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Approfondimenti

Exploitation. Violenti, perversi, assurdi, scorretti. Il cinema delle Grindhouse

Dai cannibal movie alla nazisploitation: breve guida ai film e ai generi più rappresentativi ed estremi del cinema exploitation anni '60 e '70.

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“Depressi in fuga dal lavoro alla ricerca di un nascondiglio dove passare le giornate, pervertiti ossessionati dal sesso, gente del centro in cerca di diversivi a buon mercato, adolescenti che saltano la scuola, coppiette avventurose appartate in fondo alla sala e cacciatori di coppie che li sbirciano furtivamente, tossici sballati, senzatetto che dormono sulle poltroncine, borseggiatori…”

Così vengono descritti nel libro Sleazoid Express: un tour strabiliante attraverso il cinema Grindhouse di Times Square i tipici clienti delle sale sparse lungo tutta la 42esima Strada di New York. O perlomeno quella parte di pubblico che le ha frequentate dagli anni ’70 fino a metà ’80, quando l’avvento dell’home-video ha dato alle grindhouse il colpo finale e i film a basso budget normalmente proiettati sui loro schermi – pellicole quasi sempre sgranate e logorate dalle troppe proiezioni – sono diventati poi i cosiddetti direct-to-video-movies, da guardare in videocassetta comodamente spaparanzati sulla poltrona di casa.

Ma facciamo un salto indietro, più precisamente nella Hollywood di fine anni ’60. Mentre il cinema patinato e costoso del cosiddetto Periodo d’oro stava ormai – e finalmente – esalando gli ultimi respiri per lasciare spazio alle innovazioni della New Hollywood, parallelamente nasceva un sottobosco di produzioni a basso e bassissimo budget, film pronti a soddisfare quel pubblico desideroso di vedere tutto ciò che fino a quel momento non era stato possibile mostrare sul grande schermo.

Sangue, nudità, sesso, droghe erano gli ingredienti principali del cinema d’exploitation. Le sale d’elezione erano quelle delle cosiddette grindhouse, una sorta di corrispettivo urbano dei drive-in, dove venivano proiettati film dei più svariati generi, spesso in lunghe maratone a buon mercato o nella cosiddetta formula double/triple-feature.

Prima che televisione e home-video ne decretassero la fine, comunque, nelle grindhouse sono nati svariati generi e sotto-generi. Alcuni più violenti di altri, alcuni più erotici, alcuni perfino più impegnati, e altri semplicemente assurdi. E anche se le grindhouse hanno smesso di esistere da quasi quarant’anni, alcuni di questi generi e di queste opere non hanno mai smesso di appassionare nuovo pubblico e di influenzare generazioni di autori (basta citare, per quanto sia forse scontato, la doppia opera della coppia Tarantino & Rodriguez costituita da A prova di morte e Planet Terror e uscita nelle sale americane proprio con il titolo “Grindhouse”).

Ecco quali sono alcuni dei migliori film e registi per scoprire il cinema preferito da Quentin Tarantino, divisi nei suoi sottogeneri più rappresentativi.

La Bikexploitation

Dopo l’uscita nel 1953 de Il selvaggio – con un iconico Marlon Brando – i film basati sul “popolo a due ruote” si fecero sempre più frequenti e la tendenza non accennò a fermarsi neanche per tutto il decennio successivo. Nel corso dei ’60 però il filone si fece più spinto sotto il profilo della violenza e del sesso, e gli antieroi in giacca di pelle e Ray-Ban, da protagonisti, diventarono sempre più spesso crudeli carnefici ninfomani e perennemente strafatti.

In mezzo a un mare di obbiettiva spazzatura, già prima dell’arrivo di Easy Rider (1969, di D. Hopper), si muovevano alcune opere degne di nota. Una di queste è I selvaggi (1966), uno dei maggiori successi economici nella carriera di Roger Corman, mentre il precedente e meno conosciuto Motorpsycho! (1966) di Russ Meyer regista famoso principalmente per l’uso di attrici ultra-maggiorate nel periodo pop-porn della sua filmografia (ovvero quello successivo a Vixen, uscito nel 1968) – è considerato solitamente il codificatore del genere.

