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‘Con la grazia di un dio’ Intervista ad Alessandro Roia

In occasione dell'uscita in sala della sua opera d'esordio, Con la grazia di un Dio, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Alessandro Roia, che ci ha raccontato la nascita e lo sviluppo del progetto, svelando quanto ci ha messo di suo e quanto ne sia soddisfatto.

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Al suo esordio dietro la macchina da presa, Alessandro Roia sembra aver fatto sue le lezioni di così tanti anni di attività nel cinema. Se la Settima Arte scorre evidentemente nelle sue vene, non vanno date per scontate la passione, l’umiltà e la dedizione messe in campo, per dare vita a un’opera imponente e ammaliante. Con la grazia di un dio esibisce una potenza visiva e narrativa indiscutibili, frutto di uno sguardo e di una consapevolezza maturati sui set, ma anche sulle poltrone di una sala buia.

In occasione dell’uscita in sala il 30 novembre – e in anteprima dal 23 novembre al Cinema Farnese di Roma – abbiamo avuto il piacere di fare una chiacchierata con Alessandro, che ci ha raccontato qualcosa in più sul suo progetto e su ciò che lo circonda.

‘Con la grazia di un dio’ L’esordio registico di Alessandro Roia all’insegna del noir

Alessandro Roia racconta come è nato Con la grazia di un dio

Come è nato il progetto, l’idea? Come sei arrivato a scegliere questo “noir psicologico”?

Era uno scopo che partiva da lontano, un po’ per pudicizia e un po’ perché non volevo tradire la parte di appassionato, ci ho messo tanto. Ho fatto tanti ragionamenti, ho studiato e rubato tanto, per arrivare a capire che se dovevo fare questo passo, non dovevo avere pentimenti.

Volevo anche essere rispettoso della filiera del processo filmico, di quello che andavo a fare, del cambiamento che avrei fatto e che comportava tante cose.

L’incipit della storia viene da lontano, la prima parte parte da una stesura, da un soggetto/trattamento, poi mi sono sempre fermato. Piano piano l’ho rielaborato, e quando è entrato Ivano Fachin, lo abbiamo ribaltato tutto il materiale che io avevo, proprio per andare più a fondo.

Non volevo fare una cosa paracula, volevo fare una roba per intrattenimento, ma di qualità. Ho usato quest’aria noir, che è qualcosa che il pubblico segue, poi però, secondo me, servivano dei canali un po’ più profondi.

Come in tutte le cose, io sono molto lento a capire un sentimento.

alessandro roia

Alessandro Roia sul set con Tommaso Ragno e Sergio Romano – Cr. Gianluca Bazzoli

Quando ho capito che era il momento, sono diventato una furia. Da lì ho cominciato a scrivere. Massimo Di Rocco mi ha dato la possibilità di fare il film come volevo, di girare in 35 mm, ed è stato sempre pronto a mettersi in discussione. Genova l’ha portata lui, cercavo una città che avesse certe caratteristiche, che non fosse già vista. Massimo ha proposto di andare lì e in effetti c’è tutta una Genova che non è stata raccontata; mi ha permesso di cambiare le luci dei vicoli, che sembra poco ma non lo è. Ha osato, quando capiva che non erano capricci, ma ragionamenti, abbiamo fatto un lavoro tutti insieme. Anche con Luigi Napoleone, l’altro produttore. È una costruzione che io ho potuto far partire solo quando ero cosciente.

Una passione che viene da lontano

Dici di essere lento, ma quando hai capito che la strada intrapresa era quella giusta?

Sai quando a un certo punto metti insieme tutti i pezzettini, credo che il percorso sia stato anche quello che sto facendo adesso. Sono sempre stato molto trasportato dalla parte dell’immagine, audiovisiva, che lavorava nella mia fantasia tanto, mi si attaccava. Crescendo me ne sono reso conto.

Non avevo una provenienza che mi permetteva di dire “è il cinema”, ma sentivo questa cosa.

