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Approfondimenti

Roberto Andò e il suo cinema tra mistero, memoria e realtà

Filmografia del regista palermitano Roberto Andò, autore, tra gli altri, del lungometraggio La stranezza, ospite all’Italian Film Festival Berlin 2023

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Artista e intellettuale poliedrico, Roberto Andò – ospite all’Italian Film Festival Berlin 2023 – rappresenta una delle figure più interessanti del panorama culturale italiano. Scrittore, sceneggiatore, regista di cinema, d’opera lirica e teatro di prosa, l’autore siciliano, nato a Palermo nel 1959, si muove all’interno di un variegato panorama espressivo, i cui singoli elementi pone in relazione attraverso un dialogo intenso e costante. Si tratta di un eclettismo che deriva da un percorso formativo svolto all’ombra di maestri del calibro di Leonardo Sciascia e Francesco Rosi (sul quale, nel 2002, realizzerà il documentario Il cineasta e il labirinto), e arricchito dalla frequentazione di mostri sacri come Harold Pinter e Italo Calvino.

Ed è proprio da un’opera di quest’ultimo che ha inizio la carriera artistica di Andò, il quale nel 1986 cura l’allestimento teatrale della favola filosofica ‘La foresta-radice-labirinto’.

Dall’esordio con Diario senza date a Il manoscritto del Principe

Per l’esordio cinematografico del regista siciliano, invece, occorre attendere il 1995, anno di uscita di Diario senza date, originale impasto di documentario e finzione che attraverso i commenti e le vicende di personaggi reali e immaginari propone una sorta di reportage-saggio su di una Palermo in bilico tra bellezza e degrado. Interpretata, tra gli altri, da Bruno Ganz e Moni Ovadia (legato ad Andò da una lunga collaborazione teatrale), e presentata alla Mostra del Cinema di Venezia 1995, la pellicola incontra l’entusiastica approvazione di Giuseppe Tornatore, il quale decide di produrre il primo lungometraggio di pura fiction dell’autore palermitano.

roberto andò

Si tratta de Il manoscritto del Principe (2000), felice combinazione di racconto di formazione, biopic e memoir, che, in una serie di flashback, ripercorre nella Sicilia degli anni ’50 del Novecento l’ultimo periodo di vita del principe Giuseppe Tomasi di Lampedusa (Michel Bouquet), focalizzandosi sull’amicizia di quest’ultimo con Guido (Giorgio Lupano) e Marco (Paolo Briguglia), due brillanti giovani di diversa estrazione sociale. Una differenza, questa, destinata non soltanto a porre in contrasto i due ragazzi, ma anche a determinare il diverso legame di ciascuno di loro con l’anziano uomo. Perché, se nell’aristocratico Guido, Tomasi di Lampedusa ritrova affettuosamente quel suo stesso mondo ormai in disfacimento, nel borghese Marco, aspirante scrittore, non può non scorgere l’avanzamento di quella modernità pronta ad imporre nuovi paradigmi.

I due giovani rappresentano, pertanto, dei microcosmi opposti, persino confliggenti, in cui tuttavia il principe sembra parimenti riconoscersi. In Guido per il comune substrato sociale; in Marco per la comune passione per la letteratura. Quella stessa letteratura sulla cui forza il film riflette con intelligenza aprendo ad un più ampio sguardo sulla relazione tra arte e vita.

È dunque nella sottile ma ineludibile tensione che anima i rapporti di rivalità/gelosia/affetto tra i tre protagonisti, e soprattutto, nella declinante parabola di un uomo ormai anziano e malato, destinato ad una notorietà postuma, che si sostanzia il nucleo di una pellicola in cui, attraverso un incontro tra generazioni e classi sociali diverse, si assiste ad un vero e proprio cambiamento epocale sancito dal profondo ma difficile sodalizio tra Marco e l’autore del romanzo ‘Il gattopardo’.

Il tutto nell’ambito di un’opera di grande raffinatezza estetica e narrativa – evidente frutto dell’importante apprendistato di Roberto Andò come assistente, tra gli altri, di Rosi, Fellini, Coppola e Cimino – che dipanandosi all’interno di atmosfere rarefatte, decadenti e malinconiche, riesce, anche grazie al ritmo lasco e all’efficace frammentazione cronologica, a stendere sul racconto un sottile ma intrigante velo di mistero.

