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IN SALA

Una fragile armonia

Un tema molto interessante quello di “Una fragile armonia”, primo lungometraggio di finzione del regista Yaron Ziberman, premio Oscar per il documentario “Watermarks”: l’armonia

Pubblicato

il

 

Anno 2012

Distribuzione: Good Films 

Durata: 105′

Genere: Drammatico

Nazionalita’: USA

Regia: Yaron Ziberman

Data di uscita: 12 Settembre 2013

 

Dopo piú di venticinque anni di onorata carriera, il noto violoncellista Peter Mitchell (Christopher Walken) scopre di avere i primi sintomi del morbo di Parkinson. Consapevole di dover rinunciare ad esibirsi in pubblico, il suo primo pensiero è quello di salvaguardare l’equilibrio dello storico e acclamato quartetto d’archi di cui fa parte. Ma la notizia della sua malattia sconvolge fatalmente l’armonia generale del gruppo, scatenando rivalitá sopite e taciuti rancori.

Un tema molto interessante quello di Una fragile armonia, primo lungometraggio di finzione del regista Yaron Ziberman, premio Oscar per il documentario Watermarks: l’armonia, che meravigliosa parola! Essa presuppone innanzitutto lo scambio tra le parti, la condivisione tra individualitá differenti. L’armonia mette in relazione il Sé con l’Altro da Sé , li mescola, li congiunge, ne moltiplica la forza dando vita ad un rinnovato equilibrio. È una conquista assai preziosa e chi contribuisce a crearla sa di essere riuscito a rinunciare a una piccola parte del proprio naturale egoismo, della propria umana vanitá, per fondersi con l’Altro. Ma bisogna essere pronti per assurgere a un tale stato di grazia e il violinista Robert Gelbert (Philip Seymour Hoffman) non lo è. Deve ancora superare la necessità dell’affermazione individuale. Come un adolescente, ha bisogno ancora di conferme e riconoscimenti personali, batte i piedi, vuole essere il primo violino. E quando vede che anche sua moglie Juliette (Catherine Keener), la violista del quartetto, non lo sostiene, cede alla più facile delle tentazioni, il tradimento.

Personalmente ritengo encomiabile la scelta di Ziberman di affrontare un tema simile, cosí urgente se si pensa alla societá ego-referenziale in cui viviamo. Il film, tuttavia, soffre di un grosso limite, quello di essere troppo parlato, troppo spiegato verbalmente. Azioni e reazioni dei protagonisti non sono il risultato di una costruzione drammaturgica, cosicchè i dialoghi si dilungano e diventano ridondanti, assottigliando, fatalmente, lo spessore delle relazioni messe in gioco e persino la forza della musica.

Purtroppo neanche un cast tanto eccezionale, in cui vanno inclusi anche la giovane Imogen Poots e Mark Ivanir, è riuscito ad ovviare a questo impasse di scrittura e di regia.

Ginevra Natale

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