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CANNES

‘How to save a dead friend’ a Cannes 2022: dalla Russia con depressione. Intervista a Marusya Syroechkovskaya

Il documentario della regista russa è un atto d'amore e memoria raccontato con estro tra confessione personale e disagio di generazione

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How to save a dead friend, Kimi e Marusya

Magari per curare la depressione bastasse dirsi Nevermind – come quell’album dei Nirvana. Il commento musicale di How to save a dead friend della regista russa Marusya Syroechkovskaya suona invece come Love will tear us apart dei Joy Division. Fan del gruppo, a 16 anni, nel 2005, la ragazza è aspirante musicista e regista, ma è anche convinta che sia il suo ultimo anno di vita. Il suicidio è nel suo teen spirit, ed ha l’odore acido della depressione. In proiezione a Cannes 2022 nella sezione ACID, il documentario è un atto musicato di amore e memoria verso Kimi, che Marusya incontra nel mezzo di quelle turbe adolescenziali: anche lui fan dei Joy Division e, suo malgrado, adepto dell’autodistruzione. Niente più li dividerà, se non il precipitare del giovane nel baratro delle dipendenze, fino alla morte nel 2016.

Incubato in 12 anni di riprese, How to save a dead friend raccoglie incubi e speranze sullo sfondo della Russia del terzo millennio, dalla gioventù malandata ma con slanci ribelli, imbevendosi di eccitazione e disagio. Tra corde dell’anima e della chitarra, cameretta e disco, confessione personale e apatia generazionale. Death will tear them apart, e Kimi se ne va; ma il cinema di Marusya lo riporta in vita. Scapigliato e commovente, un documentario da salvare in memoria. Ne abbiamo parlato con la regista.

Il trailer

La trama

2005. Nella “Federazione della depressione” (la Russia), governata da leader desiderosi di portare avanti un sogno autoritario, i suicidi dei millenials sono diventati onnipresenti – ultimo atto di volontà personale di una generazione a cui è negata la possibilità di immaginare un futuro migliore. Dal canto suo, Marusya, 16 anni, ha deciso che questo sarà l’anno della sua morte. Marusya è sorpresa, quindi, di incontrare un’anima gemella: Kimi, un giovane depresso le cui depressioni rispecchiano le sue.

Diventano inseparabili, filmando l’euforia e l’ansia, la felicità e la disperazione della loro giovinezza, mentre si consumano come candele – alimentati da droghe e musica in mezzo alla libertà tattile scoperta da Marusya nelle sue esplorazioni artistiche.

La loro incrollabile storia d’amore prende piede in questo mondo distruttivo, mentre Marusya usa la telecamera per raccontare tutto – dall’ascesa della speranza quando lei e Kimi si sposano e iniziano le loro vite insieme, alla minaccia sempre crescente delle armi interne del loro Paese di isolamento e divisione.

Marusya con la camera

How to save a dead friend, Marusya con la camera. Fonte foto (e successive): See-Through Films

Quando la tossicodipendenza di Kimi lo spinge oltre il limite della propria tormentata discesa, il suo tentativo di utilizzare a proprio vantaggio gli strumenti repressivi dei governi crea un’irrealtà kafkiana progettata per farlo scomparire lentamente. La macchina da presa di Marusya adesso diventa la sua ultima possibilità di salvare qualcosa del fragile Kimi.

How to save a dead friend  parla fluentemente il linguaggio di una generazione privata dei propri diretti e silenziata, mentre “salva” almeno una voce dal perdersi per sempre. (Sinossi ufficiale)

L’intervista: Marusya Syroechkovskaya racconta How to save a dead friend

COME SALVARSI IN CAMERA

How to save a dead friend utilizza molte riprese di momenti della vita tuoi e di Kimi, evidentemente realizzate in maniera spontanea, senza l’idea che se ne facesse, anni dopo, un film. In altre parole: è un documentario retrospettivo. Come hai fatto ad avere così tanto materiale? Credo che lo spettatore si faccia l’idea che vivessi sin dall’adolescenza praticamente attaccata a una macchina da presa.

