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Intervista con François Cluzet: tra ‘Un métier sérieux’ e altri titoli

L'attore francese all'interno di un film corale che segna nuovamente la collaborazione tra Cluzet e Lilti

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françois cluzet

François Cluzet è stato l’ospite d’onore della 15esima edizione di France Odeon a Firenze. L’attore francese ha presentato il film nel quale recita, ancora una volta diretto da Thomas LiltiUn métier sérieux. A François Cluzet abbiamo fatto alcune domande sul film, sulla sua carriera e sul cinema.

– Foto di copertina di Guya Migliorini per France Odeon –

François Cluzet ancora con Thomas Lilti

Un métier sérieux è l’ennesima collaborazione con Thomas Lilti. Com’è (stato) lavorare con lui? Soprattutto considerando che ne Il medico di campagna sei il protagonista (o comunque il personaggio più importante), mentre qui sei allo stesso livello degli altri, trattandosi di un film corale.

In questo film ci sono più partner. Ne Il medico di campagna ci siamo io e la coprotagonista, siamo solo due. Qui, invece, siamo sempre 5, 6, 7, 8. Ed è una cosa che io amo molto perché vengo dal teatro dove ci sono tanti partner. Poi penso che sia molto interessante provare a lavorare nel proprio ruolo perché in questo modo i partner ritrovano il ruolo che hanno letto. Si tratta anche di rendere migliore il partner perché così anche il film sarà migliore. Si lavora insieme: se si recita bene è per il bene di tutti. Quindi è anche nell’interesse di ciascuno.

In Un mètier sérieux questo aspetto è ancora più importante perché la scuola è strutturata così.

Esatto. È importante, per esempio, che se ci sono degli attori da sperimentare possono recitare da soli, perché le emozioni nascono nel cuore e arrivano al cuore. Le frasi che si dicono non devono avere un significato, devono semplicemente arrivare al cuore. Se arrivano al cervello, che non è sensibile, non colpiscono allo stesso modo.

françois cluzet

Foto di Guya Migliorini per France Odeon

Il personaggio

Com’è stato il tuo approccio al personaggio di un professore? Considerando anche che hai abbandonato gli studi, ritrovarsi dall’altra parte della classe che effetto ti ha fatto?

Molti attori amano ricorrere al trucco, ai vestiti. Io sono dell’idea che, se la situazione deve far soffrire, non bisogna far finta: è proprio in questo caso che il mestiere dell’attore diventa difficile. Anche perché si può far ridere, parlare, mangiare, ma piangere, senza far finta, è difficile perché non è la verità.

Bisogna prepararsi, non si può fare all’ultimo secondo. Tre mesi prima sai che quel giorno farai quella scena, così ci pensi tutti i giorni e il corpo ti dà quello che gli hai domandato, il cervello obbedisce a quello che gli viene detto. Lo convinci perché deve obbedire, ma devi essere sincero. Bisogna prepararsi come alle olimpiadi.

Non è facile, però, metterlo in pratica e recitare in questo modo.

No, non è facile, ma in realtà noi non recitiamo, diamo vita ai personaggi. Il nostro mestiere non è recitare, ma vivere. C’è una frase che riassume bene il nostro mestiere “gli attori sono quelli che fanno finta di fare finta”.

Infatti il tuo personaggio ha più livelli. Sia come insegnante, sia come collega che come genitore. Sono tre personaggi in uno.

Sì, sono tre situazioni. Ma è così per tutti.

Il mio personaggio dà delle lezioni, incontra i colleghi, e poi torna a casa. Ed è una riflessione sull’insegnamento: i professori sono criticati, dicono che sono sempre in vacanza e non fanno niente, ma in realtà non è vero. Sono poco pagati e fanno un mestiere essenziale (insieme alla sicurezza e alla sanità). In una società moderna dovrebbero essere i più pagati e i più competenti.

