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Hal Hartley: simple man

On the road nel cinema made in USA. Rubrica a cura di Rosario Sparti

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Hal Hartley chi? Sembra una battuta ma è una triste realtà. Il nome di questo fiero paladino del cinema indipendente statunitense già anni fa sembrava essere scomparso dalle bocche degli amanti del cinema, oggi invece se ne è perso anche il ricordo. Eppure il regista è ancora in piena attività. La sua ultima pellicola, Meanwhile, risale al 2011, ma, negli ultimi mesi, sono giunte notizie di un nuovo progetto. Aggiornando il meccanismo produttivo delle sue opere, il regista, difatti, ha scelto la carta di Kickstarter per cercare i finanziamenti del suo Ned Rifle, capitolo conclusivo di una trilogia introdotta da Henry Fool e cui poi ha fatto seguito Fay Grim nel 2007. Insomma, Hartley è vivo e lotta insieme a noi. Nato a Long Island nel 1959, diplomato alla SUNY – Purchase Film School, ha lavorato come edicolante, operaio siderurgico e centralinista per una compagnia di annunci di pubblica utilità. Nel 1989 grazie all’appoggio economico del suo datore di lavoro, riuscì poi a girare il suo primo lungometraggio, L’incredibile verità; a cui seguirono due pellicole, Trust- Fidati e Uomini semplici, che contribuirono a regalare una discreta fama al regista nell’ambito dei festival cinematografici. Negli anni ’90 la sua carriera sembrava potesse spiccare il volo, invece coerentemente il regista ha deciso di rimanere in un angolo del sistema cinematografico, così da preservare la maggiore libertà possibile.

Uno spirito indipendente, in linea con la forsennata ricerca dell’essenzialità che contraddistingue il suo stile. “Essenziale. Ecco una parola che mi piace usare moltissimo. Trovare l’essenziale.” A partire dalla composizione delle immagini, ogni cosa nella messa in scena del regista appare come essenziale: macchina da presa fissa, rari movimenti di camera, recitazione straniata. Soprattutto nel lavoro con gli attori risulta evidente come Hartley giochi in sottrazione, escludendo le emozioni o privandole di drammaticità. Per questa ragione i suoi personaggi, come Keaton, non sorridono mai. D’altronde è lui stesso ad ammettere che “un sorriso è una vittoria a buon mercato.” Seppur con i piedi ben piantati negli USA, Hartley, per il suo cinema guarda evidentemente all’Europa, in particolare alla Francia. Sono due i nomi ricorrenti accostati al suo cinema: Robert Bresson e Jean-Luc Godard. Il nome di Bresson è strettamente connesso alla già citata ricerca dell’essenziale, che appare evidente nel desiderio di costruire immagini portatrici di un significato. Non esistono inquadrature “di servizio” nel cinema di Hartley, anche l’immagine più banale deve dire qualcosa. L’austerità nella composizione dell’immagine si coniuga al trattamento ellittico del corpo umano, spesso inquadrato attraverso dettagli che isolano parti del corpo per trasmettere significato solo attraverso le azioni.

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Questo, per esempio, è il caso della scena, nel film per la tv Surviving Desire, in cui la mano di Julie quasi tocca quella di Sofie. La scena viene privata di ogni elemento superfluo, alla ricerca di una chiarezza emotiva che non dà per scontato nulla nelle scelte di regia. Isolando le mani, le mani e nient’altro, l’inquadratura dice esattamente ciò che deve dire, senza aggiungere o sottrarre nulla a quanto serve per trasmettere quella specifica emozione. L’uso frequente di dettagli e la scomposizione del corpo umano in singole inquadrature è una caratteristica anche del cinema di Godard, da cui il regista prende pure lo sguardo pop verso la realtà del proprio tempo (come nel caso della discussione su Madonna in Uomini semplici). Un’attitudine però maggiormente legata all’interesse verso lo spirito del tempo piuttosto che verso la cultura pop in sé.

Un fattore che lo distingue da un regista come Kevin Smith, cui spesso è stato accostato per la verbosità (quasi dei pensieri pronunciati a voce alta) e l’attitudine filosofica dei suoi personaggi. In maniera simile a quelli di un altro cineasta di quell’America indie anni ’90, ossia Richard Linklater, anche i personaggi di Hartley parlano molto e in maniera autoriflessiva, si interrogano perennemente sulle relazioni, la mancanza di comunicazione ma, soprattutto, sul ruolo del desiderio nella vita delle persone. Le sue pellicole vivono di questi personaggi insofferenti ma che trattengono le emozioni, in maniera simile a quanto accade dal punto di vista figurativo: inquadrature costruite come tableaux vivant. Improvvisamente però può accadere che queste emozioni vengano fuori in maniera repentina, da quì scoppi irrazionali di violenza o momenti liberatori, spesso collegati alla danza (il momento più celebre dell’intera filmografia del regista è, forse, proprio il momento danzante sulle note di “Kool Thing” dei Sonic Youth in Uomini semplici). Sembra quindi abbastanza chiaro, dagli scarni elementi messi in evidenza, come il cinema indipendente odierno, popolato da personaggi quirky, debba se non tutto, senz’altro parecchio al nome poco conosciuto di Hartley. Fosse anche solo per la capacità di lanciare talenti come Parker Posey, Robert John Burke, Edie Falco, Martin Donovan, Adrienne Shelley che oggi sono noti a tutti. Come una canzone degli Husker Dü, il cinema di Hartley se lo ricordano in pochi, ma chi in gioventù ne è stato toccato lo vive ancora oggi come un frammento di vita di cui non può fare a meno.

Rosario Sparti

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