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‘Otto ore non sono un giorno’ La consigliatissima serie di Fassbinder

Un racconto disteso, sereno, anche un po’ divertito. Importante documento degli anni Settanta e opera molto significativa nella produzione fassbinderiana

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otto ore non sono un giorno

Da marzo su RaiPay, Otto ore non sono un giorno di Rainer Werner Fassbinder e non ce ne eravamo accorti! La serie di cinque episodi, prodotta dall’emittente pubblica Westdeutscher Rundfunk,  è un piacevolissimo ritratto del tempo in cui è ambientata, i primi anni Settanta (è stata girata tra il 1972 e il 1973). Vale assolutamente la pena di recuperarla.

Eine familienserie, recita il sottotitolo. Una serie familiare e, diremmo, non solo.

Otto ore non sono un giorno La trama

Le vicende della famiglia Kruger scorrono in parallelo con le traversie lavorative dei suoi singoli membri, in particolare quelle di Jochen, operaio meccanico in una fabbrica. Le storie d’amore nascono, crescono e muoiono nel corso della serie intrecciandosi alle lotte tra gli operai e i padroni nelle fabbriche. Dimenticata per decenni, una delle opere più originali del geniale regista tedesco, ritrovata e restaurata nel 2017 (dal sito di RaiPlay).

Otto ore non sono un giorno L’ottimismo degli anni Settanta

La classe operaia di Otto ore non sono un giorno non va proprio in paradiso, ma sta lavorando per costruirsi un’identità dignitosa. Nell’ultimo episodio pretende addirittura di controllare  ritmi e modalità di produzione, riuscendo in una richiesta nata dallo slogan di quegli anni, recitato come un mantra: Siamo realisti, chiediamo l’impossibile.

Le rivendicazioni vengono discusse a lungo nel gruppo, che rafforza solidarietà e sostegno, piacevolissimi da rivedere sullo schermo e da ricordare. Con un po’ di magone, ora che sembra tutto svanito e che nei luoghi di lavoro vincono la competizione e l’arrivismo. Otto ore non sono un giorno diventa un Come eravamo commovente, struggente, se ci si sofferma a fare i confronti.

Forse è la prima volta che il proletariato si presenta senza cupezza, né disperazione. Anzi. Una sana allegria attraversa le vicende familiari. Una sana determinazione quelle lavorative.

 “Tutti i film e i drammi che ho scritto erano indirizzati a un pubblico intellettuale Nei confronti di questo si può benissimo essere pessimisti e lasciare che un film si concluda nell’impotenza. […] Nel caso del pubblico più largo, che era quello della mia serie televisiva, sarebbe stato reazionario e pressoché criminale dare un’immagine disperata del mondo. Il primo compito è di tentare di renderli più forti dicendo loro: “voi avete ancora delle possibilità. Voi potete far uso della vostra potenza, perché l’oppressore dipende da voi. Che cosa è un padrone senza operai? Nulla. Ma si può senza dubbio pensare un operaio senza padrone? (Rainer Werner Fassbinder).

Luci e ombre del genio Fassbinder

Tutto, nella serie, è autenticamente degli anni Settanta, che siamo abituati a vedere solo nelle ricostruzioni: i vestiti, le pettinature, gli interni degli appartamenti, gli arredi, persino la peluria sotto le ascelle di Hanna Schygulla (usava, allora!). Hanna Schygulla, disarmante nella sua bellezza, nella sua giovinezza! Erano gli stessi anni di Petra von Kant e delle sue lacrime amare, tra i personaggi di Fassbinder uno dei più dolorosi e melodrammatici. La Schygulla nel ruolo di Karin, nella cornice del teatro fassbinderiano che si fa cinema.

Che differenza tra le due opere! Tanto claustrofobica l’una, tanto aperta l’altra, tanto drammatica Le lacrime amare di Petra von Kant, con un senso intollerabile della fine, dell’abbandono, tanto lieve e divertita, distesa,  Otto ore non sono un giorno. Con quella sana fiducia nel domani, evidente nelle sigle di apertura e chiusura di ogni episodio: il risveglio della giornata sulla città all’inizio (un netturbino ripulisce la piazza, un tram riprende la sua corsa), e il sole che sorge dietro la fabbrica alla fine. Le ciminiere sono ancora avvolte nel buio, ma il sole nascente annuncia che il nuovo giorno si sta avvicinando.

