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Bolzano Film Festival

Cinema galego: un approfondimento storico

Per approcciarsi al focus che il BFFB dedicherà al "Novo cinema Galego", un'analisi storica sull'accidentato percorso produttivo e artistico del cinema identitario galiziano.

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Quest’anno il BFFB (Bolzano Film Festival Bozen) propone nel suo programma un focus sul “Novo cinema Galego”, attraverso la proiezione di sei pellicole realizzate in quest’ultimo quinquennio. Sei opere, passate in alcuni dei maggiori festival internazionali e che fungono anche da assaggio per approcciarsi a questa realtà cinematografica “rurale” e identitaria.

Novo cinema Galego è una nouvelle vague che ha come punto d’inizio il 2010, ossia quando alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes fu presentato il documentario Todos vós sodes capitáns (2010) di Oliver Laxe, finanziato dalla Axencia Audiovisual Galega con 30.000 euro, e che si aggiudicò il premio FIPRESCI.

Alla Berlinale 2023, erano presenti ben tre opere galiziane, dislocate in differenti sezioni (Encounters, Panorama e Generation 14 plus): Samsara (2023) di Lois Patiño; Matria (2023) di Álvaro Gago; Sica (2023) di Carla Subirana. Samsara si è aggiudicato, ex aequo, il Premio speciale della giuria.

Pertanto il focus dedicato alla Galizia diviene meritorio poiché, oltre ad essere il primo organizzato in Italia, permette di conoscere una realtà ancora misconosciuta: soltanto un film galiziano, in questo quindicennio, è stato distribuito in Italia… con scarse attenzioni di pubblico: O descoñecido di Dani de la Torre.

Ma per avvicinarsi a questa nuova cinematografia, è necessaria una disamina che riguarda una questione cardine, ovvero distinguere tra Cinema Galego e Cinema en Galicia, due espressioni ben distinte. Soprattutto tenendo in conto il recente As Bestas – La terra della discordia (As Bestas, 2022) del madrileno Rodrigo Sorogoyen.

As bestas

Alcune coordinate extra-cinematografiche

Con la promulgazione della Costituzione del 6 Dicembre 1978 (articolo 2), la Spagna «riconosce e garantisce il diritto all’autonomia delle nazionalità e delle regioni», permettendo così la creazione di ben 17 comunità autonome (più le due città di Ceuta e Melilla). Comunità che con orgoglio portano avanti le proprie identità culturali.

La Galizia è una di queste. Regione situata all’estremo Nord-Ovest della Spagna, ha per capoluogo Santiago de Compostela, e confina a Nord con il Golfo di Biscaglia, a Est con l’Asturia e Castiglia e León, a Sud con il Portogallo e a Ovest con l’Oceano Atlantico.

È un territorio montuoso e marittimo. Due caratteristiche geofisiche che definiscono anche le sfumature dei caratteri degli abitanti: chi vive nell’interno è più introverso e bisbetico; chi è abitante della costa è – nei limiti –più estroverso.

L’entroterra ha ancora connotati contadini (agricoltura e allevamento), mentre la parte costiera è più propensa all’industria (commercio marittimo e cantieri navali) e turismo. Le lingue ufficiali sono il galiziano e il castellano, ma la Galizia si è sentita da sempre poco spagnola e molto più portoghese.

Un piccolo esempio di questo distacco lo si può evincere dal fuso orario, che dovrebbe essere uguale a quello portoghese, ossia un’ora avanti, ma per un discorso comunitario e politico, la Galizia è stata inserita – forzatamente –  nello stesso Meridiano di Greenwich che solca la Spagna.

La Galizia, perciò, è un territorio che vive con orgoglio e dolore questa situazione di estrema periferia e di terra di confine, e tale situazione si riverbera anche nel cinema.