©-les-Films-du-Parc-Manin

Il tuo personaggio è un po’ la vecchia generazione, ma credo che comunque possa essere un aiuto per le nuove generazioni. Anche se sono stanchi di seguire le lezioni in modo tradizionale sono comunque affezionati a quel tipo di insegnamento. Allo stesso modo i colleghi possono trarre consigli dal modo di insegnare. E poi è un personaggio che si rapporta con due diverse tipologie di generazioni: quella degli alunni e quella del figlio. Anche se hanno più o meno la stessa età e le stesse dinamiche, gli alunni devono sempre passare sotto le grinfie del professore, il figlio invece, anche se sbaglia, è comunque il figlio e quindi non si può a prescindere dirgli che ha torto.

Perché è tutto legato alla sua funzione. Il professore ha qualcosa da dare ai suoi alunni: l’istruzione in un confine ben preciso, cerca di trasmettere un sapere millenario che non è il suo, ma della pedagogia e dell’istruzione.

Con il figlio c’è sempre qualcosa da prendere. Il regista insiste sul fatto che delle volte i professori vogliono che i loro figli scelgano un mestiere importante. Per esempio il regista ha veramente un padre medico e quando gli ha chiesto cosa volesse fare da grande lui ha risposto che voleva fare il cinema. La risposta del padre è stata negativa, gli ha detto che doveva fare un mestiere serio e lui ha capito subito che questo voleva dire fare il medico e ha fatto medicina. Ma appena ha preso il diploma ha realizzato il suo primo lungometraggio.

Con il covid è tornato in ospedale per aiutare, ma poi è tornato a fare il regista.

Da qui l’idea del titolo Un métier sérieux.

François Cluzet tra Quasi amici L’inferno

Parlando, invece, più in generale della tua carriera, sicuramente si può usare la parola versatilità per descriverti. Si possono citare, per esempio, due titoli emblematici: Quasi amici e L’inferno.

Per Quasi amici diciamo che non c’erano grandi cose da fare sul set. Ero praticamente lo spettatore di Omar Sy che incoraggiavo a fare sempre di più perché lui recitava anche per me. Al posto mio doveva esserci Daniel Auteuil che ha rifiutato probabilmente perché pensava che fare questo film avrebbe significato semplicemente dare le battute a Omar Sy che, in effetti, è quello che succede, ma io ero a un punto della mia carriera dove ero abbastanza famoso e mi potevo permettere di essere altruista e fare un film generoso. Mi sono detto “voglio lavorare per Omar. Il mio lavoro era valorizzare Omar”.

Per quanto riguarda L’inferno Chabrol ha reso il film (che inizialmente doveva fare un altro) più lineare e più semplice. Ha fatto valere la frase “Non ci sono grandi attori, ci sono grandi ruoli”.

Foto di Guya Migliorini per France Odeon

Un altro aspetto importante è il fatto che nei tuoi film sono sempre stati trattati temi importanti, dalla disabilità all’antisemitismo.

Vorrei citare, a tal proposito, Bergmann che diceva “non dimentichiamo che facciamo un lavoro di divertimento” e in effetti se la storia che raccontiamo e interpretiamo per un’ora e mezzo o quello che è funziona non si pensa a nient’altro. Ma divertire non significa far ridere.

Spesso nel cinema si parte da un soggetto sociale che viene poi sviluppato.

Il cinema e la recitazione

Cosa ti ha avvicinato alla recitazione?

Probabilmente la mancanza di affetto. Mi sono resa conto che a 13 anni quando cantavo le sorelline di alcuni miei amici mi guardavano con una sorta di venerazione e io ho pensato che volevo fare quello nella vita.

Poi a 20 anni avevo un fisico moderno che mi ha aiutato molto, ma è qualcosa che mi hanno dato i miei genitori, non qualcosa che mi sono guadagnato. Mi ha aiutato a diventare quello che sono, ma non è qualcosa che mi sono guadagnato.

Sono Veronica e qui puoi trovare altri miei articoli

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