Praticamente è stato così per anni. Succedeva perché attraversavo l’esperienza della depressione e non riuscivo a trovare le parole giuste per esprimerla. Non sapevo come spiegarla. Al principio, in realtà, non mi rendevo conto nemmeno di soffrirne. La telecamera mi aiutava a trovare un senso per tutto quanto succedesse intorno a me. Si trattava del mio modo di trovare una via di comunicazione con il mondo. Ecco perché ho finito per avere così tanto materiale.

Quando esattamente è sorta l’idea di passare da quest’uso esistenziale, direi, della macchina da presa, a un film vero e proprio?

Penso due anni dopo la morte di Kimi. Dopo tanti anni, sono riuscita a rivedere tutto questo materiale filmato e devo confessare che è stato molto doloroso. Ho però avuto sin dall’immediato la sensazione che lì, da qualche parte, ci fosse un film. Dovevo solo estrarlo da tutte quelle riprese.

CAMPIONESSA DI SCHERMI

Un’idea quasi michelangiolesca: come estrarre la forma della statua dal blocco di marmo. Parlando invece di blocchi emotivi, e come superarli, vorrei insistere sul ruolo della macchina da presa. Qual è stata la sua missione: salvare Kimi dall’oblio, come da titolo, oppure, mentre filmavi, salvare la tua relazione con Kimi attraverso lo spazio mediato della telecamera?

All’inizio della nostra relazione, io e Kimi ci filmavamo molto. La macchina da presa era sempre con noi, che fosse durante un party o semplicemente con degli amici. In seguito, ho ripreso a filmare particolarmente nella fase in cui la situazione andava facendosi sempre più sofferta. Il dolore stava diventando soverchiante e la telecamera mi offriva un senso di protezione. Quando Kimi è entrato nell’ospedale psichiatrico, per me è diventato ancora più doloroso vederlo così depresso. Non sapevo come aiutarlo. Per proteggere me stessa da tutto questo penso di aver usato la camera per schermarmi. Quando guardi qualcosa su un piccolo schermo non ti sembra più così reale.

IL MALE OSCURO IN RUSSIA

Questo effetto di anti-realtà è quasi paradossale per una documentarista. Guardando anche alla realtà esterna, How to save a dead friend racconta di una depressione individuale o generazionale? Nel film alludi alla Russia come a una federazione della depressione.

Si tratta di un gioco di parole dal russo. Ti spiego. All’inizio ho considerato solo la mia situazione personale, pur essendo la depressione molto diffusa già all’epoca in Russia. Parlare di federazione della depressione era un modo ironico per prendersi gioco di un detto nazionalista che recita “la Russia per i Russi”. In russo, “federazione della depressione” fa rima con questo slogan. Volevo rovesciare il modo di dire sciovinista. Anche su di me ho spesso utilizzato questa chiave ironica del racconto.

Ma in generale, è vero. Ho tanti amici che si sono suicidati al tempo per la depressione. Il problema era anche che se da un lato capitava a molta gente di andare incontro a episodi depressivi, dall’altro non era facile accedere al sistema sanitario in questo senso. Non c’era una scienza della depressione che rendesse riconoscibile il malessere. Io stessa non avevo nessuno da consultare e in qualche modo penso che non fosse un problema solo mio, bensì generazionale. In particolare, lo trovo collegato anche al Paese in cui viviamo, in cui non è facile parlare di depressione e quando si può fare, non sai come farlo.

DEPRESSIONE E D’ESPRESSIONE

Ecco, in termini di facilità di raccontare: mettere in film una vicenda così intima è più facile, per il fatto di conoscerne, sulla pelle, le sfumature emotive, oppure è più difficile, per la difficoltà di trovare una distanza oggettiva?