Una cinematografia per decenni produttivamente incostante oppure nulla. Ma ciò che ha contraddistinto l’orgogliosa cinematografia galiziana è stato l’atto eroico di alcune personalità che hanno lottato per dare un’identità e dignità (audio)visiva alla propria “terriña”.

Bandeira

Cinema Galego e Cinema en Galicia

Julio Pérez Perucha sentenziò:

«Durante diverse decadi (dalla fine degli anni Trenta fino alla metà degli anni Settanta) non esiste “Cine galego”. Una volta consolidata una promessa così avvilente chiariamo, primariamente, che intendiamo per “Cine galego” quello prodotto da imprese galleghe (cioè domiciliate in Galizia) e che, pertanto, non si può parlare di “Cine galego” se consideriamo quelle interpretate o prodotte da galiziani in qualsiasi parte del mondo, né in riferimento a temi galiziani o casualmente filmati in terre galiziane da imprese amministrative e fiscalmente aliene alla Galizia, né a quelle presumibilmente finanziate da capitali galleghi fuori dal suo luogo di origine.»

Partendo da quanto espose Perucha, e utilizzando alcuni esempi filmici conosciuti anche in Italia, si può ben spiegare la differenza tra “Cinema galego” e “Cinema en Galicia”. L’acclamato As bestas è ambientato nell’entroterra della Galizia. Film che si basa su un reale fatto di cronaca nera accaduto nel 2010 a Santoalla, nel comune di Petín (sud est di Galizia). Tra i set utilizzati per ricreare quella vicenda c’è anche Sabucedo, parrocchia civile nel sud della regione.

Vicenda accaduta nell’entroterra galiziano, scorci galiziani, lingua galega (per marcare l’estraneità dei protagonisti francesi con la chiusa regione), ma pellicola che va inserita nella cartella “Cinema en Galicia”, poiché diretta dal madrileño Sorogoyan e con co-produzione spagnola-francese. Per inciso, produzione catalana (altra regione autonoma fiera della propria cultura e della propria lingua).

Idem con il serial televisivo Fariña. Basata sull’omonimo libro del giornalista galiziano Nacho Carretero, la serie televisiva, sebbene narri vicende di narcotraffico avvenute in Galizia, e sfrutti le ambientazioni galiziane, è un prodotto non – completamente – galego. La regia è di Carlos Sedes (galiziano) e Jorge Torregrossa (valenziano); la sceneggiatura di quattro autori galiziani; la produzione madrileña e la distribuzione (Antenna 3) madrileña.

Andando indietro nel tempo, altri due fulgidi esempi:

I lunedì al sole (Los lunes al sol, 2002) di Fernando León de Aranoa, è un dramma sociale alla Ken Loach ambientato a Vigo, che mostra la tragica situazione di alcuni disoccupati galleghi. Tema di realtà prettamente galiziana, ma regia di un madrileño, produzione (Mediapro) barcellonese e alcuni attori sono di altre regioni spagnole, come ad esempio il canario Javier Bardem.

Mare dentro (Mar adentro, 2004) di Alejandro Amenábar, pellicola che vinse il Premio Oscar come miglior film straniero, è un biopic su Ramón Sampedro, pescatore e scrittore coruñense. Girato in Galizia e incentrato su un personaggio gallego, la pellicola però venne realizzata da un regista cileno, attraverso una produzione madrileña e con attori di differenti località spagnole, tra cui Bardem.

I lunedì al sole

Il “Cinema Galego” dalle origini agli anni Sessanta

In Galizia la prima proiezione cinematografica pubblica ci fu il 3 settembre 1896 a La Coruña, grazie a Pedregal e Ramos. I primi “cineasti” galiziani furono dei fotografi che si convertirono da autodidatti al nuovo mezzo, e il più importante fu José Sellier Loup (Givors 1850 – La Coruña 1922), di origine francese ma residente in Galizia sin dal 1886.