Sotto falso nome e Viaggio segreto: Roberto Andò e il cinema del mistero

Un mistero destinato a dilatarsi nel terzo lungometraggio del cineasta siciliano dal titolo Sotto falso nome (2004), thriller romantico che narra la storia di Daniel Boltanski (Daniel Auteuil), un ricco scrittore che, per tutelare la propria privacy, pubblica libri di successo sotto lo pseudonimo di Serge Novak. Una sera l’uomo, sposato con Nicoletta (Greta Scacchi), ha un rapporto sessuale con Mila (Anna Mouglalis), un’avvenente ragazza che il giorno seguente scopre essere la promessa sposa del suo figliastro Fabrizio (Giorgio Lupano).

Ciò nonostante la liaison tra i due prosegue in un clandestino vortice di passione. Ma nel frattempo lo stesso Daniel subisce il ricatto di Ewa (Magda Mielcarz), un’amica di Mila che lo accusa di aver copiato il suo primo romanzo da un’opera di un amico morto suicida. Potrebbe non trattarsi dell’unico segreto custodito dallo scrittore.

Inquietante, sensuale e affascinante, Sotto falso nome si snoda tra atmosfere sospese e improvvisi colpi di scena per focalizzarsi sui temi dell’identità e del rapporto tra realtà e apparenza. Andò cesella ineccepibilmente i tratti psicologici dei suoi protagonisti conferendo loro profondità e spessore. È aiutato in questo dal trio d’attori Auteuil-Scacchi-Mouglalis, i quali risultano assolutamente equilibrati e credibili nel rappresentare le composite sfaccettature dei rispettivi personaggi.

Ne scaturisce un racconto complesso e stratificato che, impreziosito dalle musiche di Ludovico Einaudi, dà conferma della cifra stilistica elegante e raffinata di Roberto Andò, e ribadisce la predilezione di quest’ultimo per quel cinema connesso al milieu letterario che qui s’interroga sul rapporto tra arte e contraffazione. Il tutto nell’ambito di una vicenda in cui il passato non torna di certo nella sua veste più elegiaca e nostalgica.

Presentato alla Settimana internazionale della critica al 57esimo Festival di Cannes, Sotto falso nome ottiene una serie di riscontri positivi che spingono l’autore a realizzare un nuovo lungometraggio incentrato ancora una volta sull’intreccio tra passato e mistero.

Si tratta di Viaggio segreto (2006), intenso dramma familiare liberamente tratto dal romanzo ‘Ricostruzioni’ di Josephine Hart.

La trama vede come protagonisti lo psicanalista Leo (Alessio Boni) e la modella Ale (Valeria Solarino). I due sono fratello e sorella, hanno un rapporto molto stretto e vivono a Roma nello stesso palazzo. La loro origine però è siciliana. Ed è qui che entrambi, all’interno di una villa nella campagna siracusana, hanno assistito da bambini ad un drammatico fatto di sangue. Si tratta di una vicenda che Ale ha sostanzialmente rimosso, e che Leo, invece, continua a ricordare con grande dolore. La notizia, comunicatagli da un prete di sua conoscenza, che la stessa villa è stata messa in vendita, spinge Leo a fare ritorno sui luoghi della tragedia. Una volta qui, l’uomo scoprirà che Harold (Emir Kusturica), un pittore di origine slava fidanzato con Ale, intende acquistare l’immobile per regalarlo alla futura sposa.

Addentrandosi all’interno di un labirinto di traumi infantili, rimozioni e segreti inconfessabili, Andò propone un racconto dalle venature psicanalitiche che conferma come nel suo cinema il tema del mistero costituisca spesso un congegno attraverso cui mettere in evidenza la complessità della ‘creatura’ umana. Zone d’ombra, ambiguità e inganni aprono perciò l’orizzonte a temi ricorrenti quali l’identità, il doppio, il confine tra falso e vero.

Non sfugge a questo meccanismo Viaggio segreto, film che mette in scena la storia di un doloroso, iperprotettivo rapporto tra fratello e sorella, riflettendo sulle diadi verità/menzogna e memoria/oblio. Andò ricorre ad una struttura a più linee temporali che, grazie al suggestivo uso del flashback, riesce a porre in risalto la tensione (psico)drammatica tra presente e passato. Il ritmo ampio risulta perfettamente funzionale all’introspezione. Mentre la creazione di atmosfere dalle sfumature imperscrutabili è affidata ad un elegante impianto visivo impeccabilmente fotografato da Maurizio Calvesi (premiato col Nastro d’argento 2007). Ne deriva un’opera di grande fascino e intensità che, dando risalto alle proprie nuances gialle, non lesina emozionanti colpi di scena.

