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Approfondimenti

Per un pugno di western: la breve stagione degli “spaghetti-western”

Da Sergio Leone alla coppia comica Terence Hill e Bud Spencer, una cavalcata attraverso la breve ma proficua stagione del Western all’italiana

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La fortunata stagione del cosiddetto western all’italiana (o spaghetti-western, per utilizzare un’altra terminologia entrata nel lessico comune) iniziò ufficialmente nel 1964, allorché un certo Sergio Leone, sino ad allora (poco) noto per aver realizzato, qualche anno prima un “peplum” dal titolo Il colosso di Rodi, sbancò i botteghini italiani incassando con Per un pugno di dollari, l’incredibile cifra, per l’epoca, di 430 milioni di lire in soli tre mesi.

Il Leone del West

All’allora trentacinquenne regista romano venne l’idea di realizzare un film western (firmandolo con lo pseudonimo di Bob Robertson, chiaro riferimento al padre Vincenzo Leone, regista che, a sua volta, si firmava con il nome di Roberto Roberti) basandosi sul capolavoro di Akira Kurosawa I sette samurai. Cosa che, per altro, gli fruttò un’accusa di plagio da parte del maestro giapponese.

Ma al di là di questo è indubbio che il film di Leone, ambientato nel lontano West ricostruito per l’occasione nella periferia romana, diede l’avvio a una proficua stagione di un genere che durò, all’incirca, una quindicina d’anni e con la produzione di oltre 450 film. Molti dei quali, possiamo dire  senza timore di sbagliare, hanno un interesse esclusivamente per gli annali; ma altri – e non pochi – sono, senza dubbio, ottimi prodotti cinematografici.

A partire, ovviamente, dai film di Leone che, dopo Per un pugno di dollari, realizzò altre due pellicole della cosiddetta “trilogia del dollaro”: Per qualche dollaro in più (1965) e Il buono, il brutto, il cattivo, (1966), sempre con protagonista Clint Eastwood, il quale, all’inizio della sua collaborazione con Sergio Leone, era solo un giovane e semi- sconosciuto attore statunitense che aveva al sua attivo alcune particine secondarie e il ruolo di protagonista nella  serie televisiva, western, Rawhide (1958).

Successivamente Leone si superò con la realizzazione di C’era una volta il West (1968), suo capolavoro western e con Giù la testa (1971), ambientato in Messico ai tempi della rivoluzione di Zapata.

Spaghetti western

Un cinema che cambia gli stilemi del genere

A partire da quel momento, sulla scia del regista romano, furono in molti a volersi cimentare con questo vecchio-nuovo genere. Vecchio, in quanto si rifaceva ai grandi classici americani; ma anche nuovo perché, pur prendendo a modello quei film molto amati dagli spettatori, stravolgeva tutti gli stilemi del genere ridefinendone gli archetipi.

A partire dal protagonista, che nei western classici americani poteva essere uno sceriffo o un bandito ma in ogni caso, un  idealista, dotato di una propria moralità che lo rendeva l’eroe per eccellenza agli occhi del pubblico. Basti pensare, a titolo esemplificativo, ai personaggi interpretati da John Wayne o da James Stewart.

Al contrario, nel western all’italiana, il protagonista è sempre – o quasi sempre – un antieroe. Spesso un personaggio ambiguo, indecifrabile. Come lo Straniero senza nome personificato da Clint Eastwood in Per un pugno di dollari, e Per qualche dollaro in più. Un uomo di cui non conosciamo nulla e che giunge all’improvviso in un paesino sperduto lungo il confine fra Messico e Stati Uniti dove è in corso una guerra fra due famiglie rivali. Oppure come in C’era una volta il West dove i personaggi principali sono, nell’ordine: uno spietato bandito al soldo di un losco magnate delle ferrovie; un pistolero dallo sguardo imperscrutabile e del quale nulla si conosce; una prostituta giunta nel West dai lontani stati orientali per raggiungere il marito sposato in segreto e il capo di una banda di banditi.

I personaggi del western all’italiana non fanno mai niente per idealismo: è quasi sempre il denaro a dare impulso alle loro azioni in cui, spesso, la violenza non è dissimulata ma, al contrario, ben esplicitata. In un contesto spesso di povertà, cinismo, sporcizia e trasandatezza, in cui sfuma la distinzione, al contrario sempre ben presente nei western classici americani, tra “buono” e “cattivo”.