Sellier cominciò a girare alcuni filmati di carattere documentaristico e testimoniale, come ad esempio “quadri” coruñensi: Fábrica de gas (1897); San Jorge, salida de misa (1897); oppure di carattere marittimo: Orzán, Oleaje (1897); o il singolare cortometraggio Entierro del General Sánchez Bregua (1897).

Altro autore fondamentale dei primordi della cinematografia galiziana fu Xosé Gil Gil (Rubiós 1870 – Vigo 1937), prolifico regista e produttore. Gil ha avuto il merito di promuovere la sua “terriña” sia in Galizia e sia verso gli emigrati galiziani che lasciarono tristemente la propria terra per paesi più ricchi di proposte lavorative, come ad esempio il sud America.

Fu Gil a realizzare la prima pellicola di finzione, Miss Ledya (1916), un cortometraggio su sceneggiatura di Rafael López de Haro. A Xosé Gil va anche il merito di aver fondato nel 1919, insieme a Fausto Otero, la Galicia Films, prima impresa di produzione cinematografica galiziana, che aveva un triplice obiettivo:

1) Realizzazione di pellicole familiari;

2) Reportage industriali;

3) Documentari per la emigrazione americana.

Però gli insuccessi commerciali costrinsero la chiusura della Galicia Films, e nel 1923 fondò Galicia Cinegráfica, casa di produzione con maggiori ambizioni, ossia quella di creare un modello di cinematografia regionale con una massiva produzione di documentari e reportage di tutti i tipi per la propria regione.

Importante in questo senso il “cinegiornale” Noticiario de Galicia (1928-1933), che era composto di undici numeri e ogni “episodio” durava circa quindici minuti. Gli argomenti trattati erano di attualità galiziana, e le cronache erano create per uso interno oppure come “cartoline” per gli emigrati galiziani al di là dell’Oceano.

Una prima cinematografia combattiva ma fragile, e che durante il trentennio del franchismo ha prodotto pochissimo, e principalmente opere mediocri. In questo lungo lasso di tempo la Galizia divenne solamente un mero (s)oggetto di referenza ambientale, sia geografico e sia sociologico.

I panorami galiziani erano utilizzati come “teloni di sfondo” per l’azione, e non come “co-protagonisti” dei fatti. Gli aspetti sociali della realtà galiziana erano invece rappresentati attraverso una serie di ripetitivi stereotipi.

Tipologie che a livello di immaginario collettivo si ammettono come rappresentative de “lo galego” (il galiziano), ovvero: la morriña (parola non traducibile in italiano, ma è il corrispettivo di Saudade, ossia una particolare nostalgia della propria terra), l’attaccamento alla terra, il vincolo con costumi e musica, e la forma di parlare.

Suevia Films

Proprio su questi elementi giocherà la Suevia Films, società di produzione e distribuzione fondata nel 1940 da Cesáreo Gonzalez (Vigo 1903 – Madrid 1968) e suo fratello Arturo (Vigo 1902 – Madrid 1986). La Suevia Films fu una delle maggiori case di produzione spagnola, realizzando in totale, dal 1940 al 1968, oltre 130 pellicole.

Casa di produzione di radice galiziana ma economicamente centrica, ha la colpa di aver tramandato una visione superficiale della Galizia. Con essa si creò la “gallegada”, un genere molto amato nella restante Spagna come forma di divertimento (i galleghi “derisi”), e apprezzato dagli emigrati dall’altra parte dell’Oceano poiché in queste pellicole riscontravano la nostalgia della propria terra (morriña).

Alcune pellicole di successo: i marittimi ¡¡Polizón a bordo!! (1941) di Florián Rey e Mar abierto (1948) di Ramón Torrado; il religioso El pórtico de la Gloria (1953) di Rafael J. Salvia; o l’adattamento letterario A casa da Troia (1959) di Rafael Gil.

