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Intervista a Roberto Zibetti, tra i protagonisti di ‘Yara’

Tra i protagonisti della miniserie Netflix, Yara, firmata da Marco Tullio Giordana, Roberto Zibetti ha ripercorso con noi la sua carriera, dagli inizi con Luca Ronconi fino al ruolo di Rudi Garcia in Speravo de morì prima.

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L’intervista a Roberto Zibetti dà modo di percepire subito il valore di chi abbiamo davanti. Maturato tra le fila di mostri sacri, quali Luca Ronconi, Giorgio Strehler ed Elio Capitani, l’attore originario del New Jersey, ma torinese d’adozione, ha alle spalle un’esperienza incredibile ed encomiabile. Dai palcoscenici d’Italia ai ruoli sul grande schermo, passando per alcune importanti regie teatrali.

E non è un caso che Marco Tullio Giordana torni ad affidarsi a lui, dopo averlo diretto ne I cento passi, per un ruolo difficile come quello di Massimo Bossetti, nella miniserie targata Netflix, Yara. In attesa di ritrovarlo nella terza stagione de La porta rossa, al fianco di Lino Guanciale, ecco cosa ci ha raccontato della sua carriera e dei suoi lavori.

Intervista a Roberto Zibetti | Torino come fucina di talenti

Nato negli States, ma cresciuto a Torino, una realtà estremamente viva dal punto di vista artistico. Quanto ciò ti ha aiutato e/o condizionato nella tua esperienza? La recitazione è stata il tuo sogno sin da piccolo?

Beh ho iniziato molto giovane, durante il liceo (il Vittorio Alfieri, ndr.), facevo dei corsi il pomeriggio e frequentavo dei laboratori. Poi sono entrato alla Scuola Nazionale, proprio perché c’era Luca Ronconi. Ho debuttato con lui ne Gli ultimi giorni dell’umanità.

Sono cresciuto prima all’interno del Teatro Stabile di Torino e poi al Piccolo Teatro di Milano, per cui ho avuto la fortuna di essere inserito in un crogiolo di grandissima qualità. E poi Torino ha una cultura, sia lavorativa che underground, di prim’ordine. È una città con molto tessuto vitale, ci ho vissuto tanti anni e me lo porto sempre dietro. Possiede una qualità sia culturale, che un modo di lavorare, molto rari.

Qui ho anche fondato una compagnia (la ‘O Zoo Nõ, ndr.), che oggi non esiste più, insieme a Massimo Giovara, Benedetta Francardo e Paola Rota. Tra il 1997 e il 2005 abbiamo fatto una serie di spettacoli, come East di Steven Berkoff, Il giovane Holden di J.D. Salinger, Come le lumache sull’erba di Alberto Milazzo.

Tanti testi sempre all’insegna della ricerca, sull’onda di quella che è la ricerca degli anni Settanta, che era per me un preziosissimo laboratorio di indagine. Non a caso l’abbiamo fondata a Torino. Già in epoca non sospetta, nel 2001, all’alba della nuova tecnologia, avevamo fatto un format che si chiama Laundrette Soap, che legava televisione, internet e teatro dal vivo.

Gli insegnamenti dei grandi maestri e l’emozione del palcoscenico

Cosa ti porti dietro di quegli anni e dei grandi maestri con cui hai lavorato, da Ronconi a Strehler? C’è qualche lezione e/o insegnamento che ancora oggi utilizzi nel tuo lavoro?

Beh quasi tutto praticamente, io mi sono formato con loro.

Il nostro mestiere è fatto per metà di cuore e per metà di tecnica, e bisogna trovare un giusto equilibrio tra le due cose.

Uno per divertirsi, due per fare un lavoro di qualità. Deve essere sempre un misto di grande competenza artigianale e di istinto poetico. Ecco questa è la costante che ho sempre trovato in tutti i grandi con cui ho lavorato.

Il teatro è una parte importantissima della tua carriera. Che emozione ti dà salire su un palcoscenico? È una dimensione che senti più tua rispetto ad altri mezzi?

Quando sali su un palcoscenico ti senti protetto, come se fosse un acquario. È una dimensione definita, che conosci, puoi muoverti quindi in maniera protetta. Per quanto riguarda l’altra domanda, non trovo ci sia particolare differenza tra recitare a teatro o al cinema. È come il fatto di suonare: puoi farlo in un concerto, per una registrazione o in vari contesti.