Anche le caratteristiche caratteriali mi portavano verso quella direzione. Le cose poi sono successe anche casualmente, perché una mia amica mi regalò Accattone. Io ero all’inizio del liceo e avevamo fatto un percorso legato al cinema e all’arte, era una peculiarità di questa scuola. Era un momento di formazione, le persone che incontri ti formano tanto, aprono dei canali, e poi ci sono delle coincidenze. Mi piaceva l’idea del film, del set, che conoscevo teoricamente, però per esempio non immaginavo di fare l’attore.

È chiaro che dipende anche da una dinamica di ego, divertimento ed emozioni.

Ti dico che io stavo sempre in moviola, studiavo tutte le parti tecniche, anche sul set ero attratto o focalizzato su quello che c’era intorno. Cercavo di capire come si muovevano i registi, parlavo con i direttori di fotografia, quindi per me è stato un percorso di studi, e anche per i cattivi esempi che ho visto rispetto al fare film, mi sono detto”ok mi serve questo tempo”.

Alessandro Roia smette i panni di attore per indossare quelli da regista

Cosa è cambiato durante “questo tempo”?

In qualche modo ho smesso di fare l’attore, per me è una cosa importante. Mi è costato tanto fare questa cosa, questo cambio, questo coming out rispetto a quello che volevo fare ed essere.

Quest’anno hanno esordito 12-13 attori alla regia, però non posso guardare agli altri.

È la rinuncia di quella che era la mia carriera, che è cambiata tutta: sono due anni e mezzo, forse tre, che non accetto lavori. Essendo popolare, quella cosa è cristallizzata, però per me non è così, perchè ho una famiglia ed è un processo molto duro ma necessario.

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Alessandro Roia sul set di Con la grazia di un dio – Cr. Gianluca Bazzoli

In questo momento io sono focalizzato al mille per mille. Non so bene come spiegarlo ma è incredibile come io non abbia quasi memoria, è come se avessi sempre fatto il regista.

Vorrei che qualcuno certificasse questa mia sensazione.

Però è come se io avessi lavorato tutti questi anni per arrivare qui. La curiosità è il motore principale e mi porta a voler fare questo. È come se i ricordi si fermassero al primo giorno di set.

Secondo te, in che modo anche il tuo sguardo di spettatore ha influito nel progetto?

La parte cinefila, fare cinema apprendendolo attraverso il cinema, fa parte dei passaggi fondamentali, e fa parte del lavoro inconscio, della fantasia. Il racconto cinematografico non è solo cosciente. Te lo dicono anche gli spettatori, non ero cosciente di certe cose, le ho realizzate dopo anche io. Chiaro come quella roba venga da una stratificazione di quello che è il mio gusto, la mia coscienza, la mia conoscenza, il modo in cui vedo le cose.

Il cinema è la benzina, e insieme alla lettura formano la voglia di raccontare storie.

Ci sono talmente tante cose che uno non vede, ogni volta è una scoperta. Ci sono delle rassegne pazzesche, c’è tanto che può nutrire, e le modalità sono diverse.

Modelli di riferimento e scoperte personali

Quali sono stati i modelli di riferimento a cui hai pensato?

Immagina che nel percorso dalla scrittura al film, avrò visto una quantità impressionante di film, per cercare di avere anche un’idea, quando mancava qualcosa o cercavo un’ispirazione.

La cosa che mi ha divertito di più è stato sentire gli altri dire “sembra quello o quell’altro”.

E io mi stupivo. A Venezia lo hanno paragonato a un certo tipo di cinema asiatico, mentre Guadagnino mi ha detto una cosa che mi ha scioccato. Lui era pronto a essere molto critico e onesto, ma mi ha fatto un grande complimento. Dall’occhio di chi guarda arrivano queste sensazioni, queste suggestioni.

Cosa hai imparato o scoperto, su di te, sul lavoro, sul cinema, durante questo lungo processo?

È difficile fare un film, sempre in proporzione ovviamente alle cose della vita. È complicato anche l’ambiente, in cui si fa, ci sono tanti discorsi legati a filoni, mode, carri dei vincitori, e ci sono tante variabili.

Ho imparato che era forse proprio il punto di partenza dove volevo arrivare, che è un po’ una dicotomia.