In questo oscuro e “arido” periodo, merita una citazione a parte la pellicola Raza (1941) di José Luis Sáenz de Heredia. Non ha particolari meriti artistici, però va evidenziata poiché il soggetto fu scritto da Jaime de Andrade, alias Francisco Franco, che intendeva realizzare un potente film di propaganda.

Raza

Gli anni ’70: (ri)nascita del “Cinema Galego

Sebbene sul mercato predominavano le produzioni commerciali con “scorci di Galizia”, la cinematografia galiziana negli anni Settanta visse al contempo una nascita e una rinascita. In questa decade la spinta propulsiva provenne principalmente da piccoli gruppi di giovani che si unirono in cooperative per (ri)creare un vero cinema galiziano, come lotta di affermazione cine-identitaria.

L’intento peculiare era quello di preservare e far conoscere il patrimonio culturale gallego basandosi su un discorso audiovisuale autoctono. Una concezione che ricorda la corrente del Cinema Nôvo, in cui gli autori realizzavano film come armi culturali contro la realtà circostante. Come spiegò  Hueso Montón:

«I gruppi che vanno a varare il cammino di rinnovazione in Galizia sono formati da persone preoccupate non solo per una lotta di affermazione nazionalista (seppur ciò con sfumature distinte), ma allo stesso tempo per le possibilità dell’immagine cinematografica, e uniranno a questo un conoscimento del cinema internazionale.»

Queste battagliere compagini, che dovevano far fronte alla mancanza di un pur minimo budget, di equipaggio professionale e di strutture distributive, cominciarono le loro affermazioni filmiche con l’amatoriale formato del Super 8, realizzando cortometraggi.

In pratica è come se il cinema gallego ricominciasse dai tempi dei Lumière. Una di queste cooperative pioneristiche si chiamava Lupa e fu fondata nel 1971 a Santiago de Compostela, da persone legate al teatro gallego. In quattro anni il gruppo realizzò opere che alternavano documentari a film di finzione, tutti con riferimenti alla cultura tradizionale:

4X4 (1971); Mesturanzas (1972); Holocausto (1972); A rapa das bestas (1973); O Corpiño (1973); A procesión das mortella (1973); Inqueda volta (1973); Berros na Cova (1973); Peliqueiros (1974).

Sebbene fossero opere pauperistiche, la realizzazione seguiva un ferreo stile che si basava su tre aspetti:

1) La frontalità;

2) La simmetria compositiva;

3) La verticalità.

Enroba

Altro gruppo fondamentale fu quello creato a Coruña e chiamato Enroba (dalle iniziali di uno dei suoi fondatori, cioè Enrique Rodríguez Baixeras). Il percorso professionale dell’Enroba era più articolato, e cominciando dal Super 8 (Foie Grass, 1972; A morte do mariscal, 1973), riuscì, con molte difficoltà, ad arrivare al formato 16 mm (O documento, 1974; A tola, 1975).

Ma la cooperativa più attiva, che riuscì ad avere maggiore successo, fu la coruñense Imaxe (1973-1980). Anche questo gruppo realizzò dei cortometraggi in Super 8 (Un pequeno incidente, 1973; Serán, 1974; Arredor, 1974; A fala do muiño mudo, 1974), e un corto in 16 mm (Illa, 1975).

Come dichiarò l’Imaxe:

«Non ci dimentichiamo che tentiamo di apprendere il cinema facendolo, e che della nostra, fino ad adesso, breve esperienza, e delle altre esperienze più antiche, come quelle dei gruppi Lupo o Enroba, possibilmente entro un certo tempo possano sorgere opere che oltrepassano l’interesse meramente ‘storico’ che questo atto significa qui in Galizia […]. Adesso è fatto solo in modo di saggio, serio, però rimane un saggio. Nonostante niente ci impedisce il continuare di fare il cinema in una maniera più integrale, per cercare una possibile professionalizzazione

Punto di arrivo di questa strenua lotta fu Malapata (1979), pellicola prodotta dalla “Cine-Vos polo Equipo Imaxe” e diretta da Carlos L. Piñeiro. Malapata. É ritenuto il primo lungometraggio, con una durata di circa 75 minuti, di produzione completamente galiziana.

