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‘Feud’, seconda stagione: scandali e bugie nel bel mondo di Capote

Dopo la guerra divistica tra Bette Davis e Joan Crawford, Ryan Murphy aggiorna 'Feud', il suo progetto di miniserie antologica, con una faida che ha segnato la storia della mondanità newyorkese: quella tra Truman Capote e i suoi ‘cigni’, le signore altolocate, bellissime e fragili di Manhattan. Con la regia di Gus Van Sant che guida un cast femminile di lusso

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Disponibile su Disney Plus dal 15 maggio in otto episodi la seconda stagione di Feud. Capote vs. The Swans, a distanza di sette anni da quella precedente, ambientata sul set incendiario del film di Robert Aldrich Che fine ha fatto Baby Jane?. Accantonato l’intento iniziale di incanalarsi nel vespaio famigliare e mediatico tra Lady D. e il principe Carlo (progetto presto naufragato), l’eclettico e prolifico showrunner Ryan Murphy dedica la seconda stagione di questa serie antologica sulle faide più memorabili al tradimento di Truman Capote, celebre autore di Colazione da Tiffany e A sangue freddo, nei confronti delle sue amiche, confidenti, beniamine, muse: le mogli privilegiate e influenti della Fifth Avenue. Con attrici di richiamo come Naomi Watts, Diane Lane, Chloë Sevigny, Calista Flockhart, Demi Moore, dirige quasi tutte le puntate Gus Van Sant, nella luce smorzata del suo talento obliquo al servizio di un prodotto popolare e chic.

Pettegolezzi, malignità e affondi sociali condensati in un racconto che confluirà nel volume postumo Preghiere esaudite e con cui Capote diede scandalo nel 1975. Un baratro da guerra fredda che suggellò l’esilio forzato dello scrittore da quel sistema vellutato e prestigioso, il capitombolo dei suoi ultimi fuochi creativi, ma anche la fine della bellezza di un paradiso perduto, del sogno di una perfezione leggiadra che ha celato amori, delusioni e rivalità, infine il tracollo della fine di un’era dopo i fasti degli anni Cinquanta e dei leggendari Sessanta, che Feud ritraendo Capote e e il suo bel mondo si propone di intercettare.

Sognando Camelot

C’era una volta una cerchia inaccessibile di fanciulle leggiadre e sensuali salvate da principi infedeli, un gineceo di sussurri, confessioni ed eleganza più europea che americana, l’élite di donne inarrivabili e infelici, che compravano intere collezioni di Valentino e Givenchy, quadri di Picasso e Manet, possedevano un impero televisivo, provenivano da ricche tenute californiane, avevano favoleggiato a Hollywood e frequentato la Casa Bianca. Sono i cigni, the swans (così denominati dallo scrittore per i colli affusolati e le movenze aggraziate): Babe Paley, Slim Keith, Gloria Guinness, C. Z. Guest, Gloria Vanderbilt, Lee Radziwill, Marella Agnelli.

Una nobiltà di imprenditorialità capitalistica (contratta tra origini illustri, eredità, matrimoni e divorzi, tutti da prima pagina) che fu la vera e unica aristocrazia statunitense (e che non a caso guardava con irrisione e superiorità le monarchie europee, soprattutto quella britannica).

A sangue freddo: l’ascesa sociale di un dimenticato

Improvvisamente arrivò un brutto anatroccolo dell’Alabama, non rispondente ai canoni estetici delle riviste patinate né alla nuova mascolinità imposta dal cinema negli anni Cinquanta: un omino rifiutato dalla stessa, totalizzante madre, senza il vero padre, proveniente dalla provincia più dimessa e afosa, ma pronto a riscattarsi con la parlata arguta, il carisma tagliente, la vaga empatia in sottofondo, la spassosa lingua al vetriolo, l’intelligenza critica, la spregiudicatezza moderna. Infine, la sua scrittura precisa, acuta, inventiva.

Truman Capote, colui che irretì la mondanità di Manhattan, ne soggiogò gli sguardi, ne fu intrattenitore del Sud, giullare, cortigiano, accessorio di prestigio. Ammirato dalle aggraziate signore per gli omosessuali consigli al femminile, le civetterie corrosive, la cultura da bon vivant, l’estro artistico da milioni di copie vendute, l’estetismo da newyorkese d’adozione, il suo modus vivendi egocentrico bigger than life, i  leggendari party che hanno segnato un secolo. Colui che finì per stritolare (restandone a sua volta stritolato) dopo due decenni quel cenacolo di buone maniere in Cartier e Chanel per un solo ponderato passo falso, per uno sbotto di orgoglio e inconfessata emancipazione, per uno scandalo letterario senza precedenti e tuttora (fortunatamente) inimitabile.

