Motel Woodstock, a quarant’anni da un sogno ancora irrealizzato

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Fu il cinema a consegnare Woodstock alla storia. Il film-documentario premio Oscar di Michael Wadleigh, girato nel ’69 durante gli straordinari quattro giorni di “pace, amore e musica”, diede origine ad un fenomeno di partecipazione giovanile planetaria, moltiplicando l’evento californiano nelle sale cinematografiche di tutto il mondo.

Ang Lee ha ben presente quella pellicola, le cui tecniche di montaggio all’avanguardia per l’epoca – inquadrature divise in più immagini, accavallarsi di situazioni, spola fra palco e pubblico- attraggono lo spettatore al centro della musica e gli fanno sperimentare “da dentro” quella che è stata la madre di tutti i concerti rock.
Anzi, cultore del dettaglio qual’è, il regista taiwanese conosce le famose sequenze nei minimi particolari e le omaggia nel suo Motel Woodstock riprendendo l’uso dello split-screen, che per la verità già aveva utilizzato nel poco fortunato Hulk.
Ma per il resto imbocca una strada del tutto differente e decide di raccontare l’evento musicale “dal di fuori”, facendo avvicinare gli spettatori piano piano e mai oltre un certo limite, confinando la musica alla colonna sonora e filtrando tutto attraverso gli occhi diffidenti e increduli di una famigliola di origini ebraiche, proprietaria del motel diventato centro organizzativo del grande concerto.

Abituato a delineare soavi ritratti di vite occidentali e orientali, in una filmografia che fin dagli esordi si è sempre alternata fra Taiwan e Stati Uniti, tra storie d’epoca (La tigre e il dragone, Ragione e sentimento) e contemporaneità (Il banchetto di nozze), fra ambientazioni cinesi (Lussuria) e statunitensi (Tempesta di ghiaccio), Lee torna a focalizzare l’attenzione sull’America degli anni ’60, che già nel 2005 gli ispirò il pluripremiato I segreti di Brokeback Mountain.
Il regista si basa sul romanzo autobiografico “Taking Woodstock” (Rizzoli) di Elliot Tiber, che grazie all’eccezionale concerto riuscì insperatamente a liberarsi dall’inibizione sessuale e dalla soggezione nei confronti dei genitori. Nella rielaborazione di James Schamus, sceneggiatore e produttore indipendente che da sempre accompagna le opere di Lee, il particolare mira a descrivere l’universale, la storia del singolo introduce alla comprensione di una generazione.

Come già nell’acclamato Mangiare bere uomo donna, il cibo e la condivisione del pasto hanno un ruolo importante nelle relazioni familiari, diventando un mezzo di comunicazione addirittura strepitoso quando i genitori chiusi e conservatori di Elliot ingurgitano dei dolcetti da sballo…
Un aspetto interessante del film è la descrizione dei problemi che attanagliarono la preparazione e l’organizzazione di Woodstock, dal boicottaggio degli abitanti della zona alla pioggia e al fango, dalla scarsità di cibo e di servizi igienici ai debiti finanziari, senza che nulla riuscisse minimamente a scalfire l’energia e la forza creativa che si erano riversate nella vallata.
Fra gli interpreti, Imelda Staunton nella parte tragi-comica della madre brontolona e l’emergente Jonathan Groff nel ruolo del seducente organizzatore Mike Lang.

Purtroppo, nel complesso, la caratterizzazione dei personaggi non è pienamente efficace e Motel Woodstock risulta una piacevole commedia che non emoziona quanto i precedenti capolavori del maestro. Alla fine di questa pellicola ispirata alla controcultura che si ribellava alla guerra in Vietnam e al capitalismo, l’amara frase “si cercherà di fare più soldi possibile” sembra una circostanza alla quale soggiace lo stesso Ang Lee che, celebrando il quarantennale di Woodstock, in fondo ne sfrutta ancora una volta il mito.

Del sogno di amore e pace ad oggi irrealizzato, rimane la nostalgia messa in luce dal film di Boris Sagal, 1975: occhi bianchi sul pianeta terra, dove nel “day after” che segue lo sterminio batteriologico dell’umanità, il triste protagonista si mette a guardare le gioiose scene di Woodstock girate da Wadleigh.

Lucilla Colonna



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