Il grande successo di Roberto Andò con Viva la libertà

Dopo alcuni anni di pausa cinematografica, nel 2013 Roberto Andò torna nelle sale con Viva la libertà, intelligente pellicola che prende le mosse dalle vicende di Enrico Oliveri (Toni Servillo), un politico di primissimo piano della scena italiana, il quale, contestato dai propri elettori e in forte calo di consensi, decide senza preavviso di prendersi una pausa di riflessione per rifugiarsi segretamente a Parigi da Danielle (Valeria Bruni Tedeschi), un’amica di vecchia data sposata con un noto regista cinematografico.

Il vuoto improvviso lasciato da Enrico lascia sgomento il suo assistente Andrea Bottini (Valerio Mastrandrea), il quale, non sapendo cos’altro fare per coprire la fuga del suo capo – segretario di un importante partito della sinistra all’opposizione -, decide di sostituirlo con il fratello gemello Giovanni (Toni Servillo), un acutissimo professore di filosofia da poco ripresosi da una forte depressione. Trasferitosi a casa di Enrico, Giovanni intraprende la sua nuova carriera politica utilizzando un linguaggio e dei metodi del tutto diversi da quelli del fratello. Così facendo, il saggio sosia porterà un’inattesa, salvifica boccata d’aria fresca nel panorama politico italiano, destinata a condurlo ad un clamoroso successo.

Con Viva la libertà, Andò abbandona i toni drammatici delle opere precedenti per virare su di una sorprendente commedia dalle venature grottesche che, giocando sul tema del doppio, dell’equivoco e del rapporto falso/vero, riflette filosoficamente sul potere e sul mondo della politica.

Alternando nel montaggio le vicende dei due fratelli, il cineasta siciliano mette in scena, da una parte – quella del cupo Enrico – una sorta di percorso di ripensamento o quantomeno di presa di coscienza; dall’altra – quella del sereno Giovanni – una piccola rivoluzione in un mondo dominato da logiche incomprensibili e perverse.

L’invettiva di Andò non è generalizzata: il regista si rivolge ad un interlocutore particolare, a quella sinistra italiana ormai lontana dalle esigenze del mondo reale che ha finito per chiudersi all’interno delle stanze del potere. Quelle stesse stanze le cui porte vengono improvvisamente scardinate dalla salvifica irruzione del fool Giovanni.

Ma si tratta davvero di un pazzo? A ben guardare, no di certo. Perché l’uomo non sembra  rappresentare altro che quello sguardo sensibile, gentile e spontaneo soverchiato dalla rozzezza e dalla volgarità dei nostri tempi.

Andò utilizza la figura dell’arguto filosofo per ribadire l’importanza della cultura non soltanto nel governo della res publica ma anche nei rapporti tra le persone comuni. Cultura intesa come possibilità di conoscenza, comprensione, ascolto. Per tale ragione Giovanni cita Brecht e recita haiku: per entrare nei cuori della gente, per indurre i burocrati di partito ad una profonda riflessione. Nessun intellettualismo, dunque, ma semplice bisogno di una comunicazione autentica, profonda, empatica. Si tratta uno strumento di riconnessione con gli altri, di un ritorno alla realtà. Giovanni va nelle scuole, negli ospedali, nei cantieri. E soprattutto dice la verità, a qualsiasi costo.

È tutto ciò che la politica avrebbe dovuto fare – e non ha fatto – quando lui era ai margini, chiuso in una clinica psichiatrica, ritenuto folle solo perché saggio.

Quella del filosofo è una rinascita i cui effetti s’irradiano verso chiunque gli sta intorno. Lo stesso Andrea Bottini, autore del ‘pasticcio’, non può non restare ammaliato da quest’uomo eccentrico e affascinante (“Io uno come lei lo voterei”). Giovanni conquista tutti con la sua saggezza e la sua disinteressata purezza. Finisce col conquistare anche lo stesso Enrico che si stinge i capelli per assomigliare a quel fratello a lungo ripudiato. Ma subito sorge il dubbio se si tratti di una forma d’adesione o più prosaicamente di un’escamotage per procedere ad una nuova sostituzione. Perché alla fine di questo gioco di scambi e finzioni, bisogna stabilire quale dei due fratelli sarà colui che dirigerà il partito.

