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INTERVISTE

Intervista a Berardo Carboni e Isabella Arnò

Intervista ai registi di Shooting Silvio.

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Nel piccolo ufficio del Cineclub Detour incontriamo Berardo Carboni e Isabella Arnò, rispettivamente regista e co-produttrice di Shooting-Silvio, film indipendente, prodotto e distribuito totalmente al di fuori dei circuiti ufficiali.

Berardo, 32 anni, è originario di Pescara e racconta a raffica, con l’impazienza di chi sa di aver messo a segno un bel colpo superando ostacoli numerosi e adesso vuole proprio che si sappia in giro. Isabella è di Catania e ha 26 anni. Arrivata al culmine della sua carriera come indossatrice a Milano, prende la decisione di mollare tutto con sommo sgomento dei suoi agenti, per dedicarsi professionalmente alla sua passione per il cinema.

Shooting Silvio racconta la storia di un’ossessione, quella personale di un giovane scrittore che prende la decisione di rapire e “giustiziare” Silvio Berlusconi.

Come ti è venuta l’idea?

B. Ero insieme a un amico, uno di quelli con cui poi abbiamo scritto il soggetto, e stavamo pensando a un film su Aldo Moro, eravamo in macchina e abbiamo sentito alla radio una notizia, forse era il fatto di Shulz. Insomma, una di queste follie che sono successe nel periodo del governo Berlusconi, una di quelle che proprio ti fanno vergognare e abbiamo pensato che non era possibile, che dovevamo fare qualcosa su Berlusconi (nel corso di una seduta dell’Europarlmento nel luglio 2003 Berlusconi insulta Martin Schulz, parlamentare tedesco capo della delegazione Spd a Strasburgo, paragonandolo al Kapò di un lager nazista). Durante il viaggio in macchina ci è anche venuto in mente il titolo e poco dopo abbiamo cominciato a scrivere la sceneggiatura.

Dunque, in tempi non sospetti, se confrontati con quelli di uscita del mockumentary sull’attentato a George Bush Jr. Ma non credete che in molti magari avranno pensato il contrario, cioè che il vostro progetto si fosse ispirato all’idea di Death of a President?

I. Eh già! Considera che la nostra sceneggiatura era su internet dall’inizio del 2004. Questa è la nostra garanzia.

B. Nel 2004 la sceneggiatura viene depositata e all’inizio segue un percorso tradizionale. La propongo a Umberto Massa, che è il produttore con cui professionalmente sono cresciuto, e mi dice che va bene ma che avrei dovuto cambiare il finale perché troppo forte. Mi rivolgo ad altri produttori che mi dicono va bene, ma troviamo una co-produzione internazionale a Cannes. Le trovo io, vado a Cannes, senza sapere nulla del funzionamento del festival, mi leggo la guida delle produzioni per sapere cosa hanno prodotto e vado dalle persone sfondando porte, facendo cose che sarebbe lunghissimo raccontare, e alla fine troviamo un produttore francese disposto a intervenire. Soltanto che per avviare queste co-produzioni internazionali è necessario da parte della produzione del paese d’origine un primo investimento considerevole, nell’ordine di centinaia di migliaia di euro. Ma il produttore a cui mi ero rivolto prende tempo, mi dice che vuole aspettare i soldi del Ministero che non sarebbero mai arrivati e allora io impazzisco e prendo la decisione di auto-produrre il film, ponendo le premesse per la creazione dell’attuale gruppo di lavoro che è ormai molto ampio. Partiamo con il sito che ottiene subito molto successo.

Quindi il sito nasce prima che il film venga realizzato, con la sceneggiatura in rete?

B. Esatto. E nasce con lo scopo di trovare i soldi per fare il film. A distanza di pochi mesi dalla realizzazione del sito cominciamo a organizzare le prime feste di produzione. La fortuna ha voluto che proprio il giorno della prima festa di produzione, che è stata un successo e che ha visto la partecipazione di più di mille persone, siamo finiti sulla prima pagina del quotidiano La Stampa, ed era lo stesso giorno dei funerali del Papa! Per cui da un giorno all’altro tutto è diventato più semplice, perché da quel momento in poi tutti i nostri interlocutori avevano un’idea di ciò di cui stavamo parlando, senza dovere spiegare tutto da zero ogni volta.

