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Approfondimenti

Oscar 2022, quello schiaffo al cinema d’autore

All'edizione 2022 degli Academy Awards prevale una scelta accademica: per film zuccherosi o spettacolari, che contano più dell'autorialità. E il vero film, non d'autore, è la cerimonia

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sundance 2023

Quella degli Oscar 2022 è stata l’edizione del remake. E non perché CODA – I segni del cuore di Sian Heder, insignito come miglior film, sia in realtà la variante americana del francese La famiglia Bélier. Quanto perché – ed è un segno dei tempi – gli Academy Awards l’hanno fatto di nuovo: rifugiarsi in un rassicurante cinema di buoni sentimenti; far parlare di sé più per il teatrino della cerimonia che per l’autorialità delle proposte cinematografiche; esaltare, nella girandola dei premi tecnici, di quelli che contano e di quelli non dati, un’idea spettacolistica e zuccherosa della settima arte. Se ne dovrà pur parlare, almeno pour parler, mentre il grosso dei commentatori sta a dissertare, ancora, del presunto schiaffo di Will Smith a Chris Rock: certo cinema d’autore è stato un po’ preso a schiaffi.

La direzione della macchina hollywoodiana

Nel toto-Oscar delle settimane che avevano preceduto il gala del Dolby Theatre, ho letto con perplesso disincanto di qualche combattivo critico che s’illudeva della possibilità che l’intenso Drive my car di Riusuke Hamaguchi potesse patentarsi vincitore. Per intenderci, replicando l’esperienza di Parasite. Di fatto, negli ultimi due anni, rendendo lampante l’osmosi degli Oscar con i grandi festival, le vittorie di Nomadland di Chloé Zhao, già premiato a Venezia, e per l’appunto del film di Bong Joon-ho, previamente consacrato a Cannes, avevano potuto far legittimamente pensare a un cambio d’indirizzo nella scelta dei vincitori. Un travaso di cinema d’essai a Los Angeles. Mai stato assente, sia chiaro, dagli Academy; ma ora, più plasticamente alla ribalta. Al punto da consentire a Venezia e Cannes di fare da influencer più dei Golden Globes. Il semaforo verde alla vittoria del film di Sian Heder riporta invece a un trend nello stile del Green Book di tre anni fa: l’outsider che vince perché insider, giocatore in casa di un’industria nazionale di narrazioni lineari, storie da grande pubblico e inclusività che scioglie i cuori. Da esportare, insomma. Se non fosse, paradossalmente, che il film è a suo modo d’importazione: un remake. Viva l’originalità.

Il segreto dell’insuccesso

La sua corsa, frattanto, la faceva, senza altrettanta fortuna, un altro rifacimento: West Side Story di Steven Spielberg. Celebratissimo. Il tandem con CODA – I segni del cuore è singolare. Si ha la sensazione di uno stallo, se non un arretramento, dell’industria statunitense. Dopo essersi fatta dettare la rotta dal circuito dei festival, avrebbe finito per ripiegare sul passato mascherato da attualità (West Side Story) o sullo straniero mascherato da nazionale (CODA).

Oscar 2022, West Side Story

Oscar 2022, West Side Story è tra i delusi. E tra i remake. In foto, una scena con Ariana DeBose (migliore attrice non protagonista) e David Alvarez. Foto di Nike Tavernise. © 2020 Twentieth Century Fox Film Corporation

Comprimari a parte, non potevano invece dirsi hollywoodiane al midollo, ognuna per le proprie ragioni, le altre storie. A Il potere del cane metteva il guinzaglio l’atmosfera troppo rarefatta rispetto ai capitoli da libro cuore di CODA. Belfast avrà avuto un non so che d’incendiario nel bianco e nero alla Roma di Cuaròn – altro precedente di applaudito “non vincitore” d’autore. Licorice Pizza, entusiastico e passionale, mai poteva volgersi in mainstream, fatto com’è di imprevedibili umori e romanticherie da baci rubati alla Nouvelle Vague e non all’American Wave. Ecco: meglio l’onda, meno terremotante, di CODA, il n. 2 che sarà quasi piaciuto a tutti.

I premi tecnici sotto al tappeto rosso

Il compromesso è nella storia degli Oscar. E CODA – I segni del cuore, vale ribadirlo, è davvero un buon film nella sua apprezzata facilità: ben interpretato, brillante, delicato. È però la congiuntura generale a far pensare, per questa edizione, di una scelta diffusamente conservatrice, diversa da precedenti solo in apparenza analoghi.

Colpisce, innanzitutto, il semaforo rosso nel format televisivo ai premi tecnici, assegnati in gran parte fuori onda, nel pre-cerimonia, mentre era il rosso del red carpet a tiranneggiare il piccolo schermo con l’ennesimo prêt-à-porter. Quanto stona, per gli amanti del cinema, l’idea di retrocedere per poca televisività un premio come quello alla migliore colonna sonora. Peraltro, poco coraggiosamente assegnato al soundtrack tradizionale da kolossal di fantascienza di Dune (Hans Zimmer), snobbando lo strategico juke-box di Licorice Pizza (nemmeno candidato) o le sperimentazioni distoniche di Jonny Greenwood ne Il potere del cane. Per non parlare dell’esclusione dalla diretta del premio al miglior montaggio (ancora Dune, Joe Walker). Per la serie: come ti smonto l’autorialità nel cinema.

