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‘Macchina Continua’ intervista con il regista Ruben Gagliardini

Un documentario sulla chiusura della F3 – detta Macchina Continua – cuore pulsante dello storico stabilimento cartario di Fabriano. In anteprima al Conero Film + ADV Festival

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ruben gagliardini

Al Conero Film + ADV Festival di Ancona, lo scorso 7 settembre c’è stata la proiezione in anteprima del cortometraggio documentario Macchina Continua diretto da Ruben Gagliardini.

Con i Contributi Selettivi del Mibact Macchina Continua di Ruben Gagliardini è la prima opera prodotta da Local Bizzarro.

Il documentario racconta la chiusura della F3 – detta Macchina Continua – cuore pulsante dello storico stabilimento cartario di Fabriano, simbolo di un’intera comunità e specchio delle trasformazioni industriali italiane, ma anche di quelle economiche globali.

Il soggetto è di Ruben Gagliardini e Antonio Casagrande, gli operatori sono Sara Mei e Tommaso Giantomassi, producer Mattia Fiumani e Lida Zvereva, sceneggiatura di Ruben Gagliardini e Margherita Montali, montaggio di Jan Devetak, musiche originali di Pietro Giorgetti e F4, animazioni di Ruben Gagliardini e Claudia Cetraro, scenografie animazioni di Valentina Dagrada, ass. animazioni di Diletta Scarpecci, studio grafico di Susanna Tomassini, presa diretta di Francesco Aquilanti e Sara Mei, glitch artist di Davide Masciandaro, colorist di Luca Moro, colonna sonora mixata da Andrea Mei al Potemkin Studio.

Ruben Gagliardini e il suo Macchina Continua

Come sei entrato in contatto con la storia che hai raccontato sulle sorti dell’azienda di Fabriano? Sei di Fabriano, quindi conosci questa realtà, ma cosa ti ha spinto a raccontare questo fatto?

Tutto è iniziato con una chiamata del coautore Antonio Casagrande che mi ha messo al corrente di quanto stava avvenendo a Fabriano. Io in quel momento mi trovavo a Milano e lui mi ha raccontato tutto dicendomi che era arrivato un messaggio a circa 200 operai appena entrati a lavoro, nel quale veniva detto loro che entro due mesi sarebbero stati tutti licenziati in tronco. Io, senza neanche pensarci un attimo, ho subito pensato di farne un documentario.

Quindi sono tornato da Milano a Fabriano e sono stato al fianco degli operai per tutti i tre mesi che poi hanno portato alla chiusura del reparto dove lavoravano.

Quella che hai descritto è una vera e propria crisi e, osservando anche la tua opera precedente, viene da pensare che le crisi contemporanee siano il tuo marchio di fabbrica, come una sorta di firma. E, oltre a questo, ciò che colpisce del tuo documentario è la mescolanza di stili. È come se, attraverso l’immagine animata, tu cercassi di raccontare e riassumere quello che succede. Tutto sembra essere una metafora, anche la pellicola rotta che richiama il fatto che Fabriano sta chiudendo.

Sì, esatto. Devo dire che l’utilizzo di questi linguaggi ibridi era una cosa che avevo già sperimentato per il precedente documentario e, anche in questo caso, nasce anche da dei limiti produttivi che abbiamo avuto. Noi siamo entrati in contatto con l’azienda chiedendo più volte di filmare la struttura, sia gli interni che gli esterni, perché eravamo proprio interessati a conoscere questi macchinari che venivano interrotti e vedere gli operai in quei giorni come se la passavano dentro la fabbrica, sapendo che da lì a poco sarebbero stati licenziati. Purtroppo questa cosa ci è stata negata.

Ecco perché il non poter filmare quella macchina che poi è stata interrotta (una macchina lunga 100 metri su cui lavoravano tutti quegli operai) mi ha fatto venire in mente l’idea di reinventarla tramite l’animazione. Questo vuoto, alla fine, è stato colmato da una macchina che nel mio caso è diventata una chimera. Abbiamo deciso di chiamarla (e identificarla) in questo modo perché è come noi ce la siamo sempre immaginata, anche parlando un po’ con gli operai e con chi ci ha avuto a che fare.

Quindi quello a cui fai riferimento è vero. Queste tecniche miste (dal glitch all’immagine filtrata in bianco e nero e distorta) sono, in realtà, rappresentative delle parti della fabbrica. Poi c’è anche il discorso relativo al fatto che non potevamo mostrare tutta la fabbrica nella sua interezza e, quindi, ecco il perché delle riprese dall’alto, o anche dei loghi, che non potevamo mostrare, e quindi tutto il progetto è pieno di loghi a vista che sono stati cancellati.

Una chimera

Quindi anche il titolo richiama questo concetto, sia nel carattere animato sia per il fatto che fa riferimento a questa macchina/creatura.

