Mozziconi di sigarette e cenere; il sole cerca vigliaccamente di farsi strada tra le fessure della tapparella marrone e angusta che cade a pezzi, e con lei anche io. La disperazione fa eco nella stanza mentre la sua voce cade come pioggia primaverile sulle mie orecchie. Sono passati 45 minuti; la collera è ora mia amica.
“Se hai trovato questa lettera vuol dire che per la prima volta ho deciso di vivere la mia vita invece che subirla, è solo un caso che questa scelta coincida con la mia morte”.
Come aghi, le sue parole aguzze attraversano la mia carne. Più avanzo la lettura e più sento dell’acredine sulla lingua, è come se il suo sangue colasse sulla mia bocca al pronunciare ogni frase. Il sole continua a giocare disonesto, insegue prima me e poi la sua ombra.
Non mi è mai piaciuto invitare gente nel mio dolore: è una stanza buia, non ci sono pareti, solo polvere e pertugi fatiscenti, gli angoli ormai sono stati smussati da tutte le spallate e gli urti che ho preso; sono diventata brava a non inciamparvi. Senza mappa solo io posso navigare questo dolore ma il sole, ora tronfio nel suo splendore, dà luce a tutti i mostri che nascondevo sotto il letto. Mi sento nuda sotto la pelle e in me non c’è neanche un briciolo della sfrontatezza che ha vestito Marianne Faithfull nella pellicola, tantomeno un tenebroso Alain Delon a tentarmi. Forse come Rebecca nel film, dovrei abbandonarmi a fantasie psichedeliche. Sessanta minuti si sono susseguiti l’un l’altro senza misericordia alcuna; quest’ora sembra già di suo un’allucinazione senza fine, farei bene a non cedere anche se proprio come Rebecca, vorrei salire su una moto e lasciare che il vento mi strappi di dosso quest’agonia.
Guardo giù, lui è ancora lì steso, sposto gli occhi sulla finestra, vedo distese di grano e un bucato bianco ballare con il vento e portare una dolce carezza alla lavanda sotto la punta del naso, mi fa quasi il solletico. Vedo la spensieratezza della domenica mattina e sento le risate di tre bimbi consumarsi in lontananza, vedo finalmente la felicità. La porta del corridoio sbatte all’improvviso, ed ecco che sono teletrasportata di nuovo qui. Guardo giù, lui è ancora lì steso, sposto gli occhi sulla finestra e vedo solo alti palazzi che cercano di coprire il vuoto di un’esistenza impiegata a cercare nell’altro ciò che non si è potuto dare a se stessi. Fallire ovviamente era l’unica possibilità ammessa.
La stanza è impregnata di un odore così pesante, tutto qui sembra essere un inno funebre. Così pesante che il silenzio è sospeso dal mio affanno, nei miei sospiri sento il ruggito di mille promesse, ogni sussulto disegna ricordi di attimi mai vissuti. “Io finisco dove comincia il prossimo, eppure chiunque attorno sembra prendersi un pezzo di me. Mai eroe affabile, eternamente comparsa del mio stesso racconto. Che cos’è un uomo? Fino all’ultimo dei miei giorni non sono riuscito a trovare una risposta, so solo che il mondo mi ha insegnato che un uomo di certo non assomiglia a me. Non ho idea di quel che valgo né di chi io sia, ma la vita non ha mai smesso di ricordarmi ciò che non sono e non sarò mai”.
Le pagine proseguono e con loro credo di essermi invaghita di una nuova abitudine: rimanere del tutto intorpidita, anestetizzata dal dolore. “È difficile combattere la rabbia quando la tua intera esistenza è stata costruita su essa”. Mai sentite parole più vere, sogghigno timidamente, non mi sembra educato ridere del dolore altrui, ma dopotutto io sono stata invitata. Ogni parola di questa lettera è stata incisa perché perforasse il mio cuore, ogni virgola è stata accuratamente pensata per dare respiro alla mia anima in pena, io sono l’eletta invitata nella sua stanza buia senza pareti e piena di polvere e pertugi fatiscenti. Perché adesso? Perché solo adesso? Mi chiedo se sono in ritardo. Però in ritardo per cosa? La realtà immagino.
Che meschino, dopo righe e righe, dopo aver posto ogni suo male sui palmi delle mie mani, dopo aver implorato salvezza, dopo avermi ricordato che di fatto, anche l’eternità ha dei cancelli con tanto di lucchetto e data di scadenza, dopo aver dichiarato che la sua la terra promessa non sarebbe stata quella che per ventotto anni ha avuto sotto i talloni; che meschino concludere la sua lettera d’addio citando uno dei miei film preferiti.
Non è perché tu non comprendi ma non puoi sentire quello che sento io. Puoi mostrare empatia, puoi comprendere, puoi mostrare compassione. Ma sentire il mio dolore? No.