Inoltre, nei western all’italiana va rilevata la totale assenza della figura del nativo, dell’indiano. Una caratteristica che è diretta conseguenza del fatto che per motivi di budget ridotti ci si doveva arrangiare a girare, per lo più, in location del Lazio, dell’Andalusia o della Jugoslavia, dove abbondano paesaggi assolati e desolati paragonabili a quelli posti sul confine fra Stati Uniti e Messico, e non certo alle vaste praterie dove correvano liberi Cheyenne e Dakota. Oltre all’oggettiva difficoltà di reperire attori con la fisionomia giusta perché il livello di realismo dei western all’italiana era tutt’altro da disprezzare ed era, quindi, impensabile adattare attori bianchi a far la parte dei pellirossa.

Le colonne sonore di Ennio Morricone

A fare la fortuna del western all’italiana hanno contribuito, inoltre, le colonne sonore. A partire da quelle composte dal talentuoso Ennio Morricone, maestro indiscusso della musica da film, che iniziò la sua collaborazione con Sergio Leone sin da Per un pugno di dollari.

Da subito le sonorità di Morricone si discostano nettamente da quelle tipiche del western americano che prediligeva ballate folk e musica country. Al contrario, Morricone introduce numerose novità stilistiche e strumenti atipici quali l’ocarina, lo scacciapensieri, il fischio, le chitarre elettriche.

È chiaro che i western di Leone non avrebbero avuto la stessa forza innovativa senza le musiche di Morricone. Il quale, tuttavia, non si limita a collaborare con il suo vecchio compagno di scuola (i due erano stati compagni di classe alle elementari).

Pur restando impresse nella mente di tutti le colonne sonore dei film di Leone, sono svariate le incursioni del musicista romano negli spaghetti-western, dai film di Duccio Tessari a quelli di Sergio Corbucci e Sergio Sollima, solo per citarne alcuni.

La parabola del western all’italiana

All’inizio degli anni Settanta il genere spaghetti-western inizia ad accusare la fatica, entrando nella fase calante della sua parabola. O meglio, a mutare pelle.

Il western all’italiana che, come detto, si considera ufficialmente nato nel 1964 con Sergio Leone, in realtà aveva avuto dei prodromi in alcune parodie di classici western statunitensi. A interpretarle attori molto popolari quali Ugo Tognazzi, Walter Chiari, Raimondo Vianello o la coppia comica Franco Franchi e Ciccio Ingrassia.

Tognazzi e Chiari, insieme a Mario Carotenuto, sono gli interpreti di Un dollaro di fifa (1960), evidente parodia diretta da Giorgio Simonelli del classico hawksiano Un dollaro d’onore.

Ancora Ugo Tognazzi e Walter Chiari, questa volta in compagnia di Raimondo Vianello, realizzano nel 1961 I magnifici tre, parodia de I magnifici sette di John Sturges diretta ancora una volta da Simonelli.

Franco e Ciccio, dal canto loro, girano il film comico Due mafiosi nel Far West, sempre con Giorgio Simonelli dietro la macchina da presa. Il film è del 1964, anno della consacrazione di Sergio Leone e di avvio della stagione “classica” del western all’italiana, che inizierà la sua fase calante quando, nel 1970, irrompono sulla scena Mario Girotti e Carlo Pedersoli, meglio conosciuti con i nomi d’arte di Terence Hill e Bud Spencer.

Infatti, con Lo chiamavano Trinità…, di E. B. Clucher (pseudonimo di Enzo Barboni), lo spaghetti-western cambia pelle, trasformandosi in commedia dove, alle pistole e alle morti violente, si preferiscono le scazzottate. Con una violenza che Lorenzo Codelli in “Il West in Europa, l’Europa nel West” (in “Storia del cinema mondiale, vol I: L’Europa”, Einaudi ed., 1999) definisce “da oratorio”, sottolineando come si tratti di pellicole rivolte ai ragazzi, più che agli adulti.

Ma il successo di Lo chiamavano Trinità…, a cui segue quello di Il mio nome è nessuno con Terence Hill e Henry Fonda, è tale da decretare la fine del western all’italiana così come era stato concepito sino ad allora.

La parabola è così compiuta: da parodia a “classico”, per ritornare a essere parodia, ma, questa volta, non dei grandi western americani, bensì di se stesso.

I magnifici venti

1 – Per un pugno di dollari

Regia di Sergio Leone (Bob Robertson), 1964. Con Clint Eastwood, Marianne Koch, Gian Maria Volonté

Primo film della cosiddetta “trilogia del dollaro” è ispirato al capolavoro di Akira Kurosawa, La sfida del samurai. Girato con scarsissimi mezzi da Sergio Leone, che ne scrive la sceneggiatura coadiuvato da Duccio Tessari e Fernando Di Leo, il primo film “del dollaro” è considerato l’apripista della breve ma ricca stagione del western all’italiana. Quello che, pur rifacendosi ai grandi western americani, ne ridefinisce gli archetipi.

