Il Lago Maggiore e il Lago Lemàno (meglio conosciuto come Lago di Ginevra) tessono qualcosa di più di un dialogo cinefilo a distanza alla 78esima edizione del Locarno Film Festival, strenua roccaforte ticinese del cinema d’innovazione e d’avanguardia, grazie a Le Lac di Fabrice Aragno, nella sezione del Concorso Internazionale, che firma un paradigma delle strade percorribili dal dispositivo filmico nell’oscillazione del presente e nelle incertezze tecnologiche del domani, in una coesa composizione di sottrazione e stratificazione.
L’esordio nel lungometraggio di Aragno, autore svizzero di corti e documentari, si inabissa nella poetica tra visibile e invisibile e nella rarefazione temporale, magnifiche ossessioni delle recenti tendenze d’essai, e si staglia, anche nella kermesse in corso, come cinema d’esplorazione tra le potenzialità del digitale e il racconto come traslato livre d’image (citando l’omonimo film di Jean-Luc Godard di cui Aragno curò la fotografia, oltre a quella di Film Socialisme e Adieu au langage).
Se Le Lac ingloba nei suoi esili e pregnanti 75 minuti un quid inafferrabile che sconfina nell’opera-mondo, il plot è un sussurrato intermezzo pressoché nullo tra le onde e il cielo, tra gli scogli di una vita insieme e un infrangersi d’amore e di morte.
Cogliere l’assenza
“Una coppia si butta anima e corpo in una gara di barca a vela che va avanti giorno e notte tra le acque di un grande lago”.
Nella sua scissione controcorrente tra immagini e parole (con le seconde ridotte a rade battute) e nella sua formulazione del linguaggio cinematografico come metafora della natura stessa, in un’ascendenza filosoficamente godardiana, Le Lac non percorre tuttavia traiettorie narrative tra l’uomo e la donna, interpretati dal velista Bernard Stamm e da Clotilde Courau, anonimi come il respiro assoluto che il film vagheggia, come la primazia di una sola espressione (quella filmica su quella verbale) impone. Infatti, in una prestazione muscolare in barca che è performance materica e tattile come il paesaggio che li circonda, i due attori volteggiano tra i silenzi di un passato non intellegibile che Aragno pennella di armonia, complicità ed effimero struggimento, nei toni umorali di un arco atmosferico terso, plumbeo e crepuscolare, nel ventaglio cromatico del ciano, notoriamente allegoria di tristezza.
Del resto il monito del mentore che (dis)fece la storia del cinema era stato altrettanto limpido come il lago della sua Ginevra:
“Non bisogna dipingere ciò che si vede, perché non si vede nulla, ma dipingere ciò che non si vede”. Jean-Luc Godard, citando Claude Monet

Per gentile concessione di ©CasaAzulFilms
Il tramonto delle affinità elettive
In Le Lac la macchina da presa, convulsa, si aggrappa alle intemperie della regata e ai corpi dei due innamorati, per lo più recisi in mezza figura, impossibilitati a una coesistenza pànica con la natura, ma, a riva, alla ricerca di una loro cittadinanza tra i suoi prati e le sue fronde, forse come antidoto a un dolore represso. La fotografia, dunque, sotto la maestria di Aragno si fa contemplativa e pittorica, con vette impressioniste e stilizzazioni che richiamano la tradizione nipponica, nell’ampiezza dei campi in cui la presenza umana si defila, come nella routine dei protagonisti, enigmatica, solitaria, ma non del tutto schiva. E nella fluidità non solo acquatica di sorrisi, abbracci, sforzi e fragilità si addensa gradualmente la chimerica metafora di una greve e vibrante visione: la parabola discendente di una storia di felicità, il ciclo esistenziale delle stagioni, l’incedere ineluttabile verso la morte.
Un film che pare racchiudere la vita in un frangente cristallizzato nell’immensità dello spazio e che nasce da una precisa suggestione di poetica e, immancabilmente, da una posizione di sguardo, come dichiarato dallo stesso regista, intervistato al festival:
“Se vedo una coppia sul treno, non so cosa si stiano dicendo – io sono tre sedili dietro di loro. Ma osservando il modo in cui interagiscono, ho la sensazione di poter capire e inizio a proiettare me stesso su di loro. In quei momenti non ho bisogno di altra “storia”: la creiamo noi, ed è questo che volevo esprimere nel film”.