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Bergamo Film Meeting

Bergamo Film Meeting, intervista alla neodirettrice Fiammetta Girola

La neodirettrice del Bergamo Film Meeting ci racconta la 42a edizione di un Festival, come da tradizione, supercinefilo

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Fiammetta Girola

Il Bergamo Film Meeting è il paradiso dei cinefili. Uno di quei Festival che vorresti non finissero mai. Per nove giorni, dal 9 al 17 marzo, a Bergamo si navigherà nel mare delle immagini su grande schermo, passando dai film inediti del concorso alle retrospettive, per scoprire o riscoprire grandi autori del passato, in una linea del tempo di meraviglie visive.

Per conoscere più da vicino questa 42a edizione del Festival, abbiamo intervistato la sua neodirettrice, Fiammetta Girola.

Qual è la specificità di un Festival come il Bergamo Film Meeting?

La varietà della proposta. Noi spaziamo molto: indaghiamo il cinema del presente, anche con personali approfondite su registi poco conosciuti o, addirittura, sconosciuti al pubblico italiano e, d’altra parte, cerchiamo di recuperare la storia del cinema, con ampie retrospettive su autori del passato. La nostra è un’anima appassionatamente divisa tra presente e passato. Un altro elemento che ci caratterizza è lo spirito di ricerca. Non essere semplicemente una vetrina, ma cercare di andare più a fondo, scoprire o riscoprire cose che non si vedono più, né in sala, con la sua crisi, ma neanche in televisione e, ancor meno, sulle piattaforme online.

Dopo anni a fianco dello storico direttore Angelo Signorelli, questa è la prima edizione che guiderai insieme ad Annamaria Materazzini. Qual è e quale sarà la vostra impronta, il vostro impegno programmatico?

Io credo che si svilupperà piano piano. Entrambe collaboriamo da anni al Bergamo Film Meeting, dove, per impostazione, si lavora in gruppo. Abbiamo sempre preso le decisioni tutti insieme, confrontandoci. Diventare direttori vuol dire semplicemente assumersi maggiori responsabilità, avere il ruolo di chi deve confrontarsi con l’esterno, con le istituzioni, la stampa, il pubblico. Rappresentare il Festival. Io e Annamaria Materazzini abbiamo sempre lavorato alla parte artistica, alla programmazione. Quindi non ci sarà uno sconvolgimento. Angelo Signorelli anche quest’anno è stato molto presente, tant’è che ha curato due delle retrospettive storiche. Magari, nel tempo, introdurremo cose nuove. Credo che l’evoluzione di un Festival non dipenda tanto da chi lo dirige, ma da come va tutto il resto. Se tu vuoi fare ricerca, ti devi chiedere su cosa è importante farla in quel momento. Perché, magari, un certo cinema non riesce ad avere uno sbocco, a trovare un pubblico, a essere apprezzato e conosciuto. Allora tu ti sposti su quel versante, per proporre cose nuove.

Annamaria Materazzini, Fiammetta Girola e Angelo Signorelli Bergamo Film Meeting

Annamaria Materazzini, Fiammetta Girola e Angelo Signorelli

Da dove nasce la tua personale passione per il cinema?

Sin da quando ero piccola guardavo tantissimo cinema. Sono di una generazione che aveva a disposizione tante sale cinematografiche. Le città ne erano piene. In più, anche in televisione, si vedevano cicli di film, come quelli promossi da Vieri Razzini e da vari programmi Rai. Ho avuto l’opportunità di guardare in tv Ingmar Bergman, Luis Buñuel, il Free Cinema inglese, cose che adesso è impensabile vedere in televisione. Quando sono diventata adolescente, andavo al cinema due o tre volte la settimana, oggi una persona che va al cinema con questa frequenza credo non esista più, se non lo fa per lavoro. Poi, al liceo, venne un tal Angelo Signorelli a farci delle lezioni di educazione cinematografica. Ricordo, in particolare, sul cinema noir e, da allora, è scattata la mia passione per il cinema di genere, che sia noir o giallo o fantascienza. Angelo Signorelli non sapeva che cosa stava facendo, cosa si stava allevando in seno.

Quanto è stato complicato organizzare questa 42esima edizione del Bergamo Film Meeting?

È stato complicato. È sempre complicato, perché ci sono, ogni volta, un sacco di imprevisti. Alla fine, si crea un effetto a imbuto: tu cerchi ogni anno di partire prima, ma tutto si convoglia in un periodo specifico, i due mesi prima del Festival, quando i nodi arrivano al pettine. Quest’anno abbiamo avuto il problema del cambio di Retrospettiva in corsa, quella su Otar Iosseliani, che non si è più fatta. Però, ogni anno ce n’è una, insomma, fa parte del mestiere. Può essere anche bello risolvere problemi. Quando ti arrivano, disperazione, dopo, però, è stimolante. Soprattutto quando si lavora insieme, diventa un modo per confrontarsi. È creativo risolvere problemi, farsi venire delle idee.