La storia ricalca quella del film di Kurosawa trasportata nel west americano. Uno straniero del quale non si conosce il nome (interpretato da un quasi sconosciuto Clint Eastwood) giunge a San Miguel, località posta al confine fra Messico e Stati Uniti, dove due famiglie si fanno la guerra per il dominio del territorio e dei loro traffici. Da una parte i Rojo con il sanguinario Esteban (un ispirato Gian Maria Volonté), dall’altra i Baxter, di cui John Baxter è lo sceriffo della cittadina. In mezzo lo Straniero senza nome che “per un pugno di dollari” si vende a entrambe, facendo un doppio gioco che porterà allo scontro finale e alla resa dei conti.

Per un pugno di dollari è un film imprescindibile in un approccio alla storia degli spaghetti-western. Dove abbondano soluzioni stilistiche innovative e di grande impatto visivo, ulteriormente nobilitato dalla colonna sonora, a sua volta rivoluzionaria, di Ennio Morricone.

2 – Una pistola per Ringo

Regia di Duccio Tessari, 1965. Con Giuliano Gemma (M. Wood), Fernando Sancho, Lorella De Luca (Hally Hammond), Nieves Navarro

Dopo aver firmato la sceneggiatura del primo western di Sergio Leone, Duccio Tessari realizza a sua volta uno spaghetti-western in cui il protagonista è Ringo, detto Faccia d’Angelo (Giuliano Gemma).

Ringo, dietro la promessa di una lauta ricompensa, viene ingaggiato dallo sceriffo per sgominare un gruppo di banditi che hanno compiuto una rapina a una banca. Ci riuscirà infiltrandosi nella banda e aiutando il capo, Sancho (Fernando Sancho), a curarsi da una ferita. Sino allo scontro finale, nel giorno di Natale.

In Una pistola per Ringo, pur non rinunciando alla violenza che caratterizza il western all’italiana, Tessari utilizza una buona dose di ironia, particolarmente evidente in alcune scene, fra le quali quella in cui, la notte di Natale, prima del duello finale, sequestratori e sequestrati cenano insieme, fra addobbi e canti natalizi.

3 – Per qualche dollaro in più

Regia di Sergio Leone, 1965. Con Clint Eastwood, Lee Van Cleef, Gian Maria Volonté, Mario Brega, Mara Krupp, Luigi Pistilli, Klaus Kinski

Ancora Clint Eastwood nella parte di un uomo senza nome che di mestiere fa il cacciatore di taglie e viene soprannominato il Monco, per l’abitudine di utilizzare sempre e solo una mano, al fine di tenere l’altra libera e pronta a impugnare la pistola.

Sia Il Monco sia il colonnello Mortimer (Lee Van Cleef) sono alla caccia di uno spietato fuorilegge: l’Indio (Gian Maria Volonté). Ma, mentre il primo gli dà la caccia per riscuotere la taglia, il secondo è sulla traccia dell’Indio per vendicare la sorella che il bandito aveva violentato e uccisa.

Secondo capitolo della “trilogia del dollaro” e altro successo al botteghino per Sergio Leone che si avvale della scrittura di Luciano Vincenzoni e, ovviamente, delle musiche di Ennio Morricone.

4 – Quien sabe?

Regia di Damiano Damiani,1966. Con Gian Maria Volonté, Lou Castel, Klaus Kinski, Martine Beswick, Jaime Fernández

Damiano Damiani realizza il suo primo spaghetti-western ambientandolo nel Messico della rivoluzione di Emiliano Zapata e Pancho Villa contro la dittatura di Porfirio Diaz.

Gian Maria Volonté è Chuncho, il capo di una banda di ribelli che lottano per abbattere il regime. Fra di loro si infiltra Bill Tate, detto Niño (Lou Castel), un gringo inviato dal governo statunitense per uccidere il generale ribelle Elias (Jaime Fernández).

Quien sabe? è un western che può essere definito “politico”, con una evidente critica all’imperialismo americano, il rifiuto del capitalismo e la condanna della povertà, con i peones che, giustiziando un latifondista, gli dicono di non farlo perché lui è ricco, bensì perché loro sono poveri.

Le musiche sono di Luis Bacalov con la supervisione di Ennio Morricone. Il film venne pesantemente tagliato dalla censura.