Indubbiamente il teatro ti dà l’esperienza di essere un fatto unico e irripetibile, e quando lo fai si crea un rapporto col pubblico molto caloroso, gratificante. Il teatro si porta dietro una ritualità in qualche modo rassicurante, perché tu sai che quella è la tua casa, da un punto di vista artistico. Ma sempre di recitare si tratta.

C’è un personaggio o uno spettacolo a cui sei rimasto particolarmente legato?

Direi il senatore Herbert Lehman nella Lehman Trilogy di Luca Ronconi, tra i personaggi compiuti. Ma sono rimasto anche molto affezionato al Zorzetto de Il campiello (di Carlo Goldoni, ndr.), che ho fatto all’università.

Il mestiere dell’attore e il lavoro sul personaggio

Hai interpretato numerosi monologhi. Secondo te quanto è solitario il mestiere dell’attore e quanto invece aiuta la coralità?

È un mestiere molto solitario che però trova il suo senso nella coralità, perché una coralità è un insieme di individualità.

Per cui bisogna essere consci che sia un mestiere fatto di solitudine, ma anche che quell’individualità trova espressione nel confronto con le altre.

La coralità rimane il fattore più importante, che bisogna sperare di proporre su un palcoscenico.

I monologhi sono un esercizio e sono anche più facili da gestire, da un punto di vista produttivo. Comunque anche quando fai un monologo hai dei tecnici che ti danno una mano, per cui non è un atto completamente in solitudine.

Sei uno dei migliori caratteristi di sempre. Hai affrontato una gamma di personaggi molto ampia, e spesso hai avuto a che fare con figure non esattamente positive. Come lavori sul personaggio e come te ne distacchi quando ne hai uno particolarmente difficile?

Fondamentalmente, andando avanti nella carriera, ti rendi conto che il distacco è fondamentale quanto l’empatia. Per cui uno fa un lavoro approfondito sull’emozione, per dare ricchezza e colore al personaggio, però si fa come un’esecuzione, non è che sei tu quel personaggio.

Altrimenti quando si va in zone di contraddizione troppo esplicite diventerebbe troppo faticoso. Serve una giusta dose di empatia, di colori emotivi per cercare di raccontare quelle contraddizioni, ma sempre in termini di un artigianato consapevole di quello che sta facendo.

Intervista a Roberto Zibetti | Tra Marco Tullio Giordana, i The Jackal e Rudi Garcia

Nella tua carriera hai lavorato con moltissimi artisti. Sei passato da Marco Tullio Giordana e Bernardo Bertolucci ai The Jackal. Come è stata l’esperienza su quel set e hai notato una differenza tra un modo di lavorare “vecchio stampo” e una generazione che proviene da YouTube?

Io mi sono divertito tantissimo sul set dei The Jackal (il film è Addio Fottuti Musi Verdi, ndr.)e la cosa principale è lo spirito che c’era tra di loro, questo spirito di grande collegialità e di divertimento collettivo, da cui nascono proprio i loro contenuti. Credo che sia una cosa preziosissima.

Roberto Zibetti in Addio Fottuti Musi Verdi.

Tant’è che a Ettore Scola, negli anni Settanta, quando chiedevano perché si facevano tanti bei film, rispondeva noi ci sedevamo a tavola, parlavamo, raccontavamo un sacco di fregnacce e poi solo una andava a casa e scriveva una pagina. Era Suso Cecchi D’Amico. E da lì poi venivano le idee dei film. Per dire che il divertimento insieme è un valore estremamente importante del nostro mestiere.

Il ricordo più appagante che mi porto dal set dei The Jackal è proprio che c’era uno spirito di grande divertimento, nel fare le cose insieme e farle con enorme qualità. Trattandosi di ruoli precisi, ma essendo sempre in confronto gli uni con gli altri. Questo è il vero carburante in un percorso espressivo.

E come è stato invece interpretare Rudi Garcia in Speravo de morì prima?

Mi è piaciuto tantissimo. Anche se il personaggio era piccolo, ho letto la biografia di Garcia, Al centro del villaggio, ed è stato un libro che mi ha commosso enormemente. Credo proprio per questo tema, che come negli sport, nell’arte, da un lato soffriamo di una grande solitudine, del giocatore o dell’attore, dall’altro però le cose si fanno insieme, da squadra. Un personaggio fantastico, che mi sono divertito a preparare.

