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Interviews

Film Festival della Lessinia, intervista ad Alessandro Anderloni

Alessandro Anderloni tra tradizione e futuro, tra appartenenza e apertura internazionale. Il direttore artistico del Film Festival della Lessinia approfondisce lo spirito del festival e il legame unico e potente con la montagna e il territorio: una finestra per uno sguardo sul mondo.

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Dal 1997 Alessandro Anderloni ricopre il ruolo di direttore artistico del Film Festival della Lessinia. L'intervista e le sue parole

Esistono festival con la capacità di unire in un unico programma elementi fondanti di una stretta attualità. Ci sono festival che hanno come obiettivo primario quello di far riflettere. Ci sono festival, come quello della Lessinia, in cui le metafore diventano concrete, in cui le parole si incrociano dando vita a temi universali.

Dal 1995 il Film Festival della Lessinia è un “palcoscenico cinematografico” per registi e registe che raccontano con le loro opere la vita, la storia e le tradizioni in montagna. E dal 1997 a guidare la direzione a artistica è Alessandro Anderloni: autore, regista e produttore cinematografico.

Il suo è un legame profondo con la montagna, con il festival e con ciò che rappresenta. Tutte le sfumature “del microcosmo” e lo spirito che contraddistingue questa rassegna sono state approfondite dalle sue parole.

Il rapporto tra uomo e ambiente

In un mondo come quello attuale la forza comunicativa che può avere il cinema per fare luce su varie tematiche è fondamentale. Nonostante un tema così di nicchia e specifico, il festival apre lo sguardo sul mondo richiamando l’attenzione di ognuno di noi.

La scelta fondativa del nostro festival, trent’anni fa, è stata quella di dedicarci alla vita in montagna. Abbiamo deciso di concentrarci su una nicchia, scoprendo però che, scavando nel microcosmo delle piccole storie di montagna, si possono affrontare temi universali.

La montagna è un luogo privilegiato di osservazione: metaforicamente, dall’alto, permette uno sguardo che supera gli ostacoli e offre una visione d’insieme, come quando si raggiunge una cima. Allo stesso tempo, il suo isolamento consente di mantenere relazioni umane autentiche e un rapporto diretto con l’ambiente, a volte scevro dai condizionamenti mediatici e della stretta attualità.

Quello che potrebbe sembrare un tema limitante, in realtà spalanca lo sguardo sul mondo. L’immagine di quest’anno – una finestra aperta sul panorama montano – rappresenta proprio questo: un confine che può essere attraversato per guardare oltre.

Il confine e un messaggio di pace. Due elementi che seguono un unico filo rosso.

Il festival ha sempre la montagna come tema centrale, ma ogni anno propone un omaggio tematico. Quest’anno è il “confine”, inteso non come barriera ma come linea permeabile, occasione di sconfinamento e incontro. La finestra della grafica ufficiale è allo stesso tempo limite e possibilità di apertura.

Il tema del confine si lega naturalmente a un forte messaggio di pace. Non possiamo ignorare la realtà: molti film in programma affrontano questioni geopolitiche drammaticamente attuali. Il festival ha aderito alla campagna di Emergency “Ripudia”, in difesa dell’articolo 11 della Costituzione, e presenta opere che raccontano conflitti in modo diretto.

Il film di apertura, in anteprima italiana, è di una regista israeliana e racconta, con un linguaggio immediato – direi scaraventando lo spettatore nella realtàun gruppo di attivisti di Israele che nella Valle del Giordano, armati soltanto di telefono cellulare, difendono i beduini palestinesi, cacciati con la forza, da polizia, da esercito, da coloni, dalle aride pietraie dove i loro avi da millenni pascono non le capre. È un film che dice, fin dall’apertura, dell’attenzione del nostro festival a questi temi e a come la montagna sia spesso un palcoscenico dei conflitti e delle guerre. 

Quest’anno ospitiamo anche film russi e un regista ucraino in giuria, a testimonianza della nostra volontà di non farci influenzare da logiche geopolitiche nella scelta delle opere, ma di lasciare agli autori libertà di espressione.