5 – Django

Regia di Sergio Corbucci, 1966. Con Franco Nero, Loredana Nusciak, Eduardo Fajardo, José Bódalo

Sergio Corbucci, già noto per aver diretto Totò in numerosi film, aver girato qualche peplum e aver realizzato qualche western, trova il grande successo di pubblico con Django. Un film considerato estremamente violento e sadico, tanto che la censura dell’epoca lo vietò – primo western a subire tale sorte – ai minori di diciotto anni.

Django (Franco Nero) è un reduce nordista che, dopo la Guerra di Secessione, vaga per il sud degli Stati Uniti trascinando una bara con un contenuto misterioso.

In compagnia di Maria (Loredana Nusciak), una ex prostituta che aveva salvato uccidendo i cinque uomini che volevano bruciarla viva, Django giunge presso una località alla frontiera con il Messico dove si stanno scontrando due bande rivali. Il suo scopo è quello di vendicarsi di chi, tempo prima, gli aveva ucciso la moglie.

Django è il film che consacrò sia Sergio Corbucci, sia Franco Nero, permettendogli di diventare una star riconosciuta a livello internazionale.

Quentin Tarantino, nel 2012, ha realizzato Django Unchained, dichiarato omaggio alla pellicola di Corbucci, in cui compare lo stesso Franco Nero in un cameo.

6 – Il buono, il brutto, il cattivo

Regia di Sergio Leone, 1966. Con Clint Eastwood, Eli Wallach, Lee Van Cleef, Rada Rassimov, Aldo Giuffré, Mario Brega

Terzo e ultimo episodio della “Trilogia del dollaro”.

Leone ambienta la vicenda in un ben precisato contesto storico, la Guerra di Secessione, imperniandola sulla lotta fra tre uomini – il Biondo (Clint Eastwood), Tuco (Eli Wallach) e Sentenza (Lee Van Cleef) – per la ricerca di un tesoro.

Con Il buono, il brutto, il cattivo, Leone realizza un film dai tratti picareschi che, sottraendo, di fatto, qualsiasi aspetto mitizzante alla Storia degli Stati Uniti, denuncia le atrocità della guerra e la follia di ufficiali (nel caso specifico il Capitano Clinton intrepretato da Aldo Giuffré) che mandano al macello centinaia di uomini per la propria vanagloria.

Con un sapiente ricorso al montaggio alternato e con le musiche di Ennio Morricone, Leone confeziona un piccolo capolavoro. Uno dei migliori western all’italiana di sempre.

7 – La resa dei conti

Regia di Sergio Sollima, 1966. Con Lee Van Cleef, Tomas Milian, Walter Barnes, Nieves Navarro

Sollima esordisce nel western con La resa dei conti in cui Jonathan Corbett (Lee Van Cleef) è un famoso bounty killer che dà la caccia a Cuchillo Sanchez (Tomas Milian), un bandito accusato, ingiustamente, dal ricco possidente Brokston (Walter Barnes) di aver ucciso una ragazza dopo averla stuprata.

Lo stesso Brokston propone a Corbett di candidarsi a senatore dello stato del Texas in cambio dell’appoggio di quest’ultimo al progetto di costruzione di una ferrovia che colleghi il Texas al Messico. Tutta la caccia all’uomo diventa, così, un mezzo per Corbett di accrescere la sua fama di giustiziere e arrivare a farsi eleggere.

Quando nel finale Corbett si rende conto dell’innocenza di Cuchillo, in realtà solo testimone dell’assassinio compiuto dal genero di Brokston, si allea con lo stesso bandito per eliminare i veri colpevoli.

Primo di un’ideale trilogia di genere realizzata da Sollima nell’arco di tre anni, La resa dei conti è anche il primo western politicizzato del regista romano, con una chiara denuncia dell’arroganza del potere.

Epica colonna sonora di Ennio Morricone che inserisce anche un brano di Ludwig van Beethoven.

8 – Il mercenario

Regia di Sergio Corbucci, 1966. Con Franco Nero, Tony Musante, Giovanna Ralli, Jack Palance

Il mercenario Sergei Kowalski, detto il Polacco (Franco Nero), per un compenso in denaro aiuta il bracciante messicano Paco (Tony Musante) a combattere il padrone per il quale lavora. Ma Columba (Giovanna Ralli), la donna di cui Paco è innamorato, lo metterà in guardia contro l’avidità di Sergei.