Quali criteri vi hanno guidato nella selezione dei film in concorso, di finzione e documentari?

Come selezionatori, abbiamo punti di vista abbastanza differenti. Quello che abbiamo in comune è puntare su nuovi autori. Cercare chi ha fatto non più di due tre lungometraggi. E poi coprire il più possibile Paesi diversi. Perché ci sono molte differenze da Paese a Paese. Te ne accorgi soprattutto quando trattano tematiche simili. Quindi provare a fare delle proposte diverse. Aspetto fondamentale, poi, è comunicare con il pubblico, quando fai un Festival. E quello del pubblico è il premio principale del Bergamo Film Meeting.

Rimango sempre sbalordito da quanto siano piene le sale del Bergamo Film Meeting. Ci sono Festival frequentati solo da addetti ai lavori. Il vostro, invece, è veramente accorsato. E poi tanti ragazzi.

Sì, abbiamo sicuramente avuto un impatto negativo con la pandemia. L’ultima edizione che avevamo fatto in presenza era stata nel 2019. Poi siamo tornati nel 2022, tre anni dopo. Questo ha avuto delle conseguenze, ma non sul pubblico giovane. Quelli che si sono più adagiati nella comfort zone di divano e televisione sono soprattutto nella generazione tra i 35 e i 50 anni. Proprio gli adulti hanno avuto maggior paura di tornare a uscire e mescolarsi. Bergamo è stata una città particolarmente colpita dal Covid. È anche comprensibile. Adesso, piano piano, la gente sta normalmente tornando nelle sale. Questo è positivo anche per noi, ovviamente.

Metod Pevec

Metod Pevec

La sezione Europe, Now! da anni rivolge la sua attenzione al cinema d’autore europeo contemporaneo. Come siete arrivati a tre registi come Frederikke Aspöck, Lukas Moodysson e Metod Pevec? A parte il secondo, sconosciuti al grande pubblico.

Noi lavoriamo molto in ricerca di autori poco noti ma interessanti. Poi scegliamo sempre almeno un nome che sia un po’ più famoso, per trascinare la sezione. Anche se abbiamo visto che, in realtà, non è poi così importante. Perché il pubblico sa che gli vai a proporre cinema di qualità. Noi già un anno prima cominciamo a pensare chi invitare. Dopo, si va un po’ per tentativi. Vediamo chi è disponibile e si arriva alla selezione. A volte qualcuno ci viene anche proposto. Per esempio, la personale su Metod Pevec l’abbiamo fatta in collaborazione con lo Slovenian Film Center, su loro idea. Avevamo selezionato un suo film per il concorso 2020 (edizione poi saltata) e ci sembrò un regista interessante. Ha un modo tutto suo, molto originale, nel linguaggio. Allo Slovenian Film Center questa cosa se la sono ricordata. Per quanto riguarda Frederikke Aspöck, tutti gli anni cerchiamo di avere una regista donna. Che è un’impresa abbastanza difficile, perché, comunque, la produzione non è ancora al 50% donne e 50% uomini. Quindi il lavoro di ricerca è più complicato. Lei l’avevamo già invitata alcuni anni fa, ma l’avevamo sempre trovata impegnata nelle riprese. Metod Pevec e Frederikke Aspöck sono registi sconosciuti per noi italiani, ma non lo sono a livello internazionale nei Festival europei. Quindi è un’occasione per andare a guardare un po’ oltre i nostri confini.

La sezione di animazione è dedicata al giovane cinema portoghese. Quali scoperte ci aspettano?

In ogni edizione abbiamo fatto personali dedicate a un autore specifico. Anni fa una sulla regista portoghese Regina Pessoa aveva avuto un grandissimo riscontro. Il cinema d’animazione portoghese è uno dei più importanti a livello europeo. Sono quelli più all’avanguardia, tra i primi a sperimentare nuove tecniche di animazione. Noi vogliamo dare importanza al cinema d’animazione, al pari del cinema d’autore. Sono registi che usano tecniche artigianali e non solo computer graphic. Perché, comunque, quando si parla di cinema di animazione, molto passa attraverso la tecnica che viene utilizzata. È il modo con cui si riesce a dare un’impronta. Con il 3D o il 2D fai più fatica, perché così si amalgama un po’ tutto. Gli autori di questa sezione sono tutti giovani, quella che viene definita generazione X. Giovani almeno per i nostri standard.

La Retrospettiva riguarda il grande regista francese Éric Rohmer. Cosa colpisce ancora del suo sguardo cinematografico?

