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IN SALA

Adieu au langage – Addio al linguaggio

Ciò a cui assistiamo in “Adieu au langage” è la fine di ogni conciliazione, dunque anche la fine di ogni linguaggio (cinematografico, ma non solo) e quello di Godard altro non sembra che un ultimo (?), definitivo (?) congedo dal cinema stesso, da sé, dal mondo

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Il XX secolo si era chiuso per Jean-Luc Godard con il congedo dal cinema e dalle sue storie, affidato a un’opera monumentale come le Histoire(s) di cinéma. Congedo che si prefigurava già come rinascita in forme cinematografiche nuove e ancora tutte da sperimentare, esattamente come Godard ha fatto nel corso degli ultimi dieci anni, indagando prima gli orizzonti del digitale, per approdare poi, in quest’ultimo lavoro, al 3D. Riparte da lì Adieu au langage, il film in cui Godard riprende e radicalizza una pratica cinematografica cominciata con le Histoire(s) – fra l’altro esplicitamente presenti come citazione visiva e sonora – e proseguita coerentemente nel lavoro degli ultimi anni, da Eloge de l’amour a Notre musique, fino a Film Socialism.

È la stessa, per esempio, la domanda che, pur se non esplicitata, attraversa questo film, proprio come Histoire(s) du cinéma: “Cosa può il cinema?”. Sottointesa la domanda, rimane in Adieu au langage solo la risposta: “Qualcosa”. Il punto allora è proprio questo: “cosa?”. La sua capacità di immaginare mondi possibili? Se sì, certamente non nel senso dell’invenzione narrativa di una storia. Di quella in effetti, già sul finire del secolo scorso, ma forse addirittura più radicalmente dall’inizio della sua carriera, Godard aveva dichiarato l’impossibilità. Convinzione che, se mai ce ne fosse stato bisogno, Adieu au langage ribadisce con forza. Il film è strutturato infatti in 4 capitoli, a due a due speculari (Natura, Metafora, Natura, Metafora), legati fra loro dalla sola ricorsività di immagini e suoni, non evidentemente attraverso una seppur blanda struttura narrativa, come accade in molto cinema contemporaneo, che condivide solo in parte con Godard l’esigenza di eliminare ogni traccia del racconto cinematografico classico.

Oppure rimane al cinema quella possibilità, che Bazin gli riconosceva ontologicamente, di restituire in immagine pezzi di mondi esistenti? Forse sì, ma a patto di mettere in discussione, come aveva già fatto il fondatore dei Cahiers du cinéma, ogni ingenua concezione di realismo, ogni sua declinazione nel senso di un immediato (ovvero non mediato) rispecchiamento del mondo. A patto cioè di riconoscere nel mondo che vive nel cinema un che di costruito (e dunque immaginato) e nel cinema stesso un linguaggio. È l’esito noto a cui arrivava Bazin al termine di quel breve quanto celebre saggio, intitolato Ontologia dell’immagine fotografica. La storia del cinema è forse sin dalle sue origini la storia di questa conciliazione fra immaginazione e realtà, dopo un esordio in cui i due termini parevano abissalmente lontani, riassunti nelle esperienze cinematografiche dei Lumière da una parte e di Méliès dall’altra.

Cosa ne è dunque di questa mediazione che solo il linguaggio (quello cinematografico, ma anche ogni altro linguaggio, altro non è infatti che mediazione) riesce a garantire, quando si arriva al 3D? L’uso volontariamente errato della tecnologia, che Godard sperimenta in Adieu au langage, ne mettono in luce, radicalizzandola, la possibilità di decostruire l’intero sistema linguistico che il cinema ha edificato progressivamente nel corso della sua storia. Le due immagini sovrapposte che costituiscono un’immagine in tre dimensioni vengono scomposte, con una forzatura nell’uso della tecnologia, e in molti casi non più ricomposte. Il risultato ha, con ogni evidenza, un effetto straniante sullo spettatore che, dopo aver perso ormai da tempo il filo rosso della narrazione, perde qui anche l’unità di uno sguardo che, solo in quanto illusorio (l’immagine-movimento, come noto, non esiste se non per un’operazione retinica di compensazione che trasforma la semplice successione di fotogrammi in un flusso continuo di immagini) può restituire una percezione il quanto più prossima alla realtà.

Ciò a cui assistiamo in Adieu au langage è la fine di ogni conciliazione, dunque anche la fine di ogni linguaggio (cinematografico, ma non solo) e quello di Godard altro non sembra che un ultimo (?), definitivo (?) congedo dal cinema stesso, da sé, dal mondo. Il 3D, letto in questa prospettiva, pare infatti collocare il cinema e il suo possibile futuro sviluppo al di qua dell’antico bivio: essere macchina immaginativa o strumento di ri(presa) della realtà. Così facendo Godard, come per altri versi lo Scorsese di Hugo Cabret, vede nel 3D una strada per il ritorno al cinema delle origini. Che dunque, di nuovo, questo addio, proprio come accedeva nelle Histoire(s), non sia soltanto un momentaneo arrivederci? In fondo, cosa ne sarà del cinema, nato morto e dunque impossibilitato a morire, nessuno può dirlo: neppure Godard. Come da più di un secolo ormai, possiamo/dobbiamo continuare a riflettere su questa strana creatura.  Adieu au langage è una preziosissima occasione per farlo.

Alessia Cervini

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  • Anno: 2014
  • Durata: 70'
  • Distribuzione: Bim
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Svizzera
  • Regia: Jean-Luc Godard
  • Data di uscita: 20-November-2014