che dovrebbero essere carichi di pathos si perdono in un susseguirsi di eventi che raramente trovano vera risonanza emotiva.

Personaggi secondari: la grande occasione mancata

Una delle chiavi del successo di Suits era la coralità: ogni figura aveva un ruolo ben definito e un’evoluzione coerente. In Suits: L.A., invece, i personaggi secondari sono poco più che sagome funzionali alla trama.

Dalla socia dallo sguardo glaciale all’associato alle prime armi, nessuno riesce davvero a emergere. Le loro motivazioni vengono solo accennate, mentre le relazioni si sviluppano troppo in fretta, senza il tempo necessario per costruire tensioni reali o affezione da parte del pubblico.

Manca soprattutto un vero contraltare a Ted Black. Una figura che possa metterne in discussione il metodo, sfidarlo, creare un conflitto strutturale nello studio. Senza questo equilibrio, l’intero ecosistema narrativo risulta monodimensionale.

Californian vibe: quando lo show trova il suo tono

Nonostante i problemi, Suits: L.A. offre anche alcuni momenti riusciti. L’ambientazione californiana, ben fotografata, riesce a suggerire quel contrasto tra apparenza e sostanza che caratterizza il mondo legale dello show business.

La regia del pilot e alcuni episodi successivi azzeccano il tono, usando la luce, i luoghi e gli interni come elementi narrativi, più che semplici sfondi. Alcuni casi legali riescono a toccare il tema della doppia morale — tra giustizia e immagine pubblica — con una certa efficacia.

Anche i cameo dei personaggi storici della serie madre funzionano, seppur usati con parsimonia. Offrono un sollievo nostalgico e riportano per brevi istanti quel ritmo di scambi taglienti e giochi di potere che il pubblico conosce bene. Ma la nostalgia, da sola, non basta a sostenere la nuova serie.

Stephen Amell e un ruolo a metà

Stephen Amell porta sullo schermo la fisicità che il ruolo richiede. È credibile come ex procuratore che ha conosciuto le ombre del sistema, ma la scrittura non gli dà abbastanza spazio per evolvere davvero. Ted Black resta troppo spesso incastrato in una posa, più che in un arco narrativo.

Alcune scene riescono comunque a far emergere la tensione tra l’uomo e il suo passato, tra il professionista e l’istinto. Ma sono frammenti isolati, che non costruiscono una vera traiettoria. E questo pesa sul coinvolgimento emotivo della serie.

La corsa che porta fuori strada

Il problema principale di Suits: L.A. è l’incapacità di trovare una propria voce. La serie vuole essere un nuovo inizio, ma finisce per replicare meccanismi già visti nella serie madre, senza l’originalità che li aveva resi brillanti.

Flashback, rivalità interne, scandali da gestire: tutto già noto, ma stavolta senza la stessa cura nella costruzione del contesto e delle dinamiche interpersonali. In più, l’umorismo — elemento chiave di Suits — qui è quasi del tutto assente. Il tono resta sempre serio, gravoso, a volte eccessivamente drammatico.

Il montaggio frenetico e l’editing non aiutano, spezzando spesso il ritmo e confondendo il tono degli episodi. Anche l’episodicità penalizza la narrazione orizzontale: le trame si aprono e chiudono troppo rapidamente, lasciando poco spazio a un’evoluzione organica.

La fine precoce: numeri e verdetti

I dati parlano chiaro. Suits: L.A. ha registrato una media di un milione di spettatori per episodio sulla tv lineare, con un forte calo dopo la premiere. Il punteggio critico su Rotten Tomatoes si è fermato al 36%, mentre il gradimento del pubblico non ha superato il 54%. Su Metacritic, la serie è stata classificata come “mista o mediocre”.

NBC ha annunciato la cancellazione dopo una sola stagione da tredici episodi. Nessuna possibilità di rinnovo, secondo quanto dichiarato da Jeff Bader, responsabile della strategia di programmazione del network: «Quando le performance lineari e digitali non si allineano, bisogna prendere decisioni difficili».

Neppure i tentativi di coinvolgere i fan di lunga data con ritorni e citazioni sono riusciti a invertire la rotta. Il confronto con l’originale è stato costante e, alla fine, impietoso.

Una lezione da imparare

Suits: L.A. ha avuto il merito di tentare un cambio di scenario e di genere, spostandosi dal diritto societario di New York ai meccanismi oscuri dello show business di Los Angeles. Ma l’esecuzione è mancata.

La produzione è stata curata, le location affascinanti, e Amell ha fatto il possibile con il materiale che aveva a disposizione. Tuttavia, è mancato il coraggio di innovare davvero. Troppa paura di perdere il legame con il passato, troppa voglia di replicarne la formula.

In conclusione, Suits: L.A. non ha fallito perché ha osato troppo. Ha fallito perché ha osato troppo poco. E nel panorama seriale attuale, non basta il nome per restare a galla. Servono idee nuove, personaggi autentici e la capacità di sorprendere.

Serie Tv Le migliori serie Tv da vedere su Sky e Now

Suits: L.A.

  • Anno: 2025
  • Durata: 42 minuti
  • Distribuzione: Sky
  • Genere: Dramma giudiziario
  • Nazionalita: Statunitense
  • Regia: Victoria Mahoney, altri
  • Data di uscita: 03-October-2025