Il tema “militante” quanto ha inciso? Se non avesse trattato una materia così sensibile, provocatoria come quella dell’uccisione dell’ex-premier, il film avrebbe avuto la stessa fortunata vicenda produttiva secondo voi?

I. Probabilmente avremmo trovato un produttore “regolare” e di conseguenza non avremmo avuto gli stessi problemi. I produttori a cui ci siamo rivolti ci hanno scaricato tutti proprio perché c’era di mezzo Silvio Berlusconi. Ci dicevano: la storia funziona, ma perché usare Berlusconi? Cambiate il soggetto e noi il film ve lo produciamo!

Quanto è costata la produzione di Shooting Silvio?

B. Centoquarantamila euro con qualche sforamento e poi altre ventottomila euro per il passaggio in 35mm che abbiamo deciso di fare quando siamo stati presi al Festival di Annecy per poter partecipare alla sezione in concorso.

Come è stata raccolta la cifra necessaria a iniziare le riprese?

B. Attraverso i producing party abbiamo raccolto circa il venti per cento dei soldi. Considera che quasi tutti i membri della troupe hanno lavorato in partecipazione, senza essere pagati. La restante parte della somma è venuta da una produzione nuova nella persona di un mio conoscente che pensava che noi il film lo stessimo già girando perché leggeva i vari articoli sui giornali. Un giorno mi ferma e mi chiede: “Ma allora, è pronto ‘sto film?” Quando gli ho risposto che mancava ancora l’ottanta per cento della somma necessaria ha deciso di investirci in prima persona ed essendo avvocato ha coinvolto diversi suoi clienti nell’acquisto di micro-quote nell’ordine di qualche migliaia di euro ciascuna. Così abbiamo potuto terminare le riprese. Poi, a film ultimato, sono subentrati Isabella con CineDance e la Kublakhan di Umberto Massa quando si è trattato di pagare il passaggio in pellicola.

Come avete scelto gli attori?

B. L’attore protagonista, Federico Rosati, è stato scelto prima ancora di scrivere la sceneggiatura, in fase di soggetto, e ha costruito il progetto con noi. Poi lui aveva preso altre strade, aveva anche recitato una piccola parte in Paz!. Il personaggio del protagonista, Kurtz, era tagliato su misura per lui, con i toni chiaroscurali dell’eroe negativo. Poi è stato lui a presentarmi Alessandro Haber.

E Berlusconi lo vediamo in carne e ossa o avete usato materiale di repertorio?

I. Berlusconi “interpreta” se stesso. Questo secondo me è uno degli elementi più interessanti del film dal punto di vista registico. Nella prima parte, quando Kurtz si documenta, il materiale di repertorio è utilizzato nella forma del footage tradizionale; nella seconda parte invece è un repertorio forzato alla narrazione; in questo caso ci ha aiutato un autore televisivo, non posso fare nomi, che ha girato ex-novo del materiale nell’ambito del suo lavoro di reportage ma pensandolo già in funzione del contesto narrativo del film. In questo modo siamo riusciti a ottenere quel che volevamo e cioè far dimenticare allo spettatore che Berlusconi esiste davvero e farlo diventare un personaggio del film a tutti gli effetti; tranne che nel finale, nel quale abbiamo abbandonato la connotazione realistica per adottare un taglio metaforico, attraverso animazioni e l’uso di maschere.

A chi vi siete rivolti per la distribuzione?

I. Bim, Lucky Red, Eagle Pictures, Istituto Luce e diverse altre. Abbiamo avuto una disponibilità dell’Istituto Luce, ma solo per la distribuzione Home Video. Noi però puntavamo al cinema anche per non deludere tutte le persone che al film hanno contribuito e che aspettavano di vederlo uscire in sala.

B. In realtà di proposte per uscire in Dvd ne abbiamo avute diverse, ma nessuna per il cinema. Probabilmente lo faremo uscire noi a ottobre, tagliando fuori le distribuzioni. La paura principale è quella di accogliere un progetto che ha l’apparenza di un attacco frontale a una persona così potente.

Auto-censura preventiva quindi?