Sì, esatto. Abbiamo pensato molto al titolo perché avevamo molte idee forse anche più inerenti proprio alla carta, però poi abbiamo optato per Macchina Continua perché è la macchina che si è interrotta, quella principale, che a ciclo continuo produce carta 365 giorni l’anno. Ed è già strano così che una macchina che funziona da tantissimi anni sia stata interrotta. Dall’altro lato Macchina Continua è inteso anche come il capitalismo che ci sta mangiando, ma che, a volte, con qualche lotta operaia può essere sconfitto e quindi il lavoro prosegue (continua).

Infine, se vogliamo, c’è anche un’altra accezione, più in senso strettamente positivo: mostrare una macchina che, seppur chiusa o ferma, continuerà e continua attraverso il documentario, attraverso la vita degli operai, che comunque non si sono arresi.

ruben gagliardini

Mi ricollego a quello che hai detto in merito alle riprese dall’alto perché nel cortometraggio ce ne sono davvero tante. E soprattutto c’è molto silenzio, molto buio e nessuna presenza umana. Sembra quasi che tu trasformi la città nell’azienda stessa, o meglio ci mostri come potrebbe diventare a seguito della chiusura (vuota, in silenzio).

Sì, è così. Una cosa alla quale nessuno pensa, nemmeno quando ci si approccia a questo documentario (e l’ho sperimentato anche io direttamente parlandone con i miei amici) è che quando si parla di Fabriano tutti pensano istantaneamente ai fogli e alla carta. Nessuno pensa al fatto che è anche una città, fino a qualche anno fa, di quasi 60.000 abitanti. È vero che comunque è strettamente connessa a questa realtà e praticamente vive della carta, ma è comunque una città come altre.

Per me, quindi, anche raccontare questo documentario voleva dire estendere quello che è successo in un luogo dove brand e città convivono e si autoalimentano. Alla fine si tratta di una cosa che sta succedendo e può succedere ovunque. Nel momento in cui un brand finisce nelle mani di un fondo finanziario estero (che non è mai venuto a Fabriano e quindi non ha per forza di cose lo stesso interesse che poteva avere un padrone fino agli anni 70 che entrava in fabbrica con gli operai, li vedeva, capiva, empatizzava con i loro problemi) vede che i conti non tornano, allora chiude preventivamente.

Ruben Gagliardini e la mescolanza di stili

Oltre alla mescolanza di stili c’è anche una mescolanza non tanto di generi, quanto piuttosto di mezzi di comunicazione. Mi viene in mente, a tal proposito, anche l’altro corto che hai presentato sempre qui a Conero Film + ADV Festival (Ritratto di una famiglia in pezzi) per promuovere la regione Marche. Anche lì utilizzi una mescolanza di mezzi perché affianchi al cinema la fotografia.

Probabilmente sì, c’è molto di più l’idea della Polaroid. Anche perché si prestava meglio a un tipo di lavoro del genere con primi piani sulle persone che li fanno diventare protagonisti

Il progetto è sicuramente più rigido rispetto a Macchina Continua, perché c’era l’esigenza anche di estetizzare il tutto, in una logica di spot. Però sono contento si riconosca in qualche modo la mia firma, anche perché mi piace conoscere per bene le persone e quindi do molta importanza ai primi piani.

Questo fatto aiuta molto a comprendere quello di cui parli perché anche in Macchina Continua la sensazione è quella di parlare con una persona sola, nello specifico con un’azienda che, anche se ha tanti dipendenti ai quali dai voce, è come se fosse una cosa unica.

C’è un po’ questa idea di coralità che mi fa realizzare un unico racconto. Ed è una cosa che sto cercando di capire, perché per me i luoghi sono generatori di storie e tante volte la storia che ti arriva è una, anche se in realtà è fatta da una pluralità di voci, anche di singoli individui, che ti hanno dato tramite i loro racconti una ricchezza che non va ignorata.

Spero, infatti, di essere riuscito a restituire una varietà di punti di vista perché penso che noi autori dobbiamo non dire solo una cosa, ma lasciare che gli spettatori si ritrovino immersi in un contesto che è fatto di ombre e di luci, cioè alla fine in modo completamente ricco.

Il viaggio di Macchina Continua

E quella a Conero Film+ ADV Festival è stata l’anteprima assoluta di questo corto. Come proseguirà il viaggio Macchina Continua?

Sono stato molto felice di presentarlo qui. E domenica sera (14/09) sarò proprio a casa perché ci sarà una proiezione gratuita proprio a Fabriano, con tutti gli operai e con un’offerta nell’ottica di un momento solidale.

Inoltre nel locale contiguo a Fabriano, avremo modo di esporre anche tutte le animazioni, tutte realizzate da me Claudia Cetraro e Valentina Dagrada su carta per far capire alle persone il lavoro che c’è stato perché, per esempio, la sequenza iniziale, che è molto veloce ed è quella dove si vedono tutte le animazioni, è composta da pezzi che sono stati proprio costruiti su carta e ci abbiamo impiegato un mese per realizzarli.

E poi siamo in contatto con Première Film per la distribuzione tramite la produzione di Local Bizzarro. Mi piacerebbe molto portarlo anche ai festival, possibilmente.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

Macchina Continua

  • Anno: 2025
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Italia
  • Regia: Ruben Gagliardini