Sulle Dune dello spettacolo

I 6 premi a Dune, in effetti, raccontano che se da un lato i votanti dell’Academy amano farsi conquistare dalle sane storie classicheggianti, dall’altro sono dichiaratamente sbilanciati a favore di una concezione spettacolistica del cinema. Sarà, in questo senso, per la sua natura fantascientifica – anche, se, toh: un remake – che il film di Denis Villeneuve si è accaparrato 6 statuette. Come a dire che la tecnica sia qualcosa da premiare come prodigio tecnologico, e non  come applicazione di un’idea – anche artigianale – di un autore. Più il film è super dal punto di vista visivo, più il premio tecnico, quasi un indicatore di budget, è pronto a glorificarne l’impatto.

Oscar 2022, <em>Dune</em> ha vinto 6 premi tecnici. Alcuni, fuori onda. Sopra: una scena dal film di Villeneuve

Oscar 2022, Dune ha vinto 6 premi tecnici. Alcuni, fuori onda. In alto: una scena dal film di Denis Villeneuve

Eppure, curiosamente, il premio per la regia – che è anche summa del lavoro tecnico collettivo – va a Jane Campion per Il potere del cane. Con una statistica rivelatrice: prima volta da 54 anni (dopo Il laureato di Mike Nichols) che un film vince per la miglior regia senza essere premiato in nessun’altra categoria. Difficile spiegare come possa capitare che la miglior regia non riesca a sopraffare in nessuna delle 6 categorie tecniche Dune, né nella categoria per il miglior film CODA. Salvo riconoscere che quest’anno il senso sia questo: ci sono due roccaforti inespugnabili di Hollywood, belle storie e film spettacolari.

Jane Campion, ovvero il potere della statistica

Così come passa in secondo piano – e fuori onda – la vittoria quantitativa di Dune, sale alla ribalta, statisticamente, la vittoria della stessa Jane Campion. Gli almanacchi l’hanno già scritto: prima volta di una regista donna che vinca per due anni consecutivi nella categoria (l’anno scorso il premio era andato a Chloé Zhao). Ora, nella mia esperienza di intervistatore cinematografico, ho potuto spesso verificare come le registe trovino che la più grande forma di rispetto nei confronti della loro arte sia nell’interrogarle sul film e sullo stile, e non su quanto sia difficile essere registe donne nell’industria contemporanea. Preferiscono, cioè, essere trattate, e persino discusse, da autrici brave o meno, ma non, riduttivamente, da autrici (donne) e basta.

Jane Campion

Oscar 2022, Jane Campion ha vinto l’Oscar per la migliore regia con Il potere del cane

Ma è ovvio che nell’epoca del politically correct, in corrispondenza di un’edizione così reazionaria quale quella degli Oscar 2022, non si trovi in giro una riga sul perché Il potere del cane vinca, attendibilmente, il premio per la miglior regia. Mentre la statistica sulle donne fa audience e click, quella sull’autorialità – massima forma di rispetto della regista Campion – è sotterrata da valanghe di buonismo.

Vincitori, vinti e incompresi

Allora è tutto chiaro. Drive my car, pur surclassando i concorrenti stranieri (con buona pace di Sorrentino), non avrebbe mai potuto ripetere la strategia parassitaria di Parasite. Una strategia, cioè, da infiltrati. Il film di Bong Joon-ho dovrà forse aver vinto perché la sua coreanità era dispersa nella coreograficità. Deve essersi trattato di un curioso oggetto cinematografico, fatto trionfare non per la propria autorialità, quanto per la sua bizzarra imprevedibilità. Per l’esuberante mescolanza di generi. Anzi: il suo essere trans-genere l’avrebbe reso trans-nazionale, adatto anche al pubblico americano. Al quale, anche con gli occhi a mandorla, potevi comunque propinare mistero, suspense, splatter, melodramma. Viene allora il dubbio che Parasite non sia stato capito: e per questo abbia vinto.

Similmente, pare che il premio per la migliore sceneggiatura originale a Belfast sia ancora una volta il tributo sbagliato all’autorialità giusta: il film di Branagh è forte sul piano visivo (la fotografia, la ricostruzione degli ambienti, la dimensione del quartiere, la fisicità della violenza), mentre è sfilacciato, per scelta, sullo script. Perché vincere proprio in quella categoria?

Conclusioni, senza troppe cerimonie

Questo, quindi, il copione di questi Oscar 2022. Un ritorno al carino o al grandioso, al tradizionale o allo spettacolare. L’autorialità, per lo più, è messa all’angolo, o mutata in fatto statistico. Salvo riciclarsi nell’unica scelta creativa: quella per cui il vero film è la cerimonia. Occhio alla sfilata, guai a mettere i tempi morti – i premi tecnici – e anzi, meglio se qualcuno la butta (per copione?) in zuffa. Signori amanti del cinema: quanto manca a Cannes?

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