Commedia infantile, era inizialmente un cortometraggio realizzato in 16 mm, e successivamente gonfiato a 35 mm. Il doppiaggio venne eseguito in alcuni studi a Barcellona, perché in Galizia ancora mancavano tali strutture. Il film, che doveva dimostrare l’evoluzione dell’Imaxe, fu un sonoro fiasco, e questo insuccesso aprì un periodo di transizione e ripensamento nel cinema galiziano.

Xornadas do Cine en Ourense

Fondamentale in questa fervida decade la nascita, nel 1973, delle Xornadas do Cine en Ourense, uno spazio nella quale andavano a confluire tutte le proposte filmiche e i dibattiti teorici su come articolare un cinema galiziano.

Nella IV edizione (1976) venne redatto un manifesto composto da tre punti:

  • Intendiamo per cinema nazionali quelli che concepiscono il fenomeno cinematografico come strumento di lotta ideologica delle classi calpestate da distinte nazionalità dello stato spagnolo.
  • Per ognuno dei cinema nazionali che rispettano questo bilancio, raccoglieremo e mostreremo le caratteristiche e le aspirazione proprie e differenziate di ognuno di uno dei popoli dello Stato spagnolo.
  • Con rispetto al paese galiziano, al paese basco, e al paese catalano, che hanno come cellula rivitalizzante della sua personalità differenziata una lingua propria, il cinema che fanno loro dovranno usarlo come un elemento di base che accetti in conformità il primo punto.

Ma l’aspetto più importante, che si evince alla fine degli anni Settanta, è che per perseguire l’ideale di un cinema identintario, bisognava scendere a dei compromessi. Le cooperative Lupa, Enroba e Imaxe hanno dimostrato che si può fare cinema anche senza una grossa industria alle spalle, realizzando opere che davano una vera immagine della Galizia. Però alla fine si scontravano con l’indispensabile necessità della distribuzione di tali opere.

Questi cortometraggi “militanti” erano visibili nei festival, nei cineclub o nelle esposizioni, ma erano visti soltanto da pochi, per poi svanire negli archivi. Quindi questa dualità tra cinema commerciale e cinema militante alla fine vedrà la vittoria del primo, come spiegò Hueso Montón:

«In maniera progressiva sarà abbandonata l’espressione ‘Cine galego’ (coniato per tutto il periodo e con chiare risonanze militanti) per essere sostituito con ‘Cine en Galicia’, che fa menzione semplicemente della diversità delle possibilità che possono darsi nell’insieme delle immagini.»

Xornadas do Cine en Ourense

Gli anni ’80: la transizione

L’insuccesso di Malapata aveva messo in evidenza che la cinematografia galiziana non era ancora matura, che c’era ancora una forte carenza di mezzi (ad esempio il doppiaggio del film fu eseguito a Barcellona), che certificavano come la cinematografia, seppure giunta al 16 mm e al 35 mm, fosse alquanto amatoriale.

Un altro fattore che spense le forze per creare un cinema autonomo fu la fine delle Xornadas do Cine en Ourense nel 1978, e quindi gli anni Ottanta furono quasi un nuovo punto di partenza, in cui si affacciarono nuove figure autoriali e si istituirono le prime concrete basi industriali e culturali per dare origine a un competitivo cinema galiziano.

L’autore di spicco fu Chano Piñeiro (Santiago de Compostela 1954 – Vigo 1995), che cominciò alla fine degli anni Settanta girando in Super 8, per poi imporsi con il corto Mamasunción (1984) realizzato con l’appoggio della Xunta de Galicia, che erogò una delle prime sovvenzioni cinematografiche.