Appena prima di girare, quello stesso anno, quel capolavoro di Faster, Pussycat! Kill! Kill!, Meyer abbandona le nudità e i seni prosperosi – ma solo per questo film – per regalare al pubblico di poche pretese dei drive-in e delle grindhouse una storia fatta di Harley-Davinson, stupri e omicidi a sangue freddo, asfalto e polvere. Il film segue la movimentata giornata di un trio di motociclisti decisamente fuori di testa – chi perché perseguitato dai ricordi traumatici del Vietnam, chi solo per inclinazione – che, incapace di trattenere i propri istinti, commette violenze e oscenità a destra e a manca finché un uomo e una donna, entrambi rimasti vedovi proprio a causa delle azioni dei tre, non decidono di regolare i conti.

La Blaxploitation

Ben prima di A prova di morte, già nel 1997 Quentin Tarantino aveva voluto omaggiare il cinema d’exploitation con il suo terzo film: Jackie Brown. L’omaggio non si limitava però al cognome della protagonista e al colore della sua pelle (che nel romanzo da cui il film è tratto, Punch al Rum, di cognome fa Burke ed è caucasica), ma riguarda anche l’attrice scelta ad interpretarla: Pam Grier, vera propria eroina e simbolo della blaxploitation.

Questo prolifico filone rappresenta, fra tutte le strade intraprese dall’exploitation nel corso degli anni, quella ad aver avuto il maggior impatto sul cinema a venire e ad aver portato – soprattutto sul piano artistico – ai risultati migliori. Sebbene fosse nato (con Sweet Sweetback’s Baadasssss Song di Melvin Van Peebles, nel 1971) come genere girato, interpretato e indirizzato a gente di colore, il regista più rappresentativo della blaxploitation è il bianco Jack Hill, classe 1933, autore di alcune perle dell’exploitation tutta, ma soprattutto di due delle migliori pellicole black: Coffy (1973) e, appunto, Foxy Brown (1974), entrambe con protagonista la sopra citata Pam Grier.

La blaxploitation non ha mancato nel corso degli anni di ibridarsi con altri generi – basti pensare a Blacula (1972), reinterpretazione del classico horror di B. Stoker in chiave afroamericana – ma la formula classica e più usata era in genere quella di una crime story con protagonista un detective (come nella serie Shaft) oppure un criminale, in entrambi i casi di colore.

Shoxploitation e Rape and Revenge

Come già detto in precedenza, il pubblico degli anni ’70, dopo aver subito decenni di morti fuoricampo e corpi apparentemente privi di sangue, era assetato di violenza: più sangue finto veniva versato, più gente moriva e più i modi in cui ciò accadeva erano crudeli e sadici, più biglietti si vendevano. E questo i produttori e gli esercenti lo avevano capito bene, quindi non ci volle molto perché l’esterno delle grindhouse si riempisse di locandine con slogan che facevano a gara nel proclamarsi come il “film più disturbante/scioccante/crudele mai girato; bandito in più di novanta paesi!”. Alle volte questi film erano davvero scioccanti. Altre volte era semplice pubblicità.

Uno dei sotto-generi principi di questa tanto ricercata violenza (sempre più) estrema fu il rape and revenge. I film che ne facevano parte seguivano più o meno tutti lo stesso canovaccio: una protagonista femminile subisce sevizie di vario genere e successivamente lei, o chi per lei, la fa pagare agli aguzzini, finendo spesso per superarli in quanto a spietatezza. In genere si considera L’ultima casa a sinistra (1972) di Wes Craven il precursore del genere, mentre il merito di aver codificato la formula della “donna vendicatrice” lo si dà erroneamente al noto Non violentate Jennifer (1975), quando in realtà non molti sanno che in Svezia l’anno precedente era stato girato – e bandito – il film Thriller – A cruel picture aka They call her One-eye, per la regia Bo Arne Vibenius (che qui si firma con lo pseudonimo Alex Fridolinski).

