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Venezia 70: “Gravity”, Alfonso Cuarón e le nuove frontiere degli effetti speciali (Fuori Concorso)

L’inaugurazione ufficiale di questa Mostra del Cinema di Venezia è affidata ad un prodotto che rappresenta pienamente le meraviglie della cinematografia del nuovo secolo

Publicato

il

Gravity Cuarón

Anno: 2013

Distribuzione:  Warner Bros

Durata: 91′

Genere: Fantascienza, Drammatico

Nazionalità:  Gran Bretagna, USA

Regia: Alfonso Cuarón

Data di uscita: 

L’inaugurazione ufficiale di questa Mostra del Cinema di Venezia è affidata ad un prodotto che rappresenta pienamente le meraviglie della cinematografia del nuovo secolo: Gravity di Alfonso Cuarón.

Cos’è Gravity di Alfonso Cuarón

Ad oltre cent’anni dalle prime riprese, a settanta dal primo red carpet veneto, questo Cuarón ha offerto con la sua opera Gravity un’eccellenza tecnica e adrenalinica che va ben oltre il cinema nel senso tradizionale: è un prodotto questo che va fruito nella sua più potente forma tecnologica, al di là degli occhialetti polarizzati che ormai sono i Rayban della sala. Suono, luci, paesaggi ricostruiti, questo è un sogno idilliaco che diventa realtà (tra l’altro, proprio un sogno infantile dello stesso regista): è tutto così potentemente concreto, così prossimo allo spettatore, che lo spazio infinito e gli orizzonti riempiti dalla palla terrestre sembrano location vive e alla portata.

Una facile missione dello shuttle americano vede la dottoressa Ryan Stone (Sandra Bullock), in compagnia dell’astronauta esperto, quasi sconsiderato, Matt Kovalsky (una misura abbastanza tipica per il brillante George Clooney). La pace profonda e silenziosa dello spazio nel quale gli astronauti fluttuano perfettamente viene improvvisamente rotta dall’arrivo di una pioggia di detriti cyberspaziali. Da quel momento i protagonisti si troveranno a tentare l’impossibile, saltellando da un satellite all’altro, in cerca di un modulo di salvataggio ancora in condizione di poter partire e ricondurli fisicamente con i piedi per terra.

Nessun intrigo complesso

Se il pubblico è in cerca di un intrigo complesso, Gravity non è il film adatto. Tuttavia, nella linearità della storia, metafore intrecciate parlano di ostacoli della vita, di speranza, di caparbietà. La Bullock salta da una isola aerospaziale all’altra imbattendosi in tutte le religioni. Espressamente non si aggrappa a nessuna, ma a loro modo proteggono la sua battaglia instancabile. Nelle icone ortodosse di madre e figlio abbracciati o nelle opulenze dei Buddha. Seppure le lingue siano diverse, questi moduli si manovrano allo stesso modo, perché simili sono le menti che li pensano e i corpi che li abitano: lassù, nell’infinito, l’assenza di confini è spaziale quanto umana.

Un film che è uno spettacolo tecnologico, più che altro, di cui si ricorda più facilmente l’efficacia della pioggia di detriti piuttosto che la Bullock (in perfetta forma atletica). Seppure ci si spinga fino al silenzio più pastoso e inspiegabile, la storia ha qualcosa di più simile ad un viaggio di riscoperta e crescita, piuttosto che un tentativo fantascientifico di riflettere sui confini alieni. Ma in quanto ad emozione, si rimane sospesi. E scaraventati. Prede della stessa assenza di gravità che guida gli astronauti.

Rita Andreetti

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