Il 24 luglio 1985 nacque la TVG (Televisión de Galicia), che il 25 luglio decise di trasmettere, come prima pellicola per inaugurare il nascente polo televisivo, proprio il corto Mamasunción. La nascita di questo canale consentì di:

  1. Avere una struttura in cui crescere e apprendere il mestiere;
  2. Creare uno spazio in cui “distribuire” quelle opere realizzate che avevano un difficile accesso ai canali cinematografici commerciali;
  3. Essere un referente a cui chiedere un appoggio economico.

Altro fattore importante che sorse in questa decade, e che permise una maggiore produzione autoctona, fu l’espandersi del formato video, che consentiva produzioni più veloci ed economiche.

Infine quei quattro giorni che vanno dal 23 al 26 novembre 1989, e che suggellarono un decennio difficoltoso ma orgoglioso. In quei giorni a Vigo vennero proiettate tre pellicole: Sempre Xonxa di Chano Piñeiro, Urxa di Carlos Piñeiro e Alfredo García Pinal, e Continental di Xavier Villaverde. Tale evento venne chiamato “Cinegalicia”.

Le tre pellicole sono diseguali di valore e di genere, ma sono delle pietre miliari nella storia della cinematografia gallega, perché sono i primi tre lungometraggi professionali realizzati completamente in Galizia.

Sempre Xonxa

Gli anni ’90, una la lenta stabilizzazione

L’ultima decade del Novecento si aprì con altre due importanti conquiste:

  1. Il 14 febbraio del 1991 venne inaugurata, a La Coruña, la “Escola de Imaxe e Son” (EIS), da cui uscirà una nuova generazione di realizzatori, di video e di cinema, e di tecnici (suono, fotografia e post-produzione).
  2. Il 15 marzo 1991, a La Coruña, fu creato il “Centro Galego de Artes da Imaxe” (CGAI),

Nel 1996 Pepe Coira tracciò un resoconto del centro:

«[..]Nei suoi cinque anni di funzionamento il Centro basò il suo lavoro attraverso tre grandi linee: la collaborazione con i professionisti nel loro sviluppo (con una speciale attenzione a partecipare alle iniziative europee inglobate nel “Plan Media”), il recupero del patrimonio audio visuale galiziano (ha assunto il ruolo di una filmoteca tradizionale) e la diffusione culturale delle Arti e dell’Immagine. In quest’ultima sezione, di maggiore dimensione pubblica, si integra la programmazione stabile nella sala di proiezione della sua sede, il montaggio di esposizioni e il servizio di pubblicazioni.»

La nascita di questi due centri, indipendenti ma complementari, permise di avere una minima infrastruttura nella pessima industria cinematografica galiziana.

Ciò non tolse, però, che la maggior parte delle pellicole prodotte in Galizia erano ancora ad appannaggio degli aiuti da parte della “Conselleria de Cultura”, che tra il 1990 e il 1994 appoggiò economicamente un programma di più di 70 pellicole, e anche pilot di serie televisive, documentari e video.

A ciò, va aggiunta la nascita, nel 1996, del Festival de Cine Internacional de Ourense (OUFF), che sin dall’origine si era posto tre obbiettivi:

  • Dare visibilità, servendo come piattaforma promozionale davanti il pubblico e i professionisti, alle opere cinematografiche e audiovisuali più innovatrici e controverse prodotte in Galizia e in tutto il mondo che contribuiscono alla comprensione reciproca di tutte le culture.
  • Servire come punto di incontro in Galizia tra Europa, America ispanica e il resto del mondo, per la formazione, lo sviluppo, la co-produzione e la distribuzione dell’audio visuale galiziano e internazionale.
  • Offrire una piattaforma di lavoro per lo sviluppo e la diffusione della cinematografia e l’audiovisuale di ambito galiziano/lusofonia con proiezioni europee e internazionali.