Un buon spaghetti-western, con variazione sul tema ricorrente della rivoluzione messicana. La colonna sonora è di Ennio Morricone e di Bruno Nicolai e il motivo dominante sarà ripreso da Quentin Tarantino in Kill Bill vol. 2.

9 – Faccia a faccia

Regia di Sergio Sollima, 1967. Con Gian Maria Volonté, Tomas Milian, William Berger, Jolanda Modio, Carole André

Secondo film della trilogia western di Sollima, il migliore e il più “politico” dei tre.

Il giovane professore Brad Fletcher (Gian Maria Volonté), ammalato di tubercolosi, viene preso in ostaggio da Solomon Bennet, detto Beauregard (Tomas Milian), il capo di una banda di banditi che viaggia su una diligenza per essere scortato in carcere.

Durante la disperata fuga, la diligenza su cui Beauregard e il suo ostaggio si trovano, esce di strada. Il bandito ferito viene assistito dallo stesso suo prigioniero che si prenderà cura di lui sino a quando un agente della Pinkerton (William Berger), infiltratosi nella ricostituita banda di Beauregard, libera il professor Fletcher. Quest’ultimo, tuttavia, imbraccia le armi e, uccidendo un uomo e salvando la vita a Beauregard, prende la decisione di unirsi alla banda, scoprendo che non si tratta di semplici banditi, bensì di un gruppo di ribelli.

Ben presto il mite professore diventa uno spietato bandito costringendo la banda a sottostare ai suoi deliri di onnipotenza, sino a quando, nello scontro a fuoco finale, Beauregard lo ucciderà.

Sollima realizza con Faccia a faccia un western teso ed estremamente complesso sotto il profilo psicologico, in cui descrive accuratamente la metamorfosi totale di Fletcher, resa in maniera esemplare dalla grande prova attoriale di Gian Maria Volonté.

10 – Da uomo a uomo

Regia di Giulio Petroni, 1967. Con Lee Van Cleef, John Phillip Law, Luigi Pistilli, Anthony Dawson

Durante un attacco a una fattoria, alcuni banditi violentano e uccidono tutti gli abitanti, tranne il piccolo Bill che verrà portato in salvo proprio da uno degli assassini.

Anni dopo, ormai adulto, Bill (John Phillip Law) decide di cercare i colpevoli per vendicarsi. Lo scorta Ryan (Lee Van Cleef), un misterioso pregiudicato, anch’egli sulle tracce degli assassini.

Il western di Petroni, su soggetto di Luciano Vincenzoni (che ne ha curato anche la sceneggiatura), pur partendo da un’idea non originalissima, mantiene elevato il livello di tensione, facendone uno dei migliori del genere. Molto amato da Quentin Tarantino che ha voluto omaggiarlo inserendo il tema della colonna sonora scritta da Ennio Morricone in Kill Bill vol 1 e in Bastardi senza gloria.

11 – Requiescant

Regia di Carlo Lizzani (Lee W. Beaver), 1967. Con Lou Castel, Mark Damon, Pier Paolo Pasolini, Barbara Frey, Rossana Krisman, Mirella Maravidi, Franco Citti, Ninetto Davoli, Lorenza Guerrieri

I peones di un villaggio del polveroso Messico vengono liberati dalla tirannia di Don Ferguson (Mark Damon) per opera di Requiescant (Lou Castel), così chiamato perché ogni volta che uccide pronuncia questa parola davanti al cadavere del nemico.

Quando Requiescant giunge nel villaggio tiranneggiato alla ricerca della sorella, scopre che questa è caduta nelle mani del tiranno. Ucciderà così Don Ferguson, scoprendo che questi altri non è che l’uomo che aveva sterminato la sua famiglia quando era bambino.

Uno dei due western diretti da Carlo Lizzani (l’altro è Un fiume di dollari, realizzato l’anno precedente) su soggetto Renato Izzo e Franco Bucceri, con le musiche di Riz Ortolani.

Nel cast compaiono anche Pier Paolo Pasolini, Franco Citti e Ninetto Davoli.

12 – Preparati la bara!

Regia di Ferdinando Baldi, 1968. Con Terence Hill, Horst Frank, George Eastman, José Torres

Conosciuto anche con il titolo di Viva Django, il film di Ferdinando Baldi rappresenta il prequel del Django di Sergio Corbucci. A sostituire Franco Nero nella parte di Django, impegnato a Hollywood, venne chiamato Terence Hill.

Nella pellicola di Baldi, Django viene ferito mentre scorta un carico d’oro, mentre sua moglie muore. A compiere l’agguato mortale è la banda di Lucas (George Eastman) che, anni dopo, sarà oggetto della spietata vendetta di Django.

