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IN SALA

Tom à la ferme

Tom à la ferme si avvale di un’estetica completamente diversa, che annulla, nell’abbracciare un genere (il thriller psicologico), i cliché (sia visivi che di tratteggio dei personaggi) che avevano invece impresso il suo precedente lavoro. Ed è un lungometraggio totalmente autoriale, che si lega appena agli angoli di un thriller e di una psiche da deviazione standardizzata, scavando con straordinaria profondità simbolica, visiva e narrativa nella nevrosi di due esseri che cercano di colmare i rispettivi vuoti.

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Sinossi: Tom, giovane pubblicitario, moderno e urbano, parte per la campagna per assistere ai funerali del suo amante morto in un incidente stradale. E ‘in una fattoria isolata che incontra per la prima volta la madre del defunto. Lei non ha idea di chi sia o di cosa abbia visuto con suo figlio. Tom scopre allora tutta una realtà inventata dal suo amante: quella di un uomo innamorato di una donna che si chiama Ellen. Per salvaguardare l’onorabilità della famiglia e per non spezzare il cuore della madre, il fratello maggiore del defunto costringe Tom, con le minacce e le botte, a partecipare alla finzione.

Recensione: Xavier Dolan è canadese (figlio dell’attore Manuel Tadros), enfant prodige del fare (inizia a vedere le prime pellicole a 16 anni e a 18 decide di cominciare a girare film), con già all’attivo tre lungometraggi (il ciclo dell’amore impossibile) prima di arrivare alla prova di maturità con Tom à la ferme. Molto determinato, con un rigore che è volontà di rendere attraverso il linguaggio cinematografico l’estetica e l’etica del proprio fare arte, ha felicemente spiazzato le valutazioni da acerbo visionario, che il precedente Laurence Anyways (presentato nel 2012 a Cannes in Un certain regards) avevano trasmesso.

Tom à la ferme si avvale di un’estetica completamente diversa, che annulla, nell’abbracciare un genere (il thriller psicologico), i cliché (sia visivi che di tratteggio dei personaggi) che avevano invece impresso il suo precedente lavoro. Ed è un lungometraggio totalmente autoriale, che si lega appena agli angoli di un thriller e di una psiche da deviazione standardizzata, scavando con straordinaria profondità simbolica, visiva e narrativa nella nevrosi di due esseri che cercano di colmare i rispettivi vuoti. Originata dall’omonima pièce teatrale di Michel Marc Bouchard, con il quale Dolan ha lavorato nella stesura della sceneggiatura, nell’ampliamento della ricostruzione filmica. Folgorato dallo spettacolo teatrale a cui aveva assistito nel 2011, il giovane regista ha voluto trasformare quel crogiuolo di ambivalenze e implosioni esistenziali che aveva davanti in visione, portando sullo schermo il limbo territoriale e mentale della fattoria e dei meccanismi ancestrali e di sangue, corrosivi fino all’osso delle coscienze di coloro che lo popolano e di chi vi rimane irretito. Il pennarello blu rilascia su un pezzo di carta assorbente la disperazione di una perdita: Tom (Xavier Dolan), giovane creativo pubblicitario, abbraccia, tutta intera (nell’accingersi a raggiungere in auto il luogo dove sarà sepolto il suo compagno), l’espiazione di un vuoto che sente incolmabile. Attraversando il mare verde del Quebec agricolo, placidamente calmo nelle colture, granai, case che accostano il suo passaggio, si lascia alle spalle la città, la propria realtà, dentro il dolore di una vera e propria amputazione subita: l’altra metà strappatagli via per sempre. Assenza: un’apparente mancanza di vita circonda la casa grande ed isolata, assediata come un’isola, insieme alla stalla e ad altri capanni, dai campi. Tom riesce ad entrare e si addormenta in cucina. L’interno è sfatto, lasciato a se stesso. È svegliato dall’arrivo di una donna. Da quel momento il giovane è risucchiato in un luogo, in un tempo, fisico e mentale, del quale assaporerà il fascino ambivalente di una corruzione-contaminazione alimentata dagli stessi suoi componenti: Agathe, la madre e vedova (Lise Roy) completamente anestetizzata nell’impotenza di un ‘vivere di terra’ asfissiante e duro-isolato. Vuota e morta, attaccata alla menzogna su un figlio la cui omosessualità le è stata negata come un marchio aberrante dal quale preservarla. Il suo protettore/prigioniero è Francis (Pierre-Yves Cardinal), l’altro e unico figlio restatole accanto. Francis piomba addosso a Tom, lo circonda-circuisce con una forza ed una violenza che è insieme fisica e psicologica: lui conosce il segreto del fratello e non vuole che emerga, in nessun modo. Lo tocca, lo stringe, lo schiaffeggia, lo picchia brutalmente: Tom più volte tenta di abbandonare quel luogo, ma non ci riesce. Quella famiglia sembra appartenergli, così come la mungitura della vacche, la nascita di un vitello… Il contatto col sangue, con la terra, lo commuove e lo terrorizza, insieme. L’ambivalenza e la complicità di Francis è una repulsione-attrazione che lo acceca: Tom non riesce a tornare alla realtà, alla consapevolezza di una corrosione ormai irreversibile, per quegli esseri. La abbraccia e la fa propria. Nessuno riesce a dissuaderlo, neppure Shara, chiamata da lui stesso dalla città, ultimo aiuto estremo per riuscire a scappare. Non servirà, nonostante la verità che la giovane donna, lucidamente, le spiattellerà addosso: Tom resta. Andrà via soltanto quando sentirà la violenza di Francis sugli altri, su colui che l’ha, in maniera abominevole, subita. Lo shock di quella scoperta lo risveglierà e lo salverà.

Dolan usa la macchina da presa con una incredibile maturità, attanagliando in maniera sinuosa e prossima i corpi delle due psicologie maschili che interfacciano-si scontrano in una repulsione attrazione ambigua e seducente. Anche in una visione ambientale alternata tra lunghi carrelli, vedute aeree, primissimi piani, variazioni di formato: quadri che accentuano e isolano  l’ambiente e i personaggi, alienando e “mentalizzando” i contorni della materia che li contiene. La sceneggiatura, ben scritta nella caratterizzazione dei personaggi e della claustrofobia locale-mentale di madre e figlio, che si aggrappano al nuovo venuto come ad una eco di salvezza, tirandoselo appresso nel loro delirio silenzioso (Agathe), violento e feroce (Francis), struttura la narrazione in un crescendo di tensione e di orrore, la cui scia non si consuma ma rimane come una coda perenne e subdola: quell’ ‘alterità’ da cui sempre rifuggiamo e che respiriamo appena venuti al mondo, anch’essa parte di noi fino alla fine. La musica dell’eccentrico e fine percettore Gabriel Yared, assembla questo magma, potenziando gli effetti percettivi di uno stato mentale. Eccellenti tutti gli interpreti principali, Pierre-Yves Cardinal in testa, diabolico e perverso, impotente nel suo urlo di aiuto che attraverso la sua feroce violenza, esterna. Premio per la pellicola, sicuro. Vedremo quale…

Maria Cera

  • Anno: 2013
  • Durata: 105'
  • Distribuzione: Movies Inspired
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: Canada, Francia
  • Regia: Xavier Dolan
  • Data di uscita: 06-July-2016