Io volevo arrivare lì, mi sentivo così tanto a mio agio durante le riprese, e anche dopo. Anche nei Q&A, nel parlare del film, avere quel brivido di non sapere cosa pensa la gente, è ed è stato interessante. La mattina mi svegliavo contentissimo, motivato, senza paura e senza neanche la mistica, perché il set lo conoscevo bene. Avevo una voglia di fare quella cosa lì, con il giusto approccio. Poi mi piace la collettività, il gruppo, anche se poi stai in una posizione di solitudine totale in realtà.

È un processo difficile, che mi è costato tanto ma che mi rappresenta appieno.

Alessandro Roia fa il punto della situazione

A che punto pensi di essere arrivato e quanto sono stati importanti gli amici nel tragitto?

In questo momento io sono arrivato nel punto da cui volevo partire. Ci ho messo del tempo, ma è stato anche un tempo di onestà nei confronti di una cosa che amo. In questo mi rifaccio ad esempi di serietà, di qualità, di stare attenti ai dettagli, da cui sono tanto ossessionato. Mi sono reso conto che lavorando all’inquadratura, ai dettagli, ai costumi, al trucco, uscivano tanto le caratteristiche che, quando stavo su un set da attore, soffrivo nel veder trattate in maniera leggera.

Da amici come per esempio Alessio Rigo de Righi (Il Re Granchio, ndr.) sono stato sostenuto in momenti di difficoltà, sono stato aiutato in molte cose. Ed è successo con un sacco di amici che sono vicini a me, e che stimo, e dalle quali imparo anche se sono più giovani di me.

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Alessandro Roia alla lavorazione di Con la grazia di un dio – Cr. Gianluca Bazzoli

La risposta alla tua seconda domanda l’ho avuta dopo la prima settimana, durante la quale sono stato sotto osservazione da parte di tutti, anche da parte degli amici, che lavoravano sul set con me. Ho visto che cambivano certe cose, certe predisposizioni e ho detto “ok, ci siamo, riconoscono il fatto che ho questo ruolo e che non sto qui per caso o per capriccio“.

In molte interviste parli di essere mosso dal dubbio e dalla curiosità ed è una cosa che ho molto ritrovato nel film…

Per forza, non scatti mai da questo processo, che è un processo psicoanalitico, un territorio che indaghi. Era mio interesse fare questo.

Alla fine non scappi dal tuo destino.

Come è stato da attore dirigere attori di un certo calibro e ci sono consigli che hanno dato a te e che hai voluto condividere?

No, non mi sono mai messo nei panni di un attore che dà consigli a un altro attore, perché io ero il regista che parlava ai suoi attori e loro per quello mi hanno riconosciuto e mi hanno seguito pedissequamente, con fiducia, dandomi tutto il loro spazio, il loro tempo. Veramente se avessi confuso i ruoli, non sarebbe successo. Dato che il ruolo è come se avesse ucciso l’attore che era in me, loro riconoscevano solo il regista, anche se esordiente, si sono calati al mille per mille.

Più che consigli che mi hanno dato, ci sono cose che ho imparato nel tempo, vivendole, per esempio l’andare via solo quando sei contento, e di non essere sciatto.

E tu sei stato contento dopo la proiezione in Sala Laguna al Lido di Venezia?

Credo che fosse la dimensione perfetta, così alle Giornate degli Autori. Chiaro che vorrei stare nel concorso principale, però penso che per questo percorso è stato un profilo perfetto. Le Giornate sono state belle, abbiamo vinto un premio, ed era completamente inaspettato.

Tutto ha avuto una sua fluidità, ma mi sembra incredibile tutto, da dove sono partito a dove sono oggi.

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Alessandro Roia dietro la macchina da presa – Cr. Gianluca Bazzoli

Invece il titolo da dove viene?

Il titolo è l’unica cosa che è rimasta dalle prime stesure. In realtà era qualcosa che mi dava l’idea anche di ineluttabile, per qualcuno che si astrae dalla realtà e non ne vuole pagare le conseguenze. Di come un Dio, non delle religioni cristiane, ma un Dio della mitologia, si infila nella vita degli esseri umani con la sua grazia, creando solo dolore. Ed era un po’ quello il gioco.

  • Foto in evidenza cr. Gianluca Bazzoli

*Sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.

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