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‘Taste’ di Lê Bảo su MUBI, il sapore dell’ir-reality in Vietnam

Presentato nella sezione Encounters a Berlino 2021, l'acclamato esordio del regista vietnamita è la storia di un calciatore nigeriano finito a vivere a Saigon con quattro donne del posto. Più che un racconto, l'esperienza di atmosfere congelate ed eleganti enigmi minimali

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Taste, Bassley pesa un maialino

Contro la teoria dello spoiler: se anche si raccontasse per filo e per segno ogni sequenza, ogni fascinosa immagine di Taste di Lê Bảo, ci sarebbe da scommettere che molti lettori vorrebbero ancora vederlo. Perché più che seguire una storia – davvero sfilacciata – l’idea è quella di realizzare un’esperienza. L’esile linea narrativa è legata a Bassley (Olegunleko Ezekiel Gbenga), calciatore nigeriano trasferitosi a Saigon per sbarcare il lunario nella squadra locale, ma costretto al ritiro da un infortunio. Andrà a vivere con quattro donne in un palazzone vacante che pare un magazzino. Saprebbe un po’ di zero a zero, come sviluppo drammatico, ma la partita che si gioca è un’altra: di sensorialità, di aura, di atmosfere.

Presentato e premiato alla Berlinale 2021 (sezione Encounters) e ora disponibile su MUBI, Taste è infatti il classico caso di esordio anti-classico: un enigma seducente per lo sguardo, dal set studiato e dallo script scarnificato. Bello e ascetico.

Il trailer

La trama

Da quando si è rotto una gamba, Bassley, calciatore nigeriano che vive in Vietnam, non guadagna più. Insieme a quattro donne di mezza età per cui svolge lavori saltuari, decide di occupare una vecchia casa dove costruiscono un mondo a parte. Ma questa intima utopia non può durare per sempre. (Fonte: MUBI)

Riti e sur-realtà

Cemento e silenzio. Nello spogliatoio disadorno un allenatore asiatico muove quietamente le pedine su un campo di calcio in miniatura. La squadra – tutti giocatori di colore – osserva: più che la tattica, il rito. Si può provare a raccontare Taste dal suo prologo, sia perché il gesto delle pedine spostate anticipa il modo in cui il regista, similmente all’allenatore, dirigerà l’occupazione del proscenio cinematografico da parte dei personaggi, sia perché c’è già tutta l’atmosfera a un tempo onirica e austera del resto del film. Derivato da un omonimo cortometraggio del 2018, il film di Lê Bảo si ispirerebbe autobiograficamente agli anni giovanili dell’autore in un quartiere povero ma laborioso di Ho Chi Minh, serrato in un dedalo di vicoli stretti e poco illuminati. Partendo dalla sua realtà, il vietnamita ne fa una sur-realtà.

Taste, lo stretching degli atleti

Taste, lo stretching “cristallizzato” degli atleti

Non è un reality: sembra una dimensione altra. Gli spazi caravaggeschi, affogati nella penombra, sono appena rischiarati da finestre opache. I personaggi vi si muovono con azioni ritmiche – pelano ortaggi, sfilettano pesce, gonfiano una mongolfiera – o bloccate in una stasi inspiegabile, come una veglia misteriosa. Con qualche sentore del cinema di Apichatpong Weerasethakul o Tsai Ming-liang. Il primo (mezzo) dialogo arriva dopo 20 minuti. La storia è anch’essa il raggio di una chiacchierata nel chiaroscuro di una scrittura completamente disossata. Quando il protagonista Bassley si racconta – come è finito a Saigon, perché vive con le quattro sconosciute – quello che più conta è che ormai siamo trasportati, per ipnosi, in quel mondo parallelo, nei suoi gesti di sopravvivenza.

Metafisica del cinema d’autore

Senza voler ipotizzare per Bảo una cultura figurativa occidentale né intenti citazionisti, è inevitabile osservare, almeno per occhi allenati, come questo arthouse cinema, così controllato nella forma, faccia sovvenire il controllato rigore di certa pittura europea. Non pare azzardato definire i 97 minuti di Taste come l’editing sapiente di tableaux vivants. I personaggi sono spesso volontariamente, esasperatamente immobilizzati. Facile a immaginarsi il set del regista vietnamita: ciak, inazione! Lo stretching dei calciatori dal corpo d’ebano è freezato come in quadri simbolisti di Ferdinand Hodler. Lo shampoo-doccia di gruppo dei coinquilini, al pari di certi riposi notturni in nudità, si congela in figure isolate come in dipinti di Cagnaccio di San Pietro. In uno dei tanti stanzoni incolori e spogli, le donne si ri-dispongono su un letto a castello come manovrate da una mano invisibile che stia componendo un intarsio di figure umane.

Taste, donne nude dormono sul pavimento

Taste: le donne nude dormienti sono sospese in una stasi che ricorda Dopo l’orgia (1928) di Cagnaccio di San Pietro

La sensazione complessiva è quella di un realismo magico così spinto alle estreme conseguenze, che il realismo sia diventato, piuttosto, metafisica – pura realtà mentale del regista vietnamita; e il magico, una qualche allucinazione solidificata, alla cui sospensione, nonostante tutto, si crede per l’ostinata concretezza di una pentola di latta, di una pannocchia croccante, di un uovo sgusciato.

L’altra metà è umana

Se non fosse, appunto, per la tangibilità di alcuni oggetti, o per l’irruzione corporea di certi suoni – il grufolare del maialino, l’osso spezzato del pollo al vapore, i gemiti soffocati di un amplesso in secondo piano – Taste sarebbe solo un reame dell’immaginario. Una specie di ricordo trasfigurato: oscuro nelle luci, oscuro nel significato. E invece, l’esperienza dello spettatore, già satura per l’estetica impeccabile di Bảo, si riempie anche per il timing dei pochi dialoghi. Alla fine, ebbene, qualche storia – anche solo di background – c’è. Come dice Bassley:

Magari pensi di sapere dove stai andando, ma poi scopri che la strada giusta è un’altra

Nel clima da confessionale del film, sgorgano improvvise e fluide confessioni autobiografiche. C’è quella di Bassley stesso: il figlio lasciato in Africa, l’infortunio con licenziamento, la miseria. Ma anche le donne raccontano a mezza voce storie di dignità e solitudine. Ed è forse qui, nell’emersione delle istanze sociali in mezzo alla fotografia metafisica, insomma, nel risveglio dell’umano, che il regista vietnamita pare avvicinare il cinema di Pedro Costa. Comprese le presenze spiritiche. E in tema di spiriti, il miracolo è che l’ammaliante pienezza di Taste sia ottenuta così, per svuotamento: di dialoghi, di storia. Con un risultato finale che ha tutt’altro dell’insipido: è il gusto di un cinema che è provocazione intellettuale, trance per bellezza, ridestarsi della sensibilità.

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Taste

  • Anno: 2021
  • Durata: 97'
  • Distribuzione: MUBI
  • Genere: Drammatico, grottesco
  • Nazionalita: Vietnam, Singapore
  • Regia: Lê Bảo
  • Data di uscita: 16-February-2022