Connect with us

VISTI AI FESTIVAL

Venezia .68. “Missione di pace”: se non sono commedie non le vogliamo (Settimana della critica)

L’esordio di chiusura della Settimana della Critica a Venezia è stato occupato dalla commedia di Francesco Lagi, “Missione di pace”. Una manovra sicuramente scaltra dal punto di vista commerciale, per andare in contro ai gusti di un pubblico ben poco esigente

Publicato

il

L’esordio di chiusura della Settimana della Critica a Venezia è stato occupato dalla commedia di Francesco Lagi, Missione di pace. Una manovra sicuramente scaltra dal punto di vista commerciale, per andare in contro ai gusti di un pubblico ben poco esigente, quello italiano, con un’opera di media entità girata in terra straniera con un cast strategico e di compagnia.

Il capitano Vinciguerra (Silvio Orlando) è un personaggio chiave dell’esercito e per questo viene incaricato di una missione top (più o meno) secret nell’aerea balcanica: il recupero di un fuggitivo della passata guerra, Radovan Pavlevic (Ivo Ban). Purtroppo per una coincidenza fortuita, si aggrega alla comitiva di buffi personaggi anche il figlio (Francesco Brandi), pacifista attivo e logorroico, che complica la faccenda creando scompiglio nel gruppo e nella missione. In realtà, a guerra finita, il vero nemico di questa missione si dimostra essere piuttosto l’affascinante e incontaminata natura con cui i militari si trovano a dover convivere, a quanto pare, senza conoscerne perfettamente i ritmi e gli imprevisti. Isolati da una pioggia torrenziale, i due Vinciguerra sono costretti ad incamminarsi in pigiama per recuperare il resto della truppa in una convivenza forzata e benefica per il loro rapporto: fino a quando, sarà per primo Pavlevic a trovarli.

Più che un viaggio per scovare un violento con la fissa per la carne di orso, quello dipinto da Lagi è una simpatica redenzione tra padre e figlio, dove la fa da padrone il personaggio “peperino” di Brandi. Di fondo, una critica anti-militarista sarcastica, senza che esista effettivamente un contraddittorio poiché, in linea con la scelta operata, tutti i personaggi sono scollati dal reale in funzione della risata.

Non è richiesto un impegno intenso e il film viene realizzato in modo appropriato, con conoscenza dei ritmi della commedia e l’inserimento di una linea fantasiosa buffa a cui partecipa l’onnipresente Filippo Timi, questa volta in versione Che Guevara; tuttavia è ancora poco per poter considerare questo un esordio stimolante, promettente e fuori dal coro. Anche questo prodotto favorisce del benestare diffuso riservato alla commedia. Tuttavia, contiamo di vedere altro.

Rita Andreetti