La musica del compositore Jens Vilhelm Pedersen (Fuzzy) ad accompagnare tutte le promesse del racconto; una marcetta facile facile durante le sigle, che si fa sottofondo rassicurante della narrazione, e che non si dimentica per un po’.

Sembra impossibile che questa serie televisiva e il film Le lacrime amare di Petra von Kant siano contemporanei! Che un regista giovane come Fassbinder abbia espresso la sua genialità in lavori così diversi e, nello stresso tempo, così maturi.

Le scelte libertarie degli anni Settanta

Capace di cogliere anche come la società tedesca, ed europea, debba scrollarsi qualche residuo del passato per essere definitivamente adulta.

Da un lato, la disinvoltura con cui Jochen (Gottfried John), appena conosciuta Marion (Hanna Schygulla) l’invita alla festa di compleanno a casa sua, come fosse la cosa più naturale del mondo. E lo era, allora, dare fiducia a persone incontrate da poco. E l’emancipazione femminile, testimoniata da Marion, che, unica donna in un gruppo di maschi, dice sempre la sua ed è ascoltata con estremo interesse. O dalle scelte intraprendenti della nonna, che ostenta il suo placido amante e trova sempre le soluzioni più stravaganti. Le donne, ça va sans dire, tutte più sveglie degli uomini.

Dall’altro, i comportamenti dell’odioso, prevaricatore, cognato di Jochen, che non vuole far lavorare la moglie. O quelli del suo diretto superiore che considera gli operai incapaci di pensare con la loro testa (o forse sì, e, temendoli, li contrasta con ogni mezzo). E ancora, gli atteggiamenti razzisti (ahinoi, questi ancora attuali!) del collega antipatico di Jochen nei confronti dell’italiano, Giuseppe, forse l’operaio con le mansioni più umili, ma capace di grandi intuizioni.

Prevale sempre il buonsenso alla fine, che coincide con le soluzioni libertarie così diffuse allora. Otto ore non sono un giorno è un manifesto di emancipazione di genere e di classe sociale, discreto,  senza cortei, senza barricate. Sembra volerci dire che quel sole nascente della sigla di chiusura sia l’unica soluzione possibile

Le coppie della serie, l’affetto che le attraversa

Ognuno dei cinque episodi porta come titolo il nome di una coppia: la prima è quella di Jochen e Marion che ci accompagnerà fino alla fine, dopo averci conquistato non poco. Un altro affronta il legame tra la nonna e il suo nuovo fidanzato (Oma e Gregor) e un altro ancora parla della sorella di Jochen e del marito (Harald e Monika). I due residui focalizzano l’attenzione sui rapporti in fabbrica (Franz ed Ernst, Irmgard e Rolf).

Ogni coppia è adeguatamente inserita nel contesto familiare e sociale, così come ogni personaggio è ben incorniciato nell’insieme della narrazione, anche formalmente, anche esteticamente, mentre quasi tutte le relazioni sono attraversate da una corrente affettiva (o amorosa)  che scalda il cuore.

Il restauro di Otto ore non sono un giorno e il suo valore

Quasi dieci anni dopo (nel 1980) Rainer Werner Fassbinder dirige per la televisione Berlin Alexanderplatz  (sempre con Hanna Schygulla e Gottfried John), l’adattamento di un romanzo cupo, complesso, difficile. E due anni dopo, appena  trentasettenne, muore.

Otto ore non sono un giorno viene colpevolmente rimosso. Fassbinder continua a essere ricordato come autore pessimista, una definizione riduttiva, e dopo aver visto questa serie si capisce perché.

Nella sua leggerezza e proprio per questo, ha un ruolo importantissimo all’interno della produzione di un regista così complesso, che vale sempre la pena approfondire.

Per fortuna, La Rainer Werner Fassbinder Foundation, con la collaborazione del Museum of Modern Art di New York, lo ha restaurato e ha presentato la nuova versione in prima mondiale al Festival di Berlino del 2017.

Una presenza preziosa su RaiPlay che, se pure in ritardo rispetto alla sua uscita, siamo contenti di aver recuperato.

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Otto ore non sono un giorno

  • Anno: 197273
  • Durata: cinque episodi dai 90 ai 100 minuti
  • Genere: commedia
  • Nazionalita: Germania
  • Regia: Rainer Werner Fassbinder
  • Data di uscita: 29-October-1972