Per quanto riguarda le produzioni, è necessario citare almeno due opere: l’ultimo lavoro di Chano Piñeiro, il cortometraggio O camiño das estrelas (1993) che fu finanziato con un consistente appoggio economico di 200 milioni di pesetas da parte della S.A. de Xestión do Plan Xacobeo 93.

E A matanza caníbal dos Garullos lisérxicos (1993) di Antonio Blanco. Un lungometraggio gore realizzato in video con mezzo milione di pesetas, ottenuto attraverso la prevendita delle videocassette.

In un certo qual modo è un antenato dell’ibridazione cine-visuale che si avrà nel nuovo Millennio, con dentro gli antichi umori di Hershell Gordon Lewis, l’horror politico di George A. Romero e lo stile post-moderno di Tobe Hooper.

2000 e oltre: il “Novo cinema Galego

Nel nuovo millennio la cinematografia galiziana, grazie a un percorso di ibridazione dei generi già iniziato a livello mondiale un paio di decenni prima, si amplificò e creò un nuovo movimento dirompente, etichettato come “Novo cinema Galego”.

I nuovi autori, sebbene lavorino con un equipaggiamento non professionale, non si ritrovano nella terribile situazione dei loro antenati degli anni Settanta. La realizzazione e la post-produzione sono molto più agevoli. E persino la temibile distribuzione del prodotto è divenuta molto più semplice con la nascita e l’espansione di Internet.

La diversificazione culturale e stilistica che compone questo movimento è dovuta al fatto che gli autori provengono da una formazione culturale multidisciplinare, come ad esempio dalle Belle Arti, dalle scuole cinematografiche, dalla Filologia, dalla Storia, ecc.).

Ma oltre a queste “radici accademiche” diversificate, ci sono anche altri tre fattori che definiscono questo movimento:

  • La digitalizzazione, che è un fattore chiave per lo sviluppo di questo tipo di opere. I processi di produzione diventano più economici e l’accesso ai nuovi media e alle tecnologie si democratizza. Con la proliferazione della tecnologia digitale ogni realizzatore può sviluppare i suoi progetti personali senza la necessità di contare con il sostegno finanziario di un produttore. Una conseguenza diretta di questo è che, fino a qualche anno fa, arrivare a dirigere un progetto personale obbligava a passare vari anni di pellegrinaggio e superare una serie di categorie molto rigide stabilite nel mondo del cinema. Si potrebbe affermare che, fino a qualche anno fa, trasformarsi in regista supponeva realizzare una carriera di fondo alla cui meta arrivavano solo quelli che si sottomettevano agli obblighi e alle norme della gerarchia cinematografica.
  • L’amatorialità è una conseguenza derivata da questo processo di digitalizzazione e dalla democratizzazione delle nuove tecnologie. Proprio come si affermava prima, in questi momenti non è necessario aver passato per tutta la catena di direzione per poter dirigere un progetto. Molti di questi nuovi direttori provengono da campi alieni alla pratica cinematografica. Come conseguenza, in qualche casa, non c’è una formazione tecnica né pratica del processo audio visuale, da quello che deriva nell’amatorialità; compreso questo non come un termine peggiorativo né di segnale di bassa qualità, ma come un termine che fa riferimento a questo processo di formazione previa prima di dirigere un progetto. Nemmeno è da escludere che questa nuova corrente sorga fuori dalle università e dai titoli ufficiali impiantati nella comunità autonoma galiziana, già che se analizziamo i piani di studio delle differenti titolazioni, osserviamo che si concentrano a seguire un modello caduco e stereotipato e nel quale si da poco margine alla sperimentazione cinematografica.
  • L’autoproduzione, che consente la scarsa implicazione dell’industria audiovisuale per sostenere questo tipo di produzioni marginali e di scarso interesse per il settore industriale. Quello che obbliga i realizzatori a optare per l’autoproduzione è l’evitare l’affannosa ricerca di aiuti e sovvenzioni per lo sviluppo di questo tipo di progetti.