13 – C’era una volta il West

Regia di Sergio Leone, 1968. Con Charles Bronson, Henry Fonda, Jason Robards, Claudia Cardinale, Frank Wolff, Gabriele Ferzetti, Paolo Stoppa

Due anni dopo l’uscita di Il buono, il brutto, il cattivo, Sergio Leone realizza quello che da molti è considerato il suo capolavoro nell’ambito del genere western.

A Sweetwater, immaginaria cittadina del West, in cui è presente l’unica sorgente d’acqua nel raggio di molti chilometri, Brett McBain (Frank Wolff) ha un sogno: quello di costruire una stazione per la ferrovia che si sta realizzando e che dovrà collegare la costa est alla costa ovest degli Stati Uniti.

Il progetto viene però contrastato dal magnate Morton (Gabriele Ferzetti), che assolda una banda di spietati assassini capeggiata da Frank (Henry Fonda) per uccidere McBain e i suoi figli, gettando la colpa sul bandito Cheyenne (Jason Robards) e la sua banda.

Il giorno in cui Frank stermina la famiglia di McBain, giunge a Sweetwater Jill (Claudia Cardinale), un’ex prostituta che Brett aveva sposato in segreto. Rivendicando la proprietà del terreno, Jill, dopo aver scoperto i piani del marito, decide di portare avanti il progetto della stazione, scontrandosi con Morton e la sua banda di criminali.

Nel frattempo, sulle tracce di Frank scopriamo esserci Armonica (Charles Bronson), un misterioso pistolero di cui non si conosce nulla, tanto meno il motivo del suo inseguimento.

Armonica e Cheyenne uniranno le loro forze per uccidere Frank e permettere a Jill di realizzare il sogno del marito.

C’era una volta il West è una sinfonia perfetta che ogni personaggio contribuisce a rendere memorabile; vero e proprio apologo sulla fine di un’epoca. Significativa è la bellissima scena finale, nella quale Jill si aggira offrendo da bere nel cantiere della ferrovia, tra uomini di mille etnie diverse che contribuiscono alla nascita di una nazione. Mentre, sullo sfondo, Armonica e Cheyenne, se ne vanno via a cavallo, lentamente. Simbolo di un mondo passato che non potrà mai più tornare.

Tutto il film è accompagnato dalla splendida colonna sonora di Ennio Morricone che, raggiungendo livelli di elevata epicità, contribuisce a renderlo memorabile.

Uno dei pochi western all’italiana girato direttamente nei luoghi in cui la vicenda è ambientata – nello specifico la famosa Monument Valley – e non nell’assolata campagna laziale o nelle aride terre del meridione spagnolo.

14-Corri uomo corri

Regia di Sergio Sollima, 1968. Con Tomas Milian, Donald O’Brien, Linda Veras, José Torres, Orso Maria Guerrini, Calisto Calisti

Sequel di La resa dei conti, in cui Sollima riprende il personaggio di Cuchillo (Tomas Milian).

Durante la dittatura di Porfirio Diaz, Cuchillo finisce ingiustamente in carcere. Qui conosce lo scrittore Ramirez (José Torres) che lo aiuta a evadere. Ramirez viene però ferito gravemente in uno scontro a fuoco e, poco prima di morire, rivela a Cuchillo dove poter trovare un tesoro. Inizierà, così, una ricerca dell’oro, fra mille insidie, sino a quando, trovatolo, verrà consegnato ai rivoluzionari che lottano contro il dittatore.

Ancora una volta Sollima dimostra di voler fare un cinema “politico” con i suoi western, raccontando storie di diseredati che tentano di sollevare la testa contro la tirannia.

15 – Il grande silenzio

Regia di Sergio Corbucci, 1969. Con Jean-Louis Trintignant, Klaus Kinsky, Vonetta McGee, Luigi Pistilli, Frank Wolff, Mario Brega

Film atipico nel panorama degli spaghetti-western, in particolare per l’ambientazione. Non più le aride terre poste sul confine messicano, bensì le montagne dello Utah imbiancate dalla neve alla fine del XIX secolo.

Qui si nascondono gruppi di fuorilegge per sfuggire alla cattura di spietati bounty killer. Contro uno di essi, Tigrero (Klaus Kinsky), si scontra un pistolero muto, chiamato da tutti Silenzio (Jean-Louis Trintignant). A contrapporsi ai metodi violenti dei cacciatori di taglie, che agiscono per l’interesse di Pollycut (Luigi Pistilli), un banchiere che, sulla cattura dei fuorilegge, ha costruito la sua fortuna,  si pone il mite sceriffo Corbett (Frank Wolff).

