La famigerata versione integrale di Io, Caligola in dvd per Minerva

io, caligola

Secondo il popolare drammaturgo e sceneggiatore Gore Vidal, che ne ha curato lo script, si sarebbe dovuto trattare del primo studio realistico dell’Impero Romano mai girato, ma fu proprio lui, dopo aver definito “parassiti” i registi in un’intervista rilasciata al Time, ad essere cacciato dal set da un furioso Tinto Brass, scelto dal produttore Bob Guccione – fondatore ed editore della rivista erotica Penthouse – in seguito al rifiuto di John Huston e Lina Wertmüller.

Maledetto a causa di una lavorazione piuttosto travagliata e destinato a suscitare scandalo io, caligolafin dall’anteprima tenutasi a Meldola il 14 Agosto del 1979, Io, Caligola – nato semplicemente come Caligola – ha avuto modo di circolare più volte in formato vhs in diverse edizioni più o meno “spinte” e dalla durata variabile, ma mai nella sua forma da centocinquantacinque minuti che, in versione originale sottotitolata in italiano, Minerva pictures – con tanto di booklet atto a ripercorrerne le complicate vicende legali – provvede finalmente a rendere disponibile su supporto dvd, insieme al montaggio di quasi due ore proposto in un altro disco incluso nella confezione.

Quindi, chi all’epoca ebbe la fortuna di assistere ad una delle rare proiezioni della pellicola mostrata nella sua completezza, ha oggi modo di includere nella propria collezione digitale uno dei più bizzarri, controversi e chiacchierati kolossal appartenenti alla storia della Settima arte del XX secolo, nella versione infarcita d’inserti hard guccioniani che, pur disconosciuta da Brass, rimane la più vicina a quella che era la sua idea iniziale.

La versione comprendente esplicite immagini di sesso orale etero e omo, di rapporti lesbici e molto altro ancora nel corso di un’operazione che, volta a raccontare le assurde imprese dell’incestuoso e folle imperatore del titolo, incarnato dal Malcolm McDowell di Arancia meccanica, incuriosisce non poco già a partire dalla ricchezza del cast sfruttato.

Perché, al di là della Teresa Ann Savoy di Salon Kitty, di JohnRoma violentaSteiner e dei nostri Leopoldo Trieste, Adriana Asti, Paolo Bonacelli e GuidoSquadra antiscippoMannari, abbiamo, addirittura, Peter O’Toole, il grandissimo John Gielgud e la futura vincitrice del premio Oscar – qui poco vestita – Helen Mirren, tutti immersi nelle maestose scenografie di Danilo Donati per porsi al servizio di uno spettacolo tutt’altro che edulcorato e vicino al lussuoso cinema delle star cui siamo abituati.

Uno spettacolo che, dispensatore perfino di una realistica sequenza di parto, provvede ad andare giù pesante non soltanto per quanto riguarda la pornografia, ma anche la violenza, tra evirazioni, abbondanza di decapitazioni (memorabile il momento della parete mobile che provvede a tagliare le teste di persone sepolte fino al collo) e fiumi di liquido rosso da puro cinema splatter.

Con la risultante di una coloratissima, vera e propria orgia pop su celluloide di hardcore, raccapriccio e teatralità che, a oltre trent’anni di distanza, sembra riuscire ancora oggi a far discutere parecchio… soprattutto perché, in maniera paradossale, possiamo tranquillamente riconoscere in quelle che sono state considerate allora le motivazioni della sua non riuscita le stesse che, nel 2014, ci lasciano pensare ad un’opera decisamente avanti per l’anno in cui venne concepita.  

 

Francesco Lomuscio



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