Feud: colazione con fiele da Capote

La pubblicazione del racconto La Côte Basque 1965 (dal nome del ristorante newyorkese preferito di  tale cerchia) su un numero speciale di ‘Esquire’ il 17 ottobre 1975 terremotò la frivolezza di quell’ambiente artificioso e crudele insieme, quando Capote, sotto le scorze di una storia di poco rimaneggiata, scoperchiò vari psicodrammi coniugali e sentimentali, tra cui quelli del suo cigno prediletto, Babe Paley, e di suo marito William, traditore seriale nonché amministratore della CBS.

Altre swans come le socialite Slim Keith e Lee Radziwill, sorella della più celebre Jackie Kennedy Onassis, riconobbero dietro i nomi fittizi dei personaggi le loro personalità ferite e i loro complicati vissuti, ostracizzando l’intrigante e sleale ex amico Truman, condannato senza appello come il più virulento tra i nemici, essere indesiderato e indegno dei loro salotti. Alla cupa farsa si aggiunse la più agghiacciate delle disgrazie: una delle vere protagoniste, il cigno mai sbocciato Ann Woodward, si tolse la vita con il cianuro quando seppe che Capote in quelle pagine allusivamente l’aveva accusata di aver assassinato il marito, deceduto in circostanze sospette, addossandole come una lettera scarlatta un’indiscrezione da tempo serpeggiante ai cocktail party, alle serata di beneficenza, ai dinner più selezionati.

Feud è il resoconto brioso e corale del tonfo dall’Eden americano di un santuario fragilissimo su cui incombe la beffa del destino e la morte, la ricostruzione d’epoca di un microcosmo scintillante e oggi superbamente anacronistico, una Comédie humaine di tradimento e vendetta, di inadeguatezza e rivalsa, ma anche un dittico su una storia d’amore rigorosamente alle soglie del possibile e di fascinosa, tenera alterità: quella tra Truman Capote e Babe Paley.

Alla ricerca dell’autorialità perduta

Gus Vant Sant alla regia depone le sue armi sopraffine di sperimentatore e outsider al sistema in una produzione Disney, si inoltra in sentieri inediti nella sua filmografia affollata da personaggi spostati e reietti, accogliendo l’ambientazione di un establishment esclusivo. Ma in Capote in sé, genio omosessuale e alcolizzato, aspira a riconoscere una figura rappresentativa della sua poetica, a metà strada tra gli angeli autodistruttivi e tossici di Belli e dannati e la sfumata battaglia contro l’esistenza del vignettista paraplegico di Dont’ Worry, nel riscatto di un ennesimo dimenticato della provincia che tentò tra sfarzi e cadute di agguantare il sogno americano.

In una presa funzionale al racconto ma poco autoriale, il regista di Elephant e Milk ritrova in Feud echi del suo stile corrosivo in poche inquadrature (la scena gay nel bagno turco) e nel quinto episodio che ribalta il punto di vista di Babe Paley e la rappresentazione soffusa degli altri cigni per sviscerare, con le parole del Capote scrittore e dietro la facciata accomodante di raffinato savoir faire, le increspature dell’umano, l’imperfezione più recondita, l’inadeguatezza materna e la solitudine filiale, il culto del proprio io, la cinica lotta alla sopravvivenza nella democratica fugacità della bellezza e del tempo, le scomode opacità dell’amicizia femminile.

E sotto quella torre dorata sociale con cui ci eleva al cielo e poi si precipita come novelli Icari, già decantata con lucidità da Edith Wharton con L’età dell’innocenza e altri suoi romanzi, oltre la cortina di tovaglie di fiandra e nuvole di chiffon, si erge un’America da jet set internazionale che ha però interiorizzato segretamente il classismo, il razzismo e l’omofobia, che accolse l’estroso Capote solo sulla soglia in un precario diritto di asilo e di cui lui inconsciamente si vendicò, con sottovalutazioni e spregiudicatezza troppo leggera.