È più difficile. Da un lato, certo, esiste quella facilità di cui parli tu, perché conoscevo ciò che avevo provato e volevo mostrarlo come tale a chi non avesse mai vissuto una situazione depressiva. Dall’altro, però, era difficile perché significava fare di me stessa il personaggio di un film. Non riesco a pensare a me come personaggio. È difficile trovare la distanza tra me come persona fisica e me come persona filmica. Penso anche, tuttavia, che si tratti di una parte significativa della mia vita, che mi ha profondamente influenzata e per la quale era importante trovare una forma di espressione. Ero come divorata dentro, vivevo una sensazione indicibile. Credo che questo fosse l’unico modo per raccontarlo.

How to save a dead friend, Kimi e Marusya sul letto

How to save a dead friend, Kimi e Marusya sul letto

Hai saputo narrare anche elementi della collettività. Penso alle frequenti immagini delle proteste e degli interventi della polizia. C’è un raccordo tra la tua situazione e il profilo che hai lasciato emergere della Russia?

Assolutamente sì. Io e Kimi non vivevamo certo in un vuoto. La nostra esperienza, come quella di tutti, è fortemente influenzata dalla situazione sociopolitica in cui siamo immersi. Fuori dalla nostra privata, How to save a dead friend mostra tutta l’aggressività che ci circondava, per esempio nelle proteste e negli interventi della polizia. Parlando metaforicamente, la società russa, depressa e apatica, aveva come “droghe” di governo la militarizzazione e il nazionalismo.

SHE’S LOST CONTROL

Torniamo alla tua situazione privata. Dei tuoi pensieri suicidi da adolescente e della tua depressione hai parlato con chiarezza nel film, facendone un documentario di robusto impatto. Così anche di Kimi e della sua dipendenza per le droghe. Arrivi persino a mostrare alcune scene del funerale da vicino. Temi che questo possa portare lo spettatore a interessarsi al tuo film più per una potenziale morbosità dei contenuti, un certo sensazionalismo della confessione, anziché apprezzarlo come un buon film di una brava regista?

Non sento di poter influenzare il modo in cui le persone percepiscono questo aspetto. Ogni spettatore ha il proprio bagaglio emozionale e reagisce in base alle esperienze di vita. Per ogni persona c’è un’opinione diversa rispetto alla quale penso di non essere in controllo.

Non c’è controllo sulla reazione dello spettatore, ma ce n’è sulla composizione del tessuto visivo del film. In How to save a dead friend mi colpisce la presenza di elementi figurativi non direttamente riconducibili al cinema. Penso alle fotografie, ma anche alle scritte grafiche o a quella giocosa presentazione della tua storia d’amore con Kimi, che inizia con “C’era una volta…” e che sembra realizzata con un software amatoriale stile MovieMaker. Perché queste scelte?

Penso che questa caratteristica provenga da un lato dal materiale che avevo a disposizione, caratterizzato da media diversi. Ne è venuta fuori la forma caleidoscopica nel linguaggio del film. Dall’altro, deriva anche dalla mia identità artistica. Amo usare media e formati differenti nelle mie opere. Da questo punto di vista, dunque, è conseguenza di una tendenza stilistica personale. Ritengo infatti che il cinema possa venire da tutto e che possa includere molto di più rispetto alle tradizionali riprese. È stato dunque naturale per me adottare questo linguaggio, non ho potuto resistere.

IL TEMPO SE NE VA (MA LA MUSICA NO)

Se la forma caleidoscopica è stata naturale conseguenza del tuo percorso, c’è però anche qualche opzione stilistica che pare frutto di una riflessione più ponderata. Mi riferisco, ad esempio, al netto cambio di tono e, di conseguenza, di stile tra prima e seconda parte. Euforica la prima, nonostante il racconto della depressione; più spenta e silenziosa, meno satura la seconda.

Assolutamente vero. In un certo senso, la storia vede me e Kimi crescere insieme ed ha dunque una logica il fatto che il linguaggio cambi man mano che cresciamo. Kimi finisce sempre più profondamente nell’abisso delle proprie dipendenze, c’è sempre meno gente attorno a noi, le sequenze diventano più lunghe, i colori meno saturi. Tutto ciò doveva essere un riflesso del passaggio del tempo.

