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Servant 3: la recensione dell’inquietante serie di Shyamalan

Le ossessioni e le inquietudini di Dorothy e Sean non sono finite: nuovi incubi attendono la famiglia della serie del creatore del Sesto Senso

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Servant è una serie disponibile su AppleTv composta da tre stagioni, ideata da Tony Basgallop e prodotta (e anche diretta in alcuni episodi) da M. Night Shyamalan.

La trama

I genitori Dorothy (Lauren Ambrose) e Sean Turner (Toby Kebbell) assumono una giovane tata, Leanne (Nell Tiger Free), per accudire una bambola reborn, unico strumento che è servito per riportare la donna dallo stato catatonico in cui era caduta dopo la morte del figlio Jericho. Con il passare del tempo, però, la bambola sembra diventare un vero neonato…

La recensione

Cos’è uno spoiler? Tecnicamente, è qualcosa che riporta delle informazioni che potrebbero svelare i punti salienti di una storia.

Il McGuffin, invece, è un oggetto o un evento utilizzato in un’opera di finzione come espediente narrativo. Irrilevante o insignificante di per sé, tanto che spesso scompare nel corso della narrazione o comunque non viene compiutamente svelato allo spettatore, serve a fornire una motivazione alle azioni dei personaggi e allo svolgersi della trama.

Night Shyamalan ha praticamente basato l’intera sua carriera correndo su questi due concetti, sbilanciandosi sul secondo e giocando con il primo, ha perfezionato l’idea di McGuffin che aveva Hitchcock e ne ha fatto il cuore profondo della sua opera, rivestendolo di un significato metatestuale che di per sé non ha mai avuto.

Se l’ideazione di Servant è opera di Tony Basgallop, a mettere in scena gli incubi della famiglia Turner è proprio Shyamalan, che in parte dirige ma soprattutto produce, lasciando un’impronta indelebile sullo show: estrema eleganza formale, arditezza della storia, ma soprattutto intrattenimento con contenuti intelligentissimi.

E Servant, da par suo, è il McGuffin portato all’ennesima potenza, lo spoiler vivente e autoriprodotto: una storia su cui, pur avendo alle spalle tre stagioni (la terza ancora in corso) e quindi 30 episodi da 30’ ciascuno non può, e non deve, svelare nulla di sé stesso, perché ogni mattone della sua costruzione sorregge il successivo: ne levi uno, crolla tutto e svela il mistero.

Probabilmente a questo fattore sono dovuti i dubi che potevano sorgere nella visione della prima stagione del bel serial di AppleTv: che in pratica non chiudeva nessuna trama e anzi con l’ultimo episodio rilanciava, addensando ancora di più la spessa coltre che avvolgeva la narrazione con un fitto reticolato di misteri le cui maglie andavano stringendosi sempre più e facendo sperare lo spettatore in qualche domanda, per poi disilluderlo e rigettarlo nel buio della ragione. Che genera mostri.

Sarebbe scontato dire che il regista de Il Sesto Senso ha una predilezione neanche troppo nascosta verso il genere horror, che accarezza e smonta come un giocattolo per rimontarlo rispettandone i concetti fondamentali ma decostruendone le infrastrutture.

Così come è scontato ormai dire che proprio l’horror oggi è il genere che più di tutti serve a mostrare il presente, a dare chiavi per le serrature della contemporaneità, a decifrare segni e segnali politici e sociali: questo Shyamalan lo sapeva benissimo fin dal Sesto Senso e anzi ha poi restituito uno dei film più terrificanti, lucidi e spietati del nuovo millennio, The Village, così pieno di attualità da essere sempre urgente e necessario. Anche Servant è così: più va avanti, più mostra la sua struttura, più affascina e regala brividi di puro piacere.

Con un cast ridotto al lumicino, l’essenziale struttura drammaturgica, e quell’ambientazione dichiaratamente psicoanalitica che rende la casa dove è ambientata tutta la storia un labirinto di senso, un corpo pulsante pieno di anfratti e luoghi bui, coni d’ombra che nascondono rimosso e rimorso dell’anima: tutti i suoi film sono costruiti con una lenta progressione in sottrazione.

Shyamalan prende i suoi personaggi e li immerge in una narrazione lenta e meditativa, mentre lentamente ma inesorabilmente l’empasse della quotidianità scivola nella follia, nel grottesco, nel terrore dell’assenza di senso. Perché scoprono l’orrore, prendono atto dell’inverosimile, rileggono l’orrore restituendo la paura attraverso l’assenza e non la presenza, la tensione attraverso il suggerimento e non l’imposizione del gran guignol.

In Servant è tutto rimandato. Ogni svolta si allontana sempre più, è un coito interrotto continuo che rimanda a dopo, un’attesa snervante che svela l’inessenzialità del McGuffin e contemporaneamente lo pone al centro di tutto. L’inconoscibile resterà tale, e lo fa mentre sembra imprescindibile la conoscenza, la comprensione.

In Servant, ma come nel Sesto Senso, in Signs, in The Village, nei più recenti The Visit, Split, Old e Glass, nell’incompreso E Venne Il Giorno: c’è sempre una famiglia disfunzionale alle prese con la malattia. Che irrompe nella vita “normale” come una cameriera qualunque, una serva, un intruso pasoliniano che prende su di sé le ombre e le psicosi della famiglia e le restituisce frastagliate come un prisma.

Tutti i registi che hanno seguito e preceduto Shyamalan dietro la macchina da presa degli episodi hanno saputo coerentemente tenere botta e mantenere saldo il timone del senso della serie: è per questo che anche nella seconda e in questa terza -in onda- stagione Servant raggiunge vette incredibili di inquietudine e descrive come mai la paranoia (impossibile non citare la straordinaria prova della bellissima Ambrose), tutto mentre si mantiene stabilmente un prodotto raffinatissimo e di alto livello, evitando accuratamente i trabocchetti della lunga serialità grazie alla durata ridotta di ogni episodio. Che diventa un frammento di un puzzle più grande solo in apparenza: vedere la terza stagione non rende più comprensibile nulla, fa solo in modo che l’oscurità lambisca tutto e il buio divori ogni anima.

 

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Servant

  • Anno: 2019
  • Durata: 3 stagioni, 30 episodi
  • Distribuzione: AppleTv
  • Genere: horror, thriller
  • Nazionalita: stati Uniti
  • Regia: M. Night Shyamalan, Daniel Sackheim