Lo scrittore e cineasta Alberte Pagán (Carballiño, 1965) ha definito così questo nuovo movimento:

«Mi piace che un realizzatore abbia una coscienza sociale e rivendichi la sua propria cultura in un paese con una lingua soggiogata e poco prestigiosa. E non mi riferisco a rivendicare le vacche, la terra e questo, ma una visione propria fatta da qui, sia o non sia specificamente sopra il tema galiziano.»

Il regista Óliver Laxe (Parigi, 1982) confessò:

«Chi sente la necessità di fare film può farlo. Darà la priorità, farà tutti i sacrifici di cui ha bisogno per quello, in modo che questa necessità non si rivolti contro. Se no lo fa è perché può essere che non ha bisogno di farli, che non da più giri. Che si accetti. Non ci sono scuse per non fare pellicole, di nessun tipo.»

Ed e proprio Laxe, uno dei più quotati autori del “Novo cinema Galego”, a portare onore e gloria recente al cinema gallego, sebbene le sue storie non siano galiziane. Dopo l’acclamato Todos vós sodes capitáns, con il film di finzione Mimosas (2016) vinse il Gran Premio della Settimana della Critica.

O que arde (2019), suo ultimo lungometraggio, è il film galiziano con maggior incasso (564.854,21 di euro) e numero di spettatori (104.000), superando Sempre Xonxa (62.203 spettatori).

Altra pellicola che ha riportato dignità alla Galizia è il documentario Costa da morte (2013) di Lois Patiño (Vigo, 1983), che ottenne il premio come miglior “Cineasta del presente” a Locarno.

Nel “Novo cinema Galego” è forte anche il tema dell’emigrazione, trattato in pellicole come Bs. As. (2006) di Alberte Pagán; Vikingland (2011) di Xurxo Chirro (A Guarda, 1973); Norte, Adiante (2013) di Eloy Domínguez Serén (Simes, 1985).

E c’è anche un intenso richiamo alle frontiere fisiche e culturali della regione, che siano quelle tra Galizia e Portogallo: Arraianos (2012) di Eloy Enciso (Meira 1975); tra Galizia e Castiglia: N-VI (2012) di Pela del Álamo (Madrid 1979); tra l’ambiente rurale e la città: Piedad (2012) di Otto Roca; tra lo spazio reale e il mito: Fóra (2012) di Pablo Cayuela e Xan Gómez Viñas.

Queste opere vanno così a creare una percezione dell’identitario che corrisponde alla descrizione che dava Gérard Imbert:

«Una nuova visione dell’identitario: come qualcosa di fessurato, che già non marca di maniera irreversibile, ma può essere messo in discussione, rinnovato d’accordo con l’altro, che si accomoda nel razionale. Da questa prospettiva, il contratto relazionale è più forte che il contratto sociale e i valori immanenti (costruiti dal soggetto, in interazione con l’altro) più correnti che  trascendentali (le tassazioni per i sistemi dei valori).»

Dall’altro lato c’è anche una produzione più mainstream, e sicuramente la pellicola che sintetizza al meglio questo tipo di prodotto c’è Desconocido – Resa dei conti (O descoñecido 2015) di Dani de la Torre (Monforte de Lemos, 1975). Il film è un thriller sociale che con uno stile molto americaneggiante (tra Speed e In linea con l’assassino), vuole mostrare gli effetti della crisi bancaria spagnola.

Per quanto riguarda le strutture produttive, nel 2008 venne fondata l’“Axencia Galega das Industrias Culturais”. L’AGADIC è un organismo indipendente della Conselleria de Cultura de la Xunta de Galicia, che ha come obiettivo “l’impulso e la consolidazione del tessuto imprenditoriale nel settore culturale gallego, collaborando nel cercare i fattori della produzione, la promozione della fornitura di beni e di servizi e l’assegnazione di entrate sufficienti e stabili.”.

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