Tratto dal romanzo dello stesso Andò dal titolo ‘Il trono vuoto’, edito da Bompiani nel 2012, Viva la libertà, nonostante i tratti surreali, ha la capacità di rappresentare con grande realismo quel sentire comune disincantato e arrabbiato nei confronti della politica italiana. Le figure dei fratelli, finemente interpretati da un eccezionale Servillo, incarnano metaforicamente, da una parte, la realtà politica così com’è, e dall’altra, la politica come dovrebbe essere. Si tratta di un’aspirazione, di un sogno o più semplicemente di un bisogno incarnato da Giovanni, nelle cui parole e azioni lo spettatore finisce per immedesimarsi giungendo ad una piccola catarsi.

È ciò che porta il film – significativamente punteggiato da sprazzi metacinematografici (“In fondo la politica e il cinema non sono così lontani, sono due mondi in cui il bluff e il genio coesistono, e spesso non è facile distinguerli”) – ad ottenere un grande consenso di critica e di pubblico, e a vincere nel 2013, tra gli altri, il David di Donatello, il Nastro d’argento, il Globo d’oro e il Ciak d’oro, tutti per la migliore sceneggiatura.

Le confessioni: il potere visto dal mondo dell’economia e della finanza  

Sulla scia del successo di Viva la libertà, nel 2016 Roberto Andò torna a scandagliare le dinamiche del potere con Le confessioni, intrigante racconto imperniato sulla figura di Roberto Salus (Toni Servillo), un monaco certosino che viene invitato in Germania a partecipare ad un summit tra i ministri dell’economia del G8 e il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Daniel Roché (Daniel Auteuil). Dopo che quest’ultimo viene ritrovato morto soffocato da una busta di plastica, nel dubbio se si sia trattato di un suicidio o di un omicidio, alcuni sospetti ricadono sul religioso, il quale ha raccolto la confessione di Roché poco prima della sua scomparsa.

Ma più che voler capire se sia lui l’assassino, tutti sono interessati a sapere se nella stessa confessione Roché abbia rivelato a Salus qualcosa riguardo una manovra economica dagli effetti devastanti. Una manovra i cui dettagli devono restare assolutamente segreti perché comportanti seri rischi per la democrazia. Salus, tuttavia, si trincera dietro un silenzio invalicabile destinato ad alimentare timori dai quali, a loro volta, affioreranno dubbi e rimorsi.

Abbandonati i toni da commedia del film precedente, Andò torna alla struttura del thriller dalle venature metafisiche per addentrarsi nel mondo freddo e spietato dell’economia e della finanza. Come in Viva la libertà utilizza il meccanismo dell’incontro tra opposti per entrare nelle dinamiche di un sistema algido e asettico di cui non manca di evidenziare debolezze e contraddizioni. Protagonista non è più il filosofo Giovanni, ma il monaco Salus. A lui il regista siciliano affida il compito di provocare la crisi e di mettere il re a nudo. Non con la parola ma col silenzio. Non con l’austerity ma con la pietas. È così che viene aperta la breccia nel muro di un apparato chiuso e distante che crede di poter governare la realtà attraverso equazioni ed algoritmi. E che dimentica troppo spesso che dietro di questi ci sono le vite di milioni di persone.

Roberto Andò, come suo solito, propone un racconto di estrema eleganza formale. Giocato sul contrappunto spiritualità/cinismo e caratterizzato da un ritmo ampio funzionale alla rarefazione delle atmosfere e allo scavo psicologico, Le confessioni rappresenta una profonda riflessione sul rapporto tra etica ed economia che finisce per assumere i toni di un composto ma inflessibile j’accuse. Non mancano suggestioni e misteri che sembrano evocare il cinema di Alfred Hitchcock e Roman Polanski. Ma è Todo modo (1973) di Elio Petri a costituire – non foss’altro che per il legame tra Andò e Sciascia – il riferimento più immediato.

Una storia senza nome: l’omaggio di Roberto Andò al mondo della settima arte

A distanza di due anni da Le confessioni, Roberto Andò continua la sua perlustrazione del mistero con Una storia senza nome (2018), pellicola di pregevole fattura in cui si narrano le vicende di Valeria (Micaela Ramazzotti), una timida segretaria di una casa di produzione che lavora anche come ghost writer per lo sceneggiatore Alessandro Pes (Alessandro Gassmann). Un giorno la giovane donna viene contattata da Alberto Rak (Renato Carpentieri), un poliziotto in pensione che le propone la trama per un film: si tratta di raccontare le vicende che ruotano intorno al furto di un prezioso quadro da parte della criminalità organizzata. Affascinata dalla storia, di cui non conosce il finale, Valeria scrive al riguardo un soggetto che, tramite lo stesso Pes, suscita l’entusiastica approvazione di Massimo Vitelli (Antonio Catania), un produttore che decide di finanziare il film.