Il film svedese, sebbene sia forse meno fantasioso nella messa in scena degli omicidi rispetto al cugino statunitense, non si preoccupa certo di porsi alcun freno nella rappresentazione di varie atrocità (e questo diede molto da lavorare ai censori svedesi e non): pedofilia, scene di sesso spinto in cui la camera non si fa alcun problema nell’indugiare in lunghi primi piani dei genitali, eroina, un occhio cavato con un bisturi da un sadico magnaccia, ralenti volti a mostrare nel dettaglio i corpi martoriati dai colpi della nostra inespressiva protagonista.

Ancora una volta, il buon Tarantino ha omaggiato la pellicola in uno suoi film più riusciti, nonché uno dei revenge movie più famosi della storia, Kill Bill vol.1 & 2, attraverso il personaggio di Elle Driver e la sua benda sull’occhio.

Women in prison e Nazisploitation

Decisamente – e giustamente – il filone più controverso del cinema d’exploitation, la nazisploitation può essere considerata la figlia degenere di un altro sotto-genere, quello delle women in prison – in cui bellissime carcerate vengono assoggettate da altrettanto fascinose guardiane lesbiche – che a sua volta è una branca della sexploitation, termine ombrello che racchiude tutte quelle pellicole che facevano della messa in mostra di corpi e rapporti sessuali più o meno espliciti la succulenta esca per attirare il pubblico in sala.

Ed è proprio nel cuore di questa matrioska di perversione che si trova Ilsa, la belva delle SS. Nessuna vera trama, nessun senso apparente, nessun messaggio nascosto, solo una sensuale Dyanne Thorne in divisa nera scollata e fascia rossa sul braccio che tortura prigioniere ebree nei modi più disparati e perversi ed evira ufficiali nazisti impotenti perché incapaci di soddisfarla. Siete ancora qui? Non siete già corsi a cercare su Amazon o Ebay una qualche vecchia edizione home-video sovrapprezzata? Strano.

Se questo film è generalmente considerato l’apice del filone per quanto riguarda il livello di depravazione e cattivo gusto, esistono anche esempi di opere che sono sì ascrivibili alla nazisploitation, ma che, a differenza di Ilsa e altri epigoni, non si limitano a usare gli esperimenti e le torture inflitte nei campi nazisti come pretesto per mettere in scena nudità e atrocità, ma riescono anzi a presentarsi come opere aventi un certo grado di “artisticità”.

Curiosamente, queste opere (o perlomeno le più famose) sono figlie del Bel paese: nel ’74 usciva nelle sale nostrane Il portiere di notte di Liliana Cavani che, grazie alla morbosa e accurata descrizione del rapporto amoroso – più vicino alla sindrome di Stoccolma che all’amore, in realtà – fra una prigioniera ebrea e il suo aguzzino, e grazie alle scene oniriche dall’estetica nazi-kitsch, viene considerato il vero capostipite del genere. Negli anni successivi usciranno Salò o le 120 giornate di Sodoma (1975) di P.P.P. e Salon Kitty (1976) di Tinto Brass. Due opere che riviste oggi sono difficilmente considerabili “d’exploitation”, ma che, se proiettate nella sala di una grindhouse qualsiasi, non avrebbero di certo lasciato insoddisfatto quel pubblico tanto abituato a fagocitare sesso e violenza in grandi quantità.

L’exploitation italiana: Mondo movie e Cannibal movie

Quello italiano non è stato un territorio prolifico solo per quanto riguarda nazisti sadici e sessuomani, ma ha anche dato alla luce due dei filoni più esotici ed estremi del cinema d’exploitation. Due filoni che, sotto il profilo delle tematiche e dei linguaggi utilizzati, si sono spesso ritrovati molto vicini l’uno all’altro.