L’epopea mancata di una Manhattan felix

Se Feud riesce a convocare un raduno di magnifici fantasmi di una New York dell’età aurea, latita però un’immersione immaginifica e languida di quel mondo, pur ricostruito con profusione produttiva e coerenza scenica. Si riecheggia l’ispirazione per la favolosa Holly Golightly di Colazione da Tiffany, le architettoniche acconciature del parrucchiere Kenneth, gli scontri senza esclusioni di colpi con Gore Vidal, le senili partecipazioni cinematografiche e televisive di Andy Warhol e dello stesso Capote, i rituali conviviali alla Côte Basque, nonché l’epocale Black and White Ball, l’evento sociale più imitato e influente del Novecento, organizzato da Capote stesso nel 1966, che Gus Van Sant in un intero episodio riprende con uno stile psuedo-documentaristico un po’ posticcio, svelando quello che gli storici del costume hanno ricostruito come il vero fulcro della festa: la noia mortale.

C’è (quasi) tutto quel possente castello di carta, quel mondo di ieri, citando Stefan Zweig, eppure non se ne avverte abbastanza l’esile grazia civettuola, l’eccentricità di grande stile, l’apollinea iconicità che ha segnato mode e maniere, anche nel ripiegamento autunnale del 1975 in cui la serie è ambientata. Feud è anche l’orchestrazione troppo ripulita e didascalica in otto puntate scevra di quello spirito mordace e di quella cattiveria divertita che aveva ispirato la prima stagione, dedicata alla guerra al femminile tra due dive pungenti ormai al tramonto, Bette Davis (Susan Sarandon) e Joan Crawford (Jessica Lange).

Feud: Capote e l’epitaffio di un’epoca

Né abbastanza approfondito per uno studio psicologico di caso sul personaggio Capote (qui interpretato da un manieristico Tom Hollander, ben lontano dalle interpretazioni diverse, dolenti e complementari di Toby Jones e del compianto Philip Seymour Hoffman), né affresco sociale abbastanza ambizioso, permane però alla visione della seconda stagione di Feud il piacere di un racconto di decorosa fattura, da cui emerge un coinvolgente campionario di personalità femminili e una galleria di donne fuori dall’ordinario che Feud resuscita oltre la cerchia ristretta del cultori di quella scena newyorkese.

Slim Keith (Diane Lane), la socialite per eccellenza, ereditiera californiana corteggiata dai divi di Hollywood, lanciata da W. R. Hearst e adorata da Ernest Hemingway, poi sposa del regista Howard Hawks e cigno tra i più rinomati dello scrittore statunitense. C.Z. Guest (una bravissima Chloë Sevigny), it girl per più generazioni di americani, musa di Diego Rivera e di stilisti internazionali come Oscar de la Renta, amica e mecenate di artisti, cavallerizza provetta e influencer ante litteram. Lee Radziwill, sorella di Jackie Kennedy che visse di luce riflessa, ribelle, creativa, anticonformista, libera e passionale, vicina ad Andy Warhol e ad Aristotele Onassis.

Feud: il canto finale del Cigno

Il podio di bellezza però spetta al cigno più struggente e scintillante agli occhi di Capote: la facoltosa Babe Paley (Naomi Watts), annoverata tra le donne più eleganti di tutti i tempi, moglie infelice del magnate della tv William S. Paley, collezionista di intere collezioni di alta moda, gioielli, opere d’arte, su cui lo scrittore sentenziò cosi: “l’unico suo difetto è la perfezione”.

Proprio nel rapporto tra i due, così simbiotico e poi reciso dallo scandalo letterario per volontà di lei, nella loro storia di affinità elettive e di amore puro, castissimo, inaudito e inafferrabile, Feud trova l’acqua della vita, catturando l’essenza di una comunanza dolcissima e seducente di sensibilità uguali contro le trappole (alto)borghesi dell’esistenza. Complice l’aderenza appassionata al personaggio di Naomi Watts, qui come non mai impreziosita in primi piani colmi di calore e garbo, così eterea nell’afferrare la lezione di stile di una donna che di quel bel mondo fu triste e sventurata dea. Per citare le parole stesse del suo stesso mentore e amico:

Si versano più lacrime per le preghiere esaudite che per quelle non accolte.

 

 

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  • Anno: 2024
  • Durata: otto episodi
  • Distribuzione: Disney Plus
  • Genere: Drammatico
  • Nazionalita: USA
  • Regia: Gus Van Sant, Jennifer Lynch
  • Data di uscita: 15-May-2024