A distanza di un ventennio da I cento passi sei tornato sul set con Marco Tullio Giordana…

Eravamo molto contenti entrambi di ritrovarci, è stato molto piacevole. Lavorare con Marco Tullio è sempre un’esperienza molto particolare, molto bella, perché è un uomo di grandissimo acume poetico. Sa perfettamente quello che vuole e costringe anche te a fare delle proposte molto decise, di modo che lui possa scegliere, ed è molto bello questo tipo di processo.

Le nuove generazioni e l’avvento dello streaming

Hai recitato anche in un piccolo film come Cobra non è. Quanto è importante lo scambio generazionale e cosa pensi del cinema italiano di oggi, anche a fronte di questo nuovo mezzo di fruizione che è lo streaming attraverso le varie piattaforme?

Ho un’enorme fiducia nelle nuove generazioni, penso siano molto vitali e piene di contenuti, e anche di un’ottima capacità di organizzarsi, di fare le cose.

Mi sembra che stiano portando una linfa all’indotto cinematografico. Che poi questo si stia velocemente trasformando e che le piattaforme abbiano un peso oggi così importante, è un fatto che bisogna in qualche maniera accettare come un fatto evolutivo.

Da un lato preservare, per quanto possibile, l’esperienza cinematografica, come prima si diceva rispetto al teatro. È un luogo in cui si va tutti insieme, è una ritualità, per cui rimarrà un’esperienza particolare e che va protetta e coltivata. Cercando di fare in modo, per esempio, che ci siano le proiezioni in lingua originale, dal momento che ormai in piattaforma siamo abituati a vedere i film così.

L’ideale sarebbe poter curare sempre meglio la qualità in termini cinematografici, dall’altra le piattaforme portano una tale quantità e anche qualità di cose prodotte che non penso che si possa fare finta che non ci sia un’evoluzione. Bisogna inserirsi nel flusso e cercare di mantenere soprattutto la qualità del lavoro, che insomma cambia, diventa tutto più veloce, con un rischio di superficialità. Però insomma la superficialità poi può anche essere espresssione di coerenza e di profondità.

Bisogna essere consapevoli che le cose stanno cambiando, ma non per questo perdere la qualità di approccio e il divertimento a fare questo mestiere. Penso che sarà ciò che ne preserverà il senso.

Intervista a Roberto Zibetti | Perché è importante che il cinema parli di cronaca

In questi mesi abbiamo visto sui nostri schermi opere basate su fatti di cronaca realmente accaduti, come per esempio Alfredino e Yara. Credi sia importante che il cinema e la televisione affrontino determinati argomenti e raccontino queste storie?

Penso che il film, e il discorso artistico in generale, abbiano dalla loro il fatto di parlare con grande tatto, delicatezza. Noi siamo abituati a fatti di cronaca che vengono messi in un’arena, in piazza, tutti quanto che si divorano. E ci si dimentica dell’atrocità del fatto, semplicemente per scontrarsi sui punti di vista.

intervista Roberto Zibetti Yara

Roberto Zibetti in una scena di Yara.

Invece un discorso cinematografico porta un certo rigore, una secchezza cronachistica, fatta di grande rispetto per il tema che si sta narrando. Un film poi si porta dietro tanto altro.

Nel caso di Yara il punto di vista è molto discreto, si tende a raccontare più i fatti come si sono svolti.

Io credo proprio per rispetto nei confronti dell’accaduto. Il fatto che venga raccontata la vicenda da una mano molto esperta, credo che aiuti a raccontare quello che è successo, però in una maniera rispettosa dei fatti. Cosa che, a volte, la cronaca televisiva e dei giornali fa fatica a mantenere.

C’è un autore, un regista con cui ti sarebbe piaciuto o ti piacerebbe lavorare?

Ce ne sono tantissimi, devo dire, io sono abbastanza onnivoro. Mi piacciono tutti i registi nostri di nuova generazione. Se devo citare un regista del passato con cui mi sarebbe piaciuto recitare forse Sydney Pollack, uno dei grandi degli anni Settanta.

*La foto in evidenza è di Roberta Krasnig

*Salve sono Sabrina, se volete leggere altri miei articoli cliccate qui.

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