Un altro crocevia tra individuale e generazionale è quello della musica, ulteriore aspetto che hai manipolato coscientemente. Love will tear us apart dei Joy Division diventa quasi la theme song del film. Concerti, canzoni ascoltate pigramente sdraiati sul letto, soundtrack della tua generazione musicale: ti senti di definire How to save a dead friend anche come un atto d’amore per la musica e per come essa accompagni le storie?

Assolutamente. La musica è tutto per me. Prima suonavo in una band, anche se ora ho smesso. Dal momento che il film è la storia di me e Kimi che cresciamo insieme, è inevitabilmente anche la storia di come la musica ci abbia formati. C’è la musica che ascoltavamo da adolescenti, ma anche quella della mia band; e soprattutto, c’è questa operazione di “sonificazione”, per cui, attraverso un software avanzato, c’è la possibilità di tramutare un’immagine in un suono. Si chiama VOSIS, è un sintetizzatore che utilizza i pixel di una scala di grigi per creare timbri sonori e melodie a partire da una foto o un video. Si utilizza per le performance musicali.

Per intenderci, si tratta di quelle scene del film in cui ti si vede toccare su un iPad un ingrandimento del viso di Kimi.

Esatto. La melodia deriva infatti da come l’utente tocca l’immagine. Dall’immagine si tira fuori la musica; è una metamorfosi che trovo poetica. Non sappiamo cosa ci possa succedere quando moriamo, e a me piace l’idea che Kimi sia diventato musica.

LO SPARTITO EMOTIVO DEL FILM

Poc’anzi mi parlavi dell’uso di un registro ironico, specie nella prima parte. Quegli anni giovanili a inizio millennio, tra club, feste e qualche follia, sembrano persino includere una parlata visiva da videoclip. Si tratta del modo in cui effettivamente guardi alle tue vicende, oppure di una scelta “drammaturgica”, volta a evitare un tono troppo greve per il film?

Da un lato volevo scherzare sull’esperienza attraverso cui sono passata. È una cosa che faccio anche nella mia vita. Mi affido al gioco come meccanismo di difesa. Quindi, da questo punto di vista l’utilizzo della chiave ironica veniva da sé. Dall’altro lato, ho pensato che, in effetti, se ci fosse stato un tono troppo tragico nella mia voice over o in alcune scene del film, sarebbe diventato difficile vederlo. L’esatto contrario delle mie intenzioni: io volevo assolutamente che la gente potesse vedere e capire How to save a dead friend.

How to save a dead friend, Marusya fa il gesto del dito medio

How to save a dead friend, Marusya fa per scherzo il gesto del dito medio inquadrata da Kimi

La parte “tragica” è soprattutto il baratro della dipendenza e del disagio mentale di Kimi. C’è una differenza, forse, rispetto al tuo pensiero di suicidarti. Mentre il suicidio è un gesto risoluto, Kimi sembra invece affrontare un processo lento di autodistruzione. Pensi che suicidio e autodistruzione siano la stessa cosa?

Nel suicidio decidi di morire, nell’autodistruzione ti provochi del male. Naturalmente c’è una convergenza tra le due tendenze. Ciò che complica il quadro è il fatto che possano avere la stessa natura, ma l’origine può essere completamente diversa. A volte questi atteggiamenti provengono dalla depressione, altre dall’impossibilità di venire a capo di certe esperienze; altre ancora, dalla difficoltà di processare i propri sentimenti, se non da autentici disturbi mentali.

MY GENERATION

Mi piace spostare ancora una volta la dialettica di queste considerazioni dal piano individuale a quello nazionale. Nel film Ahed’s Knee di Nadav Lapid, Premio della Giuria a Cannes 2021, il regista israeliano mette in bocca al proprio protagonista – un cineasta frustrato e fortemente critico verso il proprio Paese – un’argomentazione che definirei “il circolo vizioso delle generazioni”. In uno Stato oppressivo e ottuso, ogni generazione – sostiene il personaggio – è peggio di quella precedente, in quanto ne è il frutto marcescente. Visto il tuo occhio critico sulla Russia e il malessere generazionale che hai raccontato, pensi che sia applicabile un ragionamento del genere anche al tuo Paese?