I. Sì, certo. Ed è lo stesso problema che abbiamo incontrato cercando piccoli sponsor per gli eventi di finanziamento. Nessuno vuole finire sulla lista nera di Dell’Utri. Ti rispondono così.

B. Poi ci sono altre motivazioni. Ci è stato fatto notare che il personaggio del protagonista risulta antipatico. Cosa vera, ma il cinema è pieno di personaggi antipatici, penso a film come Naked o Taxi Driver, e qui mi spiace prendere atto della forma mentis più diffusa, da Notte prima degli esami, di quel cinema lì.

Mi dicevi anche che un’altra critica che avete ricevuto riguarda il fatto che il film fosse nato vecchio perché, avendolo terminato solo a settembre 2006, non avrebbe cavalcato l’attualità dell’ascesa dell’astro Berlusconi, ma anzi sarebbe uscito in una fase politica decisamente incerta per la sua leadership. Quanto ha pesato questa presunta inattualità del film sulla sua difficile vicenda distributiva?

B. Questa secondo me è un’altra follia. Aldilà del fatto che adesso il tema è tornato di attualità, in realtà Shooting Silvio non è un film politicizzato in senso stretto, non è un documentario su Berlusconi. Ci avevano anche contattato per proporci di distribuirlo sotto elezioni. Ci abbiamo riflettuto e ho apprezzato molto gli altri produttori, attori e collaboratori che sono stati quasi tutti d’accordo con me nel ritenere che lanciare il film come prodotto elettorale sarebbe stata soprattutto per me la fine come regista.

E veniamo così all’ultimo anello della catena: i cinema. Le sale le state contattando tramite un agente oppure direttamente? Che tipo di riscontro state ottenendo?

I. Siamo andati direttamente noi a bussare alle porte…

In questa storia le porte hanno un ruolo centrale mi pare… solo che questa volta nessuno ve le ha sbattute in faccia, giusto?

I. Già! Fortunatamente nella maggior parte dei casi le risposte sono state positive. Il caso di Roma è un po’ particolare perché storicamente è blindata. E questo è un problema che hanno tutti i giovani registi indipendenti. Una volta almeno a contrastare il monopolio di Circuito Cinema c’era il Pasquino a Trastevere. Adesso che anche il Pasquino ha chiuso, far uscire un film indipendente in pellicola a Roma è sempre più arduo.

Che tipologia d’accordo avete preso con le sale?

B. Inizialmente con le sale noi volevamo fare un accordo standard. Poi ci siamo trovati ad avere delle situazioni diverse volta per volta. Nelle città capo-zona dove usciamo perlomeno una settimana e contiamo su un pubblico sicuro diamo un minimo garantito alle sale e poi facciamo al 50 e 50. Nelle città più piccole dove i film che non siano ultracommerciali non escono affatto oppure escono per pochi giorni non diamo il minimo garantito ma assicuriamo una percentuale maggiore all’esercente.

Pensate che questa vostra esperienza sia replicabile? Altri progetti indipendenti potrebbero seguire il vostro esempio?

B. Credo che questo modo di produrre e distribuire i film sia innovativo e possa essere senz’altro utile. A me sembra che i film siano distribuiti tutti con delle micro-varianti, utilizzando un medesimo meccanismo di lancio e investendo cifre diverse che vanno dai centocinquantamila ai settecentomila euro. Ma il meccanismo di lancio che è funzionale a una determinata tipologia di film commerciale sicuramente non si dimostra altrettanto efficace a lanciare prodotti diversi. E quindi spesso è come buttare i soldi. Noi al contrario ammazziamo i costi e usciamo nelle loro stesse città con una promozione mirata. Male che vada il film avrà lo stesso riscontro di quanto ne avrebbe avuto se fosse uscito con una distribuzione regolare. Difficilmente un film come il nostro potrebbe attrarre un pubblico da Vacanze di Natale insomma. Sono modalità standard anche perché a monte l’industria vorrebbe sempre quel tipo di prodotto lì. E questa è una tragedia per gli autori! Anche se sei bravino, hai un minimo di nome e vuoi che una sceneggiatura passi, devi adeguarti a questi standard. Se non sei un cocciuto terribile alla fine ti metti a fare quella roba lì.

Sergio Ponzio