Il primo è quello dei cosiddetti mondo movie, documentari privi in genere di pretese educative, scientifiche o informative che puntano principalmente a colpire allo stomaco lo spettatore con immagini reali – o presunte tali – di usanze controverse o scioccanti riprese in varie parti del mondo (non a caso il genere è anche spesso indicato col termine shockumentary). Questo particolare sotto-genere documentaristico deve il proprio nome a Mondo cane (1962), diretto da Gualtiero Jacopetti, Paolo Cavara e Franco Prosperi, prima opera di questo tipo ad aver riscosso ampio successo in tutto il mondo, oltre che ad essere stata candidata all’Oscar per la miglior colonna sonora e ad aver ottenuto il premio come miglior produzione al 15° Festival di Cannes. Il film è una sorta di collage di usanze e riti di vari popoli nel mondo – si parte dall’Italia meridionale per arrivare fino all’Africa, dalle strade di Berlino a fitte giungle – che vanno dal curioso all’inconsueto fino ad arrivare allo scioccante.

Benché tutto sommato Mondo cane, soprattutto se rivisto oggi, non necessiti di uno stomaco poi tanto forte per arrivare ai titoli di coda, l’ondata di mondo movie che ne conseguì andò ben oltre le autoflagellazioni del venerdì santo mostrate nell’opera capostipite. Sempre più spesso gli autori di questi controversi documentari si spingevano in luoghi remoti del pianeta alla ricerca dei riti e delle usanze più cruente, anche se (come era probabilmente ovvio anche allora) si trattava nella maggior parte dei casi di messe in scena spacciate per vere. Questo potrebbe farci considerare i mondo movie come dei proto-mockumentary (per chi non lo sapesse, si tratta di quel genere di film, quasi sempre orrorifici, che si pongono come un “finto documentario” o comunque come un filmato ritrovato; alla The Blair witch project o alla Rec, per intenderci) e ci permette di collegarci direttamente al prossimo genere: il cannibal movie.

Forse il sotto-genere più spinto in assoluto dal punto di vista del gore; un grand-guignol di torture inaudite e degradazione del corpo umano, denso di scene capaci di mettere a dura prova perfino i più intrepidi appassionati di cinema estremo. Genere nato e cresciuto in Italia, la sua nascita viene fatta coincidere con l’uscita nel 1972 de Il paese del sesso selvaggio di Umberto Lenzi, anche se ad aver portato alla ribalta il genere fu Ruggero Deodato, soprannominato con merito dai francesi Monsieur Cannibal, che grazie alla sua Trilogia dei cannibali (che comprende: Ultimo mondo cannibale, Cannibal Holocaust, Inferno in diretta) sconvolse le platee di allora e continua a deliziare gli appassionanti di splatter di oggi.

Col suo secondo film a tema cannibale, Cannibal Holocaust (1980), Deodato realizzò il primo vero mockumentary della storia, ben diciannove anni prima di quel The Blair witch project che viene normalmente ed erroneamente considerato inventore dell’espediente narrativo del reportage ritrovato. Nella prima parte del film seguiamo, all’interno della foresta amazzonica, un gruppo di esploratori alla ricerca di quattro giovani video-reporter che, due mesi prima, si sono addentrati nella giungla al fine di documentare la vita delle popolazioni indigene che ancora ricorrono al cannibalismo. Invitati ad un pranzo cannibale dalla tribù degli yanomamö, scopriranno che i quattro giovani sono stati divorati e tutto ciò che resta di loro sono delle videocassette contenenti il materiale registrato nei giorni precedenti alla loro morte. Visionando i filmati, però, scopriranno che l’identità dei veri carnefici non è quella che pensavano. Fra uccisioni reali di animali, corpi smembrati e carni divorate, evirazioni, neonati affogati nel fango e molto altro, il capolavoro di Deodato richiede ancora oggi uno sforzo non indifferente per essere portato a termine.

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