I fatti raccontati, tuttavia, sono veri e si riferiscono al furto della ‘Natività’ di Caravaggio avvenuto nel 1969 a Palermo per mano della mafia, la quale, allarmata dalla notizia della realizzazione della pellicola, decide di intervenire sequestrando e riducendo in coma Pes. Ciò nonostante, Valeria non si lascia spaventare e decide di proseguire nella scrittura della sceneggiatura che invia a pezzi a Vitelli firmandosi con lo pseudonimo di Mister X. Così facendo, la ghost writer finirà per essere coinvolta in una girandola di avvenimenti che la porteranno dinanzi a verità molto scottanti.

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Servendosi di una trama intricata e complessa, Andò propone un noir dalle nuances comedy con cui affronta di nuovo i temi a lui cari del doppio, dell’identità e dell’apparenza.

Il regista siciliano torna nella sua Palermo per imbastire, intorno ad un fatto di cronaca vera (il già descritto furto della ‘Natività’), un racconto metacinematografico in cui realtà e finzione – a partire dal ruolo segreto della stessa Valeria – si rincorrono in un continuo, straniante gioco al ribaltamento. Sorprese, colpi di scena e trompe l’oeil elidono i confini tra falso e vero disorientando lo spettatore persino nei titoli di coda. Si tratta, in sostanza, di cinema che insegue la realtà, ma anche di realtà plasmata/riscritta dal cinema.

Ed è in tal senso che Una storia senza nome rappresenta l’omaggio di Andò alla settima arte e alla sua forza immaginifica. Un omaggio che beneficia dell’accuratissima direzione dello stesso autore palermitano e delle ottime performance di un cast attoriale di prim’ordine (Laura Morante, Jerzy Skolimowski), su cui svetta un magnifico Renato Carpentieri. È tutto ciò che consente alla pellicola, presentata fuori concorso alla 75esima Mostra del cinema di Venezia, di ottenere un buon riscontro e di venire premiata per la miglior regia e la miglior interpretazione femminile (Micaela Ramazzotti) al Premio Flaiano 2019.

Il bambino nascosto: lo splendido incontro di due solitudini

Nel 2021 Roberto Andò realizza il suo nuovo lungometraggio dal titolo Il bambino nascosto, coinvolgente, lirico dramma imperniato sul personaggio di Gabriele Santoro (Silvio Orlando), uno schivo e inaridito insegnante di pianoforte al conservatorio che, pur provenendo da una famiglia agiata, abita in un quartiere popolare napoletano controllato dalla camorra.

L’uomo trascorre una vita appartata e malinconica. Ma un giorno s’introduce nella sua abitazione Ciro (Giuseppe Pirozzi), un bambino di circa dieci anni che vive nel suo stesso palazzo. Il ragazzino sta scappando dal padre camorrista e da altri malavitosi che vogliono consegnarlo ad uno spietato boss in cerca di vendetta. Pur non conoscendo – almeno inizialmente – le ragioni specifiche della sua fuga, Gabriele intuisce che Ciro si trova davvero in pericolo e che nessuno, tranne lui, è in grado di aiutarlo. All’uomo perciò non resta che dare protezione al bambino tenendolo nascosto nel suo appartamento. Per il dimesso ‘maestro’ nulla sarà più come prima.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca devi augurarti che la strada sia lunga, fertile in avventure e in esperienze”. È l’incipit di Itaca, la poesia di Kavafis che Gabriele recita ogni mattina mentre si fa la barba. Eppure per lui non ci sono viaggi, né avventure, né esperienze straordinarie. La sua vita scorre grigia e monotona, senza lampi né guizzi. Osserva tutto da lontano, da dietro una finestra che sancisce la separazione da un mondo a cui è connesso solo da intermittenti, flebili relazioni: le lezioni con gli allievi, il compagno evanescente, il fratello magistrato che lo schernisce e lo ripudia.

Gabriele sembra essersi ritratto dalla propria esistenza, appartatosi nell’ombra di un elegante appartamento che tanto stride col degrado del quartiere in cui ha scelto di vivere. Quello stesso degrado dal quale emerge improvvisamente il piccolo Ciro, già invischiato nelle logiche e nelle dinamiche malavitose. La sua irruzione nella comfort zone di Gabriele sconvolge la routine dell’uomo, ma diventa paradossale occasione per un ritorno alla vita.