Il film di Corbucci, girato interamente sulle Dolomiti bellunesi, presenta numerose sfaccettature che lo rendono uno dei migliori western all’italiana. La drammaticità della vicenda si fonde perfettamente con alcuni aspetti romantici, insoliti per il genere. Una delle scene più intense del film è quella dell’innamoramento, nella quale Silenzio e Pauline (Vonette McGee), una vedova di colore, si cercano e si allontanano alla ricerca del primo bacio.

Un western dove la violenza non è esplicitata come in altri film del genere e che punta, soprattutto, sulla complessità psicologica dei personaggi. In primis Silenzio il cui handicap, come apprendiamo da alcuni flash-back, deriva da un trauma subito da bambino.

16 – Tepepa

Regia di Giulio Petroni, 1969. Con Tomas Milian, Orson Welles, John Steiner, José Torres, Paloma Cela

Ancora un western ambientato al tempo della rivoluzione messicana di inizio Novecento.

Tepepa (Tomas Milian) è un rivoluzionario che lotta contro il regime sostenuto dal colonnello Cascorro (Orson Welles). Contemporaneamente deve difendersi da Heny Price (John Steiner), un medico che gli dà la caccia per vendicarsi dell’uccisione della amata Consuelo (Paloma Cela), suicidatasi a seguito della violenza subita da Tepepa.

Tepepa è l’ennesima rappresentazione della lotta del popolo contro la dittatura e, ovviamente, è un un film figlio del Sessantotto.

Western di buon livello, anche se pecca di originalità, scritto e sceneggiato da Franco Solinas e dal cantautore Ivan Della Mea e che si avvale della colonna sonora di Ennio Morricone.

17 – Vamos a matar, compañeros

Regia di Sergio Corbucci, 1970. Con Franco Nero, Tomas Milian, Jack Palance, Fernando Rey, Iris Berben

È ancora il Messico ai tempi della rivoluzione l’ambientazione per questo western di Sergio Corbucci, in cui Tomas Milian è Basco, un rivoluzionario che si allea con Yodlaf Peterson (Franco Nero), un mercenario svedese, per liberare il professor Vitaliano Xantos (Fernando Rey), ideologo di un gruppo di studenti rivoluzionari pacifisti, detenuto a Yuma. Il Professore è l’unico a conoscere la combinazione di una cassaforte in cui dovrebbe essere contenuto l’oro che i due vogliono accaparrarsi.

Purtroppo per Basco e per Petersen, il contenuto non è quello che essi si aspettano di trovare.

Con Vamos a matar, compañeros, Corbucci abbandona la violenza che aveva contraddistinto alcuni suoi western precedenti per lasciare il posto a un’ironia che raggiungerà il suo apice qualche anno dopo, con Il bianco, il giallo, il nero (1975) e che sarà il suo ultimo spaghetti-western.

Come sempre le musiche di Morricone contribuiscono a innalzare la qualità della pellicola.

18 – Lo chiamavano Trinità…

Regia di E.B. Clucher (Enzo Barboni), 1970. Con Terence Hill, Bud Spencer, Farley Granger, Remo Capitani

A pochi giorni dalla prima di Vamos a matar, compañeros, esce nelle sale italiane, a ridosso di Natale, Lo chiamavano Trinità…. Film che, in genere è considerato come uno spartiacque nella breve stagione dello spaghetti-western e quello che, di fatto, dà inizio a una serie di film ironici – spesso comici – che, abbandonando i toni seri, drammatici e violenti, dei western all’italiana sino ad allora prodotti, ne fanno una sorta di parodia.

Il film di Enzo Barboni (che si firma con il nome d’arte di E.B. Clucher), utilizza, come protagonisti principali, una coppia di attori che faranno la fortuna di un certo tipo di commedia: Terence Hill e Bud Spencer.

Trinità (Terence Hill), un pistolero pigro, e Bambino (Bud Spencer), un ladro di cavalli che si spaccia per lo sceriffo locale, sono due fratelli che uniscono le loro forze per difendere una comunità di pacifici mormoni dalle angherie di un potente allevatore locale (Farley Granger).

In Lo chiamavano Trinità… le sparatorie e le uccisioni spesso cruente, vengono sostituite con sonore scazzottate dalle quali Trinità e Bambino escono sempre vincenti.