Non ho visto questo film di Nadav Lapid ma prometto di rimediare. Non penso, comunque, di trovarmi d’accordo col regista israeliano sul peggioramento irrecuperabile della situazione di generazione in generazione. Oggi in Russia si vive in un regime autoritario e quello che sta succedendo è terribile. Abbiamo iniziato una guerra con l’Ucraina… forse terribile non è nemmeno il termine più appropriato, perché è anche peggio. Quando la guerra è iniziata, ero pessimista sul futuro. Poi, però, ho visto gente protestare contro la guerra nonostante il rischio di finire in prigione per molti anni. Il fatto che si continui a protestare mi dà speranza per il futuro. Niente è per sempre. Nemmeno Putin è per sempre. Piuttosto, ci saranno sempre persone che protesteranno.

ANNO NUOVO, VITA VECCHIA

In tema di futuro e politica, hai insistito, sempre ironizzando, sui discorsi di fine anno dei Presidenti: Medvedev, Eltsin, Putin. Così come sul mostrare più volte i fuochi d’artificio dell’inizio di anno nuovo. Che percezione volevi fondare su queste scene reiterate?

Volevo mostrare in qualche modo come passi il tempo in Russia. Ogni anno, l’indirizzo ricevuto tramite il discorso in televisione è un po’ diverso, e le parole sono diverse, ma significano la stessa cosa, e le facce sono le medesime. Intendevo pertanto assecondare l’idea di poter mostrare come, nonostante tutto, la situazione non cambi.

POLVERE ALLA POLVERE?

Ma il tempo, appunto, passa. E a volte dilava il ricordo, dissolve le storie. Anche ciò che si filma può destinarsi alla dimenticanza, a diventare digital dust – polvere digitale. Qual è la tua speranza rispetto alla storia di Kimi? Senti di essere riuscito a “salvarla” con il film?

Il mio intento principale allorché ho iniziato a lavorare ad How to save a dead friend era proprio quello di preservare il ricordo di Kimi. Credo che non sei veramente morto finché la gente ti ricordi. Auspico che lo spettatore colga il mio tentativo di salvare il ricordo. È quello che il cinema fa, secondo me. Ancor di più quello documentario. Il cinema mantiene le persone in uno spazio collettivo. Non importa se siano vivi o morti: sono ancora lì. È anche per questo che mi piace girare film. Lo trovo a suo modo magico.

NESSUN UOMO È UN’ISOLA

Il tuo film ha vinto la Menzione Speciale del Visions du Réel 2022 ed è stato appena proiettato a Cannes nella sezione ACID. Proprio il vincitore del Visions du Réel, Tizian Büchi, da me intervistato  dopo aver conseguito il premio, mi raccontava che la comunità del quartiere delle Faverges di Ginevra protagonista del suo film L’Îlot non ha ancora visto il film. Per un documentarista è importante confrontarsi con la reazione del pubblico alle proiezioni in sala. Come ha reagito la platea a Cannes?

Dopo la proiezione del film, per me la cosa più importante è stata vedere che molta gente veniva da me e mi raccontava di aver vissuto la mia stessa esperienza, oppure di capirmi bene perché era successo a qualche loro amico. Significa tanto per me, perché mentre crescevo e provavo la depressione, pensavo di essere sola. Non riuscivo a esprimere come mi sentivo. Mi chiedevo se sarebbe durato per sempre. Sapere di non essere soli in questo tipo di disagio è un sentimento potente. E quando le persone mi dicono che anche loro sono passati attraverso questa situazione, non soltanto penso che non sono più sola, ma anche che loro possano sentirsi meno soli e possano avere una speranza. Penso che la depressione sia una malattia che porta all’isolamento e spero che questo film possa rompere tale isolamento.

E io spero che questa intervista possa dare il proprio contributo. Grazie, Marusya.

Grazie a te.

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How to save a dead friend

  • Anno: 2022
  • Durata: 103'
  • Genere: Documentario
  • Nazionalita: Svezia, Norvegia, Francia, Germania
  • Regia: Marusya Syroechkovskaya