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Approfondimenti

Dentro l’ossessione: il cinema radicale di Park Chan-wook

Tra ferocia e grazia, un cinema che è una mappa dell’animo umano

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Come si diventa uno dei registi più ammirati al mondo? Come si costruisce un cinema capace di unire brutalità e poesia, desiderio e vendetta, senza mai cedere al compromesso? E soprattutto: cosa ha reso Park Chan-wook il nome che ha cambiato per sempre il volto del cinema sudcoreano?

Oldboy è il film che avrei voluto fare.”

A pronunciare queste bellissime parole è proprio il rinomato Quentin Tarantino, dinanzi al pubblico di Cannes nel 2004. Il luogo in cui Park Chan-wook vide la sua entrata all’interno dell’immaginario globale. Non si trattava di un esordiente. L’artista aveva già realizzato a suo tempo opere come Joint Security Area e Sympathy for Mr. Vengeance. Fu Oldboy il film in grado di trasformarlo in un punto di riferimento, portando il cinema coreano sullo schermo internazionale. Da allora Park è diventato il regista che ha saputo mescolare la ferocia della vendetta con un’estetica impeccabile, capace di rendere ogni inquadratura necessaria, ogni gesto ricco di significato.

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L’Umanista Spietato del Cinema Coreano

Park Chan-wook si afferma come una delle figure più influenti ed al contempo, più distintive del cinema mondiale del ventunesimo secolo. Ricopre principalmente  il ruolo di regista, ma è anche noto come sceneggiatore e produttore. Un’ulteriore curiosità risiede nel fatto che è stato anche un critico cinematografico. Infatti, grazie alla sua formazione accademica in filosofia presso la Sogang University, vediamo la visione artistica che conosciamo oggi. L’analisi riguardo le complessità etiche e morali della condizione umana. Non è dunque un semplice accessorio narrativo, si tratta proprio del suo fondamento. All’interno del suo cinema la violenza diventa uno strumento di indagine, un modo per interrogare il desiderio, la colpa e la perdita della moralità stessa.

Il suo successo non è stato immediato. Dopo i primi due film diretti negli anni Novanta, ha preferito per un periodo rinnegare ciò che era stato. La vera ascesa al successo inizia con Joint Security Area (2000). Quest’opera ha segnato la svolta per Park Chan-wook, diventando al contempo il film con il più alto incasso nella storia del paese. L’importanza di questo momento è stata sottolineata dallo stesso regista, che preferisce che la sua filmografia venga considerata proprio a partire da lì. È una linea di demarcazione: prima la ricerca, poi l’autore. Da quel punto in avanti, la sua idea di messa in scena si definisce con chiarezza e prende corpo un linguaggio personale, riconoscibile e coerente.

Joint Security Area

La sua firma stilistica diventa presto una fusione tra elementi estetici e narrativi in grado di creare un’esperienza cinematografica unica. Le sue opere sono caratterizzate da una meticolosa attenzione ai dettagli visivi: colori ricchi e vibranti, movimenti di macchina eleganti, scenografie sontuose che costruiscono mondi e atmosfere precise. Nulla è casuale, nulla è puramente decorativo. Le narrazioni sfidano le percezioni dello spettatore e mantengono un senso costante di suspense e imprevedibilità. I temi scendono in profondità: pulsioni oscure, tabù, ferite che toccano la psiche. Questa visione è resa possibile anche grazie ai suoi collaboratori, in particolare al direttore della fotografia Chung Chung-hoon. La loro sinergia diventa un pilastro: le tensioni psicologiche si traducono in luce, composizione, ritmo interno delle scene. È qui che il suo cinema trova il respiro, tra l’architettura dell’immagine e la precisione del racconto.