È sicuramente uno sguardo unico. Io non credo che nessuno abbia una cinematografia così compatta a livello stilistico come lui. Si parla ogni tanto di una specie di categoria: i film rohmeriani. Quel che mette in scena è una geografia dei sentimenti. Il che non vuol dire solo fare film d’amore o commedie romantiche, ma proprio andare a scandagliare quelli che sono i rapporti e le relazioni umane, in un modo che solo lui ha saputo fare. Andando a fotografare, in maniera direi quasi antropologica, i comportamenti, come le persone si rapportano agli altri. Anche le scelte rispetto ai propri desideri, ai conflitti interiori tra la realtà e le proprie aspirazioni. Ha un modo di parlare di sentimenti estremamente intellettuale, a volte anche filosofico, eppure riesce a restituire tutto questo in film che hanno una loro leggerezza, mai superficiale, però. È un regista che ti dice sempre qualcosa in più rispetto agli altri, anche se con una storia molto simile. Per esempio, il triangolo amoroso è qualcosa che vediamo spesso al cinema, lui, però, lo racconta con miliardi di sfaccettature. Tra l’altro, è sempre stato un autore estremamente pignolo nella messa in scena. Guardando i suoi film, che sono tanto parlati, ti aspetteresti che, almeno in parte, i dialoghi siano improvvisati. Invece no. Lui scriveva tutto, ogni cosa è studiata al millimetro. In qualche modo, sembra che i suoi attori non potessero far altro che dire quelle battute e rispondere in quel modo lì. E guardarsi, anche, in quella maniera.

Sacha Guitry

Sacha Guitry

Importante è anche l’Omaggio all’attore, regista, sceneggiatore, scrittore e drammaturgo Sacha Guitry, autore estremamente poliedrico e prolifico. Quanto pensi la sua comicità e il suo cinema siano ancora attuali?

Mi stupisco per quanto i suoi film siano attuali. Per certi versi, faccio un azzardo, lo paragono a Ernst Lubitsch. Tante volte ti meravigli guardando i suoi film muti. Quanto sono moderni! La stessa cosa puoi dire di Sacha Guitry. Rimani spiazzato. Dici: ma come? Come riesce ancora a farti veramente sganasciare dalle risate? Poi, è vero, magari i tempi di un suo film sono quelli del cinema di allora. Ma, rispetto a tante altre pellicole dell’epoca, il ritmo che riesce a dare alla narrazione è molto più scoppiettante, più simile al gusto presente. E il suo senso dell’umorismo è assolutamente attuale.

Éric Rohmer La collezionista

La collezionista, Éric Rohmer

Nel ricchissimo programma del Bergamo Film Meeting, quali perle ti sentiresti, in particolare, di consigliare di non perdere?

Della Retrospettiva su Éric Rohmer, non perderei mai La collezionista, che per me resta una pietra miliare della sua cinematografia. La adoro tutta, ma ho una passione per questo film, che trovo veramente geniale. Di Sacha Guitry, sicuramente Il racconto di un baro è il più rappresentativo, perché dietro c’è il romanzo che aveva scritto. Anche questo è un film estremamente godibile e divertente. Poi particolare, per come è stato girato, praticamente un film muto: ci sono solo le immagini e la sua voce che racconta. Però, quasi non te ne accorgi che non ci sono dialoghi tra i personaggi, talmente è ritmato e gli attori espressivi. Di Frederikke Aspöck, ho molto amato Labrador, un film che, però, lei in qualche modo disconosce. Quando sarà qui, le chiederemo perché. Di Lukas Moodysson, direi Fucking Åmål, il film che l’ha fatto conoscere. Per Metod Pevec, consiglierei il suo ultimo, Io sono Frenk. Poi ci sono tutti i vari classici… Per esempio, come si fa a scegliere tra i film (restaurati) con Walter Matthau? Te li guardi tutti, ovviamente. C’è Prima pagina, ma anche Fiore di cactus, È ricca, la sposo e l’ammazzo, più un super classico del musical, Hello Dolly, da vedere in sala anche cantando.

Infine, ti do un’anteprima su un evento che non abbiamo ancora pubblicizzato. Avendo dovuto organizzare in corsa la Retrospettiva su Éric Rohmer, non siamo riusciti ad annunciarlo in conferenza stampa. Domenica 10 marzo, alle 11:30, faremo un incontro con Françoise Etchegaray, che è stata produttrice di Éric Rohmer, sua grande amica e factotum, perché ha fatto un po’ di tutto per lui, lavorandoci insieme trent’anni. Ha anche scritto un libro, raccontando tutta la storia della sua collaborazione e anche alcuni retroscena, come quelli delle liti del regista con Jean-Luc Godard, Jacques Rivette, i «Cahiers du cinéma» e Les Films du Losange, la casa di produzione che aveva fondato insieme a Barbet Schroeder. L’incontro sarà condotto da Fabio Ferzetti. Prevedo sarà molto interessante. Ci aiuterà ancora di più a conoscere un personaggio come Éric Rohmer.

Walter Matthau Bergamo Film Meeting

Walter Matthau

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