Alla sua uscita, il film ebbe un inaspettato successo al botteghino, paragonabile a quello che riscosse Per un pugno di dollari, capostipite degli spaghetti-western “seri”, mentre il sequel …continuavano a chiamarlo Trinità (1975), sempre con la coppia Terence Hill e Bud Spencer e ancora diretto da E.B. Clucher, ne raddoppiò gli incassi.

19 – Giù la testa

Regia di Sergio Leone, 1971. Con Rod Steiger, James Coburn, Romolo Valli, Maria Monti, Franco Graziosi

È l’ultimo western di Sergio Leone, ambientato in Messico nel 1913, ai tempi della rivoluzione guidata da Emiliano Zapata e Pancho Villa.

Sean (James Coburn), un irlandese esperto di dinamite ed ex rivoluzionario dell’IRA, che gira il Messico a bordo di una motocicletta, si unisce al bandito Juan Miranda (Rod Steiger) per svaligiare una banca e finanziare la rivoluzione.

Miranda, in realtà più interessato al bottino che alla lotta, finirà per unirsi alla causa rivoluzionaria.

Secondo film della cosiddetta “trilogia del tempo” (insieme a C’era una volta il West e C’era una volta in America), al di là di alcuni anacronismi – uno in particolare legato al fatto che l’IRA nasce in Irlanda nel 1916, cioè tre anni dopo l’anno in cui si svolge il film – Giù la testa è classificato come western. In realtà Leone, che vuol mettere definitivamente la parola fine a quel genere, confeziona un film che, pur partendo da un periodo più volte affrontato da vari registi, va oltre. Perché, come scrive Francesco Mininni nel suo “Castoro” su Sergio Leone: “la Storia procede lenta ma inesorabile, i tempi cambiano e i pistoleri di una volta diventano gangster, affaristi o rivoluzionari”.

Ma al di là del fatto che Giù la testa sia o meno un western, è sicuramente un’ulteriore dimostrazione della grandezza del regista romano.

Una pellicola in cui la colonna sonora di Ennio Morricone, con il famoso refrain: “Sean, Sean”, che riprende il nome del protagonista, è diventata, negli anni, una fra le più celebri musiche da film.

20 – Keoma

Regia di Enzo G. Castellari, 1976. Con Franco Nero, William Berger, Olga Karlatos, Woody Strode, Donald O’Brien, Orso Maria Guerrini, Gabriella Giacobbe

Alla fine della guerra di Secessione, Keoma (Franco Nero), un mezzosangue che, da bambino, aveva perso la madre indiana durante il massacro della sua tribù, torna dopo tanti anni nel paese in cui era andato a vivere con il padre e i suoi tre fratellastri bianchi.

Il paese, colpito da una epidemia di peste, è oppresso da una banda di fuorilegge capeggiata da Caldwell (Donald O’Brien) e di cui fanno parte anche i tre fratelli di Keoma che, sin da piccoli, lo hanno sempre considerato un bastardo a causa delle sue origini meticce.

Nel suo cammino incontra Lisa (Olga Karlatos), una donna incinta fuggita da un gruppo di pistoleri che stanno scortando una carovana di malati di peste. Lisa è sana e Keoma la salva portandola con sé. Per poterla aiutare si scontra con Caldwell e la sua banda e con i tre fratelli che lo vogliono vedere morto, aiutato dall’anziano padre e da George (Woody Strode), un vecchio compagno di colore che ha ritrovato in paese.

Per tutto il film Keoma è scortato da una strana figura di vecchia, che altri non è che la Morte (Gabriella Giacobbe) che lo accompagna sin dai tempi del massacro al campo indiano, quando aveva deciso che lui doveva essere l’unico a non morire.

Il film di Castellari può essere considerato come il canto del un cigno di un genere e, pur con qualche ingenuità, presenta delle scene di forte impatto.

Su tutte quella in cui Keoma è legato a una ruota come un Cristo in croce, o quella in cui Lisa, morendo di parto, dà alla luce il suo bambino durante la resa dei conti tra i fratelli. Con gli spari che si sovrappongono alle urla della partoriente e, infine, il pianto del neonato tenuto in braccio dalla Morte che urla a Keoma, che si allontana a cavallo, di restare perché il piccolo ha bisogno di lui.

Con una appropriata colonna sonora realizzata da Guido e Maurizio De Angelis, Keoma si chiude significativamente con un bambino che nasce e un pistolero che se ne va: il West non c’è più, sostituito dal nuovo che avanza.

Così come, a finire, è tutto un genere che, fra capolavori e film mediocri ha, comunque, segnato un’epoca di profondo cambiamento anche nella nostra società.

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