La Trilogia della Vendetta

Non si può parlare di Park Chan-wook senza citare la sua trilogia della vendetta. Sebbene questi film non abbiano collegamenti narrativi diretti, condividono una stessa ferocia speculativa: un’indagine sulle conseguenze della violenza e sulla ricerca di una giustizia personale che non consola, che lacera. L’impatto di questa trilogia non è stato uniforme, e proprio in questo squilibrio si legge un tratto della sua carriera. Park stesso definisce il tema in questo modo:

“Dagli antichi miti alle storie moderne la vendetta è il tema più popolare fra gli scrittori. È affascinante poiché ognuno la possiede dentro di sé ma, allo stesso tempo, è anche un tabù”.

La prima opera è Sympathy for Mr. Vengeance (2002), un’odissea nichilista che segue due soggetti spinti alla vendetta da circostanze tragiche. Nonostante la forza dell’apertura, la ricezione iniziale fu travagliata. All’uscita il film fallì al botteghino in Corea del Sud, classificandosi soltanto al trentesimo posto per numero di biglietti venduti e non riuscendo a coprire neppure la metà dei costi di produzione. La critica era divisa: molti parlavano di violenza gratuita e di una durezza respingente. Solo successivamente il pubblico ha iniziato a riconoscere la lucidità dell’operazione, cogliendo la natura, paradossalmente, anti-vendetta del film. Quella rivalutazione suggerisce che l’opera fosse in qualche modo troppo avanti per la sua epoca, capace di anticipare una sensibilità che si sarebbe accesa solo più tardi.

Il capolavoro che ha sfondato le barriere è Oldboy (2003), il film-ponte verso il pubblico occidentale. A differenza del predecessore, il successo fu quasi immediato. La storia di Oh Dae-su colpì con una forza diversa. In entrambi i casi la vendetta è una catena: uno si vendica e il successivo lo segue, trascinato dal medesimo impulso. Ma il fulcro di Oldboy non è soltanto la curiosità su chi abbia rinchiuso il protagonista; è la motivazione. Park sceglie di ritardarne la rivelazione, allungando l’ombra del dubbio e trasformando lo svelamento in ferita. L’iconica scena del corridoio, il lavoro sul corpo, il tempo della punizione: tutto converge in un racconto che non lascia scampo e che, proprio per questo, diventa universale.

Lady Vengeance (2005) chiude il trittico spostando l’accento dall’ossessione individuale a una necessità condivisa. Il film racconta la storia di Lee Geum-ja, determinata a vendicarsi dell’uomo per cui ha scontato una pena in carcere per un crimine commesso da lui. Park ha in seguito dichiarato che la realizzazione del film è nata anche dalla volontà di rimediare all’esclusione del personaggio femminile di Mi-do dall’intera verità in Oldboy. Qui, inoltre, prende forma un nuovo tipo di vendetta: la vendetta collettiva come rituale di giustizia. Le vittime si riuniscono, condividono il peso della sofferenza, decidono insieme la punizione e la mettono in atto. Non c’è catarsi pacificante, c’è la lucidità spietata di chi ha scelto di guardare la ferita senza distogliere lo sguardo.

Queste tre opere mostrano anche l’evoluzione del regista. Sympathy for Mr. Vengeance ha una regia più scarna, quasi essenziale; Oldboy è più compiuto, più matematico nella costruzione delle scene e nell’architettura del racconto; Lady Vengeance è la più raffinata ed elegante, proprio come la sua protagonista. È più velata nelle immagini, meno cruda ed esplicita delle due precedenti, ma non per questo meno incisiva. La violenza ha un impatto diverso sullo spettatore, che viene accompagnato in un viaggio fitto di metafore e simmetrie. Una cosa però resta identica: i personaggi sono consumati dall’ossessione di vendicarsi. È un sentimento che svuota l’energia vitale, che corrode dall’interno, che trasforma le vittime in carnefici e rende la giustizia un miraggio. Park non la esalta, la analizza; la mette al centro per mostrarne il costo umano, il prezzo che nessuno può davvero permettersi di pagare.