E così Abbas Kiarostami gli ha regalato un’uscita di scena potente, un lirismo agghiacciante nella sua raffinata e grezza semplicità. All’improvviso nella mia mente si susseguono primi piani di Homayoun Ershadi, piano piano la lente smette di mettere a fuoco ed ecco lui, il mio lui che si sostituisce alla guida, che percorre integerrimo quelle decadenti, tortuose e poetiche colline conoscendo molto bene la sua destinazione, stavolta. Ateo e in procinto di commettere un atto esiziale: è lui il mio Signor Badi. Perché allora io non sono potuta essere il Signor Bagheri nel suo nefasto adattamento? Ingordo com’è, lo scorso giugno gli avrei chiesto solo “Vuoi rinunciare al sapore della ciliegia?”
Hai perso ogni speranza? Hai mai guardato il cielo una volta sveglio al mattino? Al crepuscolo non vuoi vedere l’alba? Il rosso e il giallo del sole al tramonto non li vuoi vedere più? Hai visto la luna? Non vuoi vedere le stelle? La notte della luna piena non la vuoi vedere di nuovo? Vuoi chiudere gli occhi? Ti prego di prendere il bivio a destra. Del resto le persone dall’altro lato vorrebbero dare un’occhiata qui e correre mentre tu ti vuoi precipitare lì. Non desideri bere acqua da una sorgente, di nuovo? O lavare il viso in quell’acqua? Gira a destra. Se si guardano le quattro stagioni, ogni stagione porta i suoi frutti. In estate, c’è la frutta, in autunno anche; l’inverno porta della frutta e la primavera altra ancora. Nessuna madre può riempire il suo frigo con una tale varietà di frutta per i suoi figli. Nessuna madre può fare tanto per i suoi figli come fa Dio per le sue creature. Vuoi rifiutare tutto questo? Dar via tutto? Vuoi rinunciare al gusto delle ciliegie?
Sono riuscita ad addomesticare questo fiume di rabbia e confusione, camminando senza tregua dalla porta a quella maledetta finestra che lascia entrare quel maledetto sole che nulla è in grado di raccontare di questo maledetto giorno. Le cosce si sfregano l’una contro l’altra, là a destra vicino al comodino ho lasciato una chiazza di sudore, in salotto si innalzano dei canti tratti dai Salmi, tragedia e comicità si rincorrono agli angoli della sua bocca.
Non ho mai tentato di smascherare i suoi segreti, loro si sono fatti strada e mi hanno raggiunta. Ora nessuno parla eppure il ronzio è assordante. I suoi peccati mi incatenano in questa stanza, buia come la notte nonostante il sole alto che tanto cerca di farsi venerare. Del resto si dice che la miseria desidera compagnia, ebbene eccomi qui carissimo, con piaghe sulle mani che non mi appartengono. Bisogna diffidare delle storie raccontate da coloro che hanno il cuore spezzato e lui per anni ha vestito così bene la verità che le sue bugie non riesco proprio a riconoscerle. La mamma spesso diceva: “a volte ci vuole uno sconosciuto per riconoscere un volto familiare”, beh, per la prima volta ne comprendo il significato. Che gli sia stata troppo vicina, che abbia dato per scontato di conoscere ogni piaga delle sue mani, ogni zona arida e non fertile del suo campo? Forse come il Signor Bagheri dovrei pensare: “Ora io sono un estraneo e tu pure sei un estraneo. Se vai ti sarò amico, e se resti ti sarò amico lo stesso”. No, mi spiace, la codardia me lo impedisce. Apro a caso La nausea di Jean Paul Sartre per distrarmi, il dito cade su un paragrafo distinto:
D’un tratto si sente che il tempo scorre, che ogni istante porta con sé un altro istante, questo un altro ancora e così di seguito; che ogni istante si annulla, che non vale la pena di tentare di trattenerlo.
Chissà se questi versi sono rivolti a me o a lui, steso ancora lì su quelle piastrelle di finto marmo.
Un tumulto, un colpo di tosse, i piedi non riescono a sorreggere tutti quei lamenti e quelle ore di sopore che sembravano l’inizio della fine. Le spalle ricurve, la pelle grigia come quella di un cadavere e la carne cocente come una giornata di agosto. Piano piano la stanza smette di essere poi così buia: la polvere lascia le impronte delle nostre speranze e i pertugi sembrano serrarsi appena appena. Come un’opera firmata da Kiarostami, la stanza si sveglia, prende vita. Lui mi si avvicina da dietro con passo timido e colpevole ma con voce vigorosa dice: “Sai, fino all’ultimo respiro – tentenna e beve un sorso d’acqua – a volte non ci si rende conto che si sta trattenendo il respiro finché non ci si trova in uno spazio in cui poter respirare di nuovo”.
Io lo guardo e mi chiedo se esista morte senza cadavere, crimine senza delitto ma nel frattempo mi godo il suo abbraccio e il suo bentornato alla vita.