Ed è da qui che Andò lascia che la storia si focalizzi decisamente sul rapporto adulto-bambino, mettendo sullo sfondo le vicende criminali. Si assiste in tal modo ad un incontro di opposti che però è soltanto apparente. Perché in realtà Ciro e Gabriele sono accomunati da un grande bisogno d’affetto, nascosto, quanto al bambino, da atteggiamenti spavaldi mutuati dalla sub-cultura camorrista; mascherato, quanto all’uomo, dietro una corazza di apparente anaffettività.

Ciro e Gabriele sono soli, rinnegati dalle rispettive famiglie, abbandonati a loro stessi. È una solitudine destinata ad avvicinarli poco a poco sino a portarli all’instaurazione di un rapporto di sincero, profondo affetto. Qui la struttura del thriller si pone al servizio di un racconto di formazione a doppio scambio che vede crescere non soltanto Ciro ma anche Gabriele, il quale, proprio grazie al ragazzino, troverà il coraggio di uscire dal proprio guscio e di raccogliere le sfide che la vita gli propone. L’uomo accetterà di correre dei rischi sino ad allora nemmeno immaginati. Affronterà non soltanto i malavitosi che minacciano la vita del giovane protagonista, ma anche quelle istituzioni troppo farraginose per offrirgli un adeguato sostegno.

È una svolta che avviene in Gabriele dopo il colloquio con l’anziano padre Massimo (Roberto Herlitzka), un ex giudice che lo sprona a vivere in pieno la vita, aprendo il proprio cuore alla pietas, scegliendo l’amore invece della legge. Per l’insegnante di musica si tratta di una sorta di epifania. Ed è così che decide di assumere le vesti di una moderna Antigone pronta ad affrontare ogni ostacolo pur di ottenere giustizia.

Restano solo lui e Ciro. L’uomo non consentirà che quest’ultimo venga sopraffatto da quella violenza che ha già annientato il suo ex allievo Diego (Lino Musella), ridottosi da talentuoso pianista a dolente guappo. Gabriele trova nell’amore paterno verso il ragazzino il senso della propria esistenza. Si scopre capace non soltanto di indignarsi e ribellarsi, ma anche di prendersi in giro e di giocare col bambino, che a sua volta sembra ritrovare quell’infanzia negatagli.

Gabriele e Ciro si mettono così in viaggio verso la loro Itaca. Senza temere i Ciclopi e i Lestrigoni della poesia. Aperti a nuove avventure ed esperienze. È un cambiamento palpabile che coincide con l’evoluzione del racconto nel road movie. “Nun tengh paura ‘e nisciun” cantano entrambi nell’auto che li porta lontano. È una sorta di urlo liberatorio. Nulla è ancora superato, l’orizzonte è ancora nebuloso. Eppure un raggio di luce sembra spuntare in un futuro pronto ad accogliere questa nuova famiglia formata da due piccoli eroi.

Tratto dall’omonimo romanzo dello stesso Andò, edito nel 2020 da La nave di Teseo, Il bambino nascosto rappresenta senz’altro uno dei migliori lungometraggi del regista siciliano. Il film, presentato fuori concorso alla 78esima Mostra del cinema di Venezia, risulta intenso e commovente anche grazie ad una regia attenta a cogliere gli aspetti più intimi e profondi dei suoi protagonisti. A ciò si aggiunge l’eccellente impianto visivo impeccabile nel mettere in relazione il mondo ovattato di Gabriele con quello cupo e violento dell’ambiente circostante.

Il vero valore aggiunto de Il bambino nascosto, tuttavia, risiede nell’eccezionale alchimia della coppia attoriale Orlando-Pirozzi, a cui deve aggiungersi l’ottima prova di un Lino Musella decisamente inquietante nei panni dell’ambiguo Diego.

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Il teatro nel cinema: La stranezza

Nel 2022 Roberto Andò propone una sorta di connubio tra teatro e cinema portando sul grande schermo La stranezza, originale tragicommedia che vede Toni Servillo indossare i panni di Luigi Pirandello.

Ambientato nella Sicilia del 1920, il film narra, attraverso una serie di commistioni tra verità e finzione, del percorso creativo che portò il grande drammaturgo, poeta e scrittore alla realizzazione del suo capolavoro ‘Sei personaggi in cerca d’autore’.

Qui trovate la recensione de La stranezza

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