Fra Salute Mentale, psiche e società

Dopo la brutalità delle vendette, Park ci sorprende con I’m a Cyborg, But That’s OK (2006), una commedia solo in apparenza romantica, ambientata in un istituto psichiatrico. La storia segue Young-goon, una ragazza convinta di essere un cyborg, che si rifiuta di mangiare pensando di dover essere ricaricata a batterie. Park affronta la salute mentale senza pietismi né melodramma. Sceglie un’estetica fiabesca, surreale, e la usa per parlare di dolore psicologico in modo tangibile. La leggerezza visiva contrasta quindi con la crudezza di certe scene, come ad esempio quella dell’alimentazione forzata. riuscendo a creare un equilibrio fragile, pur se psicologicamente disturbante.

Con Stoker (2013), il suo primo film in lingua inglese, Park si sposta sul terreno del thriller psicologico. Qui la psicopatia non è mai una semplice patologia: diventa parte integrante, quasi inevitabile, della personalità. Racconta la storia di un’antieroina, e lo fa mantenendo lo stesso stile espressionista, le stesse composizioni geometriche e la stessa intensità che lo contraddistinguono. Non importa la lingua, non importa il contesto: il suo cinema resta inconfondibile.

Con The Handmaiden (2016), ambientato nella Corea degli anni ’30 sotto occupazione giapponese, Park affronta il trauma psicologico e l’oppressione patriarcale attraverso Lady Hideko. Costretta sin da bambina a leggere testi erotici per un pubblico maschile, Lady Hideko vive prigioniera del proprio trauma e di un ruolo imposto. Ma l’incontro con la sua cameriera ribalta tutto: la loro relazione diventa un atto di liberazione.

“Queste scene sono state pensate per mostrare letteralmente cosa sia lo ‘sguardo maschile’ e, in modo molto palpabile, cosa possa provocare la violenza dello sguardo.”

Così Park racconta la sua intenzione: spingere al massimo la prospettiva femminista. Due donne che trovano forza l’una nell’altra, che trasformano il desiderio in alleanza, che riscrivono il proprio destino.

Con Decision to Leave (2022), Park ritorna ai suoi labirinti mentali. Il detective Hae-jun, insonne e ossessionato dal lavoro, indaga sulla misteriosa Seo-rae. Il film, premiato a Cannes per la miglior regia, è un viaggio nei sentimenti umani, nella loro ambiguità. Realtà e immaginazione si intrecciano, lasciandoci disorientati, come il protagonista. Anche qui ritorna il tema dell’ossessione, ma questa volta la vendetta è psicologica, non fisica.

La satira di Bong Joon-ho VS l’umanismo crudo di Park Chan-wook

Park Chan-wook e Bong Joon-ho vengono spesso considerati come i due pilastri della Korean New Wave, si tratta del movimento che ha portato il cinema sudcoreano sotto i riflettori internazionali. Park a Cannes, Bong agli Oscar. Il confronto nasce spesso da un’inevitabile curiosità, ma tra i due non scorre alcun cattivo sangue, anzi. I due sono amici di lunga data, ciò lo dimostra la collaborazione per Snowpiercer (2013), film di Bong in cui Park ne è il produttore esecutivo.

La differenza principale sta nell’approccio. Bong sceglie la satira, l’ironia, per parlare di disuguaglianza sociale. Park, invece, affonda nella carne viva. Il suo cinema è psicologico, viscerale, stilizzato. Bong Joon-ho osserva le strutture che ci imprigionano; Park entra nelle ferite che quelle strutture lasciano. Il successo planetario di Parasite (2019), con quattro premi Oscar e il trionfo come miglior film, ha reso Bong il volto del cinema coreano nel mondo. Ma non bisogna dimenticare che fu Oldboy ad aprire la strada: è lì che è iniziata la scossa globale. La differenza, forse, sta nella digeribilità. Bong riesce a veicolare la critica sociale in modo più universale, più accessibile. Park, invece, rimane più scomodo, più crudele. Non cerca compromessi. E per questo, forse, è meno premiato, ma più radicale.

Park Chan-wook non cerca mai di piacere: scava, lacera, disorienta. È questo il suo segreto. In un cinema sempre più addomesticato, il suo rimane selvaggio, libero, impossibile da ingabbiare.

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