Dal 1997 Alessandro Anderloni ricopre il ruolo di direttore artistico del Film Festival della Lessinia. L'intervista e le sue parole

Oltre la guerra: migrazioni, tradizioni e modernità, eventi culturali

La ricerca di un dialogo. Il rapporto tra uomo, ambiente e natura che si rinnova alla ricerca di una convivenza pacifica.

La programmazione non si limita al tema del conflitto: ci sono opere che raccontano migrazioni, il dialogo tra storia e modernità, tra tradizione e innovazione, e molti sguardi al femminile, con parità di genere tra registi e registe. C’è anche attenzione per cinematografie emergenti, come dal Benin dove inaspettatamente giunge un film bellissimo sull’introduzione di una pianta di fiume di lago, che sta distruggendo un ecosistema da parte di un intervento non pensato dell’uomo.

In sintesi, due i filoni principali di quest’edizione: la ricerca di una convivenza pacifica tra gli uomini e quella tra l’uomo e l’ambiente.

Eventi speciali e focus ambientale. 

Il festival propone 86 film da 38 paesi, con 26 anteprime italiane, ma anche un ricco programma culturale parallelo.

In occasione dell’Anno internazionale per la conservazione dei ghiacciai, ci sarà il convegno e la mostra Freeze the Future, realizzata con il CAI Veneto: immagini forti sullo scioglimento dei ghiacciai e riflessioni sugli effetti diretti di questo fenomeno sulla qualità dell’acqua potabile. L’obiettivo è stimolare azioni concrete, anche nelle scelte quotidiane, per contribuire alla salvaguardia dell’ecosistema.

Dal 1997 Alessandro Anderloni ricopre il ruolo di direttore artistico del Film Festival della Lessinia. L'intervista e le sue parole

Alessandro Anderloni, dal 1997 direttore artistico del Film Festival della Lessinia

Vado sul personale Alessandro. Tu sei, oltre alle attività teatrali, autore, regista e produttore cinematografico. Che obiettivi ti sei dato da quando ricopri questo ruolo? 

All’inizio il mio coinvolgimento nel festival è stato del tutto inconsapevole: non l’ho fondato io, ma ho intuito fin da subito che si trattava di qualcosa di importante e rilevante, un’opportunità per una montagna come la Lessinia. Non è un nome noto come quello delle Dolomiti e, all’epoca, non aveva una particolare apertura verso il mondo. La Lessinia è sempre stata un’enclave, anche per la sua storia: terra abitata dai Cimbri, popolazione di origine tedesca che portò con sé una lingua diversa e che, in un certo senso, ha contribuito a isolarla.

Quando ho assunto la direzione, ero molto giovane e non avevo alcuna esperienza su come guidare un festival, ma ho sentito che era un’occasione da cogliere.

Nel tempo ho cercato di non cadere nella trappola di spettacolarizzare il rapporto con la montagna, evitando il binomio “montagna-avventura” o “montagna-impresa”. Nei primi anni abbiamo preso la decisione fondamentale di non occuparci di storie di alpinismo, sport o avventura, per distinguerci da altri festival che avevano già una forte identità in quella direzione, e concentrare invece l’attenzione sulla vita delle persone.

Questa si è rivelata un’intuizione fertile: nel tempo, i film che raccontano la vita in montagna si sono dimostrati il filone più ricco e stimolante di tutta la cinematografia dedicata a questo tema, e anche quest’anno ne presentiamo di straordinari.

Il futuro, un augurio di continuità. Un patrimonio da cullare per la Lessinia. 

Il mio augurio è che il festival possa continuare a crescere e rafforzare la propria solidità, così da diventare una manifestazione capace di andare oltre il mio impegno personale. Continuerò a guidarlo finché avrò le forze e la passione per farlo, ma vorrei che diventasse un patrimonio indiscusso per il futuro della Lessinia, di Bosco Chiesanuova e del Veneto.

Oggi, dopo la Mostra del Cinema di Venezia – che appartiene a un’altra dimensione – il nostro è il festival più rilevante della regione per numeri, catalogo e riconoscimenti ufficiali, mentre fino a poco tempo fa era il più piccolo e il meno conosciuto.

Spero che il cammino intrapreso in questi trent’anni trovi continuità e possa proseguire con le proprie gambe, mantenendo la duplice vocazione che lo caratterizza: un forte radicamento nella terra e nella montagna della